La nuova serie tv di Marco Bellocchio, Portobello, presentata alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, è disponibile su HBO Max.
Dopo Esterno Notte, che metteva in scena il sequestro Moro, e Il traditore, incentrato sul pentito Tommaso Buscetta, Marco Bellocchio torna a raccontare uno degli eventi più importanti della Prima Repubblica.
Con Portobello, la sua nuova serie tv, i nastri della storia si riavvolgono fino al 1983 quando il popolare presentatore televisivo Enzo Tortora, ideatore del celebre programma Rai omonimo alla serie, viene arrestato con le gravi accuse di traffico di stupefacenti e di associazione di stampo camorristico.

Tortora era infatti stato indicato da alcuni pentiti della NCO, la Nuova Camorra Organizzata creata da Raffaele Cutolo, come uno dei fedelissimi del boss e come il principale mercante di cocaina del mondo dello spettacolo milanese. Accuse false che nascondevano motivi personali e di vendetta nei confronti dello Stato, ma che fecero condannare il presentatore a più di 10 anni di carcere, salvo poi venir assolto nel 1986.
Si trattò di uno dei più grandi errori giudiziari della moderna storia italiana, un caso destinato a venire raccontato decine di volte tra podcast, libri e prodotti audiovisivi.
I Promessi Portobelli
Una storia di giustizia ingiusta quindi, dove toccò ad un onesto cittadino italiano subire su di sé i pesanti colpi d’incudine delle indagini mafiose. Nella messa in scena, fatta di celle di prigione e di strette stanze da interrogatorio, simbolo dell’oppressione provata da Tortora (un magistrale Fabrizio Gifuni), Bellocchio sembra non potersi dimenticare le vicende scritte di un altro celebre grave caso di malagiustizia, l’intreccio di trama de I Promessi Sposi.

La serie conta infatti numerosi riferimenti al celebre romanzo storico di Alessandro Manzoni. Nella seconda puntata, Galera, il magistrato a capo dall’istruttoria contro Tortora, nel rispondere ad una domanda sull’attendibilità dei dissociati camorristi, ricorda la storia del pentimento di Fra’ Cristoforo, personaggio centrale dei Promessi che, dopo una vita da violento attaccabrighe, abbracciò piamente il messaggio cristiano.
L’episodio quattro si intitola invece La Colonna Infame, in riferimento al saggio di Manzoni pubblicato in appendice al romanzo. Partendo dal resoconto della peste milanese del 1630, che occupa una posizione centrale nella seconda parte dei Promessi, Manzoni ricordava la tragica fine a cui erano andati incontro Guglielmo Pazza e Gian Giacomo Morra, due innocenti accusati di essere gli untori del morbo e condannati a morte tramite supplizio della ruota.
Se il paragone di Fra’ Cristoforo con i pentiti della cosca cutoliana appare grottesco, così come gran parte delle motivazioni messe in campo dai PM Lucio di Pietro (da non confondere con Antonio) e Felice di Persia, presentati come novelli Azzeccagarbugli, il destino dei presunti untori crea subito un solido collegamento fatale tra la loro storia e quella dell’innocente Tortora.
Inoltre, l’idea del potere in mano a temibili criminali, con dalla loro parte una ragnatela di contatti, che fanno della violenza e del terrore i propri mezzi di controllo, ricorda, con le dovute differenze, la situazione della Lombardia seicentesca, divisa tra signorotti fuorilegge con alle dipendenze schiere di bravi pronti a tutto.

Si tratta di interessanti richiami culturali utilizzati da Bellocchio per raccontare una giustizia scorretta, asservita al potere, che macella, allo stesso modo, criminali ed onesti cittadini, senza porsi freni perché tesa alla dissoluzione della criminalità organizzata, la peste dell’Italia contemporanea. Ad essere iniqua però è la motivazione alla base di questo sforzo giuridico. La distruzione della NCO non appare solo guidata da una disinteressata necessità di giustizia, quanto da una cieca volontà di vendetta. I magistrati napoletani si comportano in modo spietato perché sembra aleggiare su di loro il sospetto della collusione mafiosa, dalla quale tentano di sottrarsi mostrando il pugno di ferro.
Il paradosso è che a fare le spese di questo nuovo corso di giustizia è un uomo completamente estraneo ai fatti, che si ritrova improvvisamente bersagliato sia dai pentiti camorristi che dall’apparato dei magistrati. Bellocchio è abilissimo nel mostrare il paradosso tragicomico della vicinanza tra Camorristi e forze dell’ordine, ad esempio durante le scene di convivenza nella Caserma Pastrengo, dove guardie e ladri giocano insieme a biliardino e cantano le canzoni di Sanremo.
Accanto all’incarceramento preventivo si aggiunge anche il certosino lavoro della macchina del fango dei giornalisti, argomento che Bellocchio aveva già trattato nel capolavoro Sbatti il mostro in prima pagina (1972).

La scomoda posizione liberale di Tortora lo vede inviso sia ai giornali di sinistra che a quelli di destra che non esitarono ad additarlo fin da subito come colpevole reo confesso.
La grande differenza tra Portobello e i Promessi, e non potrebbe essere altrimenti, va ricercata soprattutto nella morale finale, il celebre sugo della storia come direbbe Manzoni. Se l’amore tra Renzo e Lucia trova un lieto fine grazie alla cieca fede della Provvidenza divina, che a tutto vede e provvede, la vicenda di Tortora ne è totalmente assente. La sua assoluzione avviene solo grazie al lavoro del giudice Morello (Salvatore d’Onofrio), onesto giurista e non intransigente inquisitore come alcuni suoi colleghi.
L’ Inquisizione e la Prima Repubblica
Intere pagine sono state scritte e verranno scritte sul rapporto tra il cinema e l’Inquisizione, dai film che la hanno raccontata fino al ruolo che le moderne cacce alle streghe, come il Maccartismo o il movimento Me Too, hanno svolto nel mondo del cinema. Anche in Portobello appare evidente come il caso Tortora, per le sue modalità di accusa e per la durezza del verdetto, presenta numerose similitudini con un processo inquisitoriale.
Per prima cosa infatti, dato che le accuse dei pentiti vennero subito accettate come veritiere, si assistette ad un ribaltamento della formula alla base del diritto. Tortora non venne considerato innocente fino a prova contraria ma colpevole fino a prova contraria, punto di partenza proprio dei procedimenti per stregoneria, rendendo quindi la difesa molto più complicata.
Inoltre occorre tenere in considerazione il ruolo dei delatori, che ebbero tempo di prepararsi per evitare di cadere in errore. Nel processo inquisitoriale, era fondamentale che ci fossero almeno due testimoni che fornissero una visione senza contraddizioni della materia in esame, proprio come fanno i dissociati Pandico (Lino Musella) e Pasquale Barra (Massimiliano Rossi), seguiti poi dagli altri.

Cosa ancora più importante, potevano essere accettate testimonianze anonime. In Portobello sono i giornali i primi a riportare i nomi dei pentiti, tanto che Della Vella (Davide Mancini), l’avvocato di Tortora, si lamenta più volte di dover venire a conoscenza dell’istruttoria dall’edicola prima che dai magistrati. Uno dei temi fondamentali della serie è proprio l’onestà dietro alle confessioni dei criminali dissociati, soprattutto quando queste non vengono confutate da prove reali.
A suggellare definitivamente il legame tra Portobello e l’Inquisizione è una specifica scena nella quinta puntata in cui Enzo Tortora, ai domiciliari, guarda in tv una scena di tortura proveniente dal capolavoro di Ken Russell I Diavoli (1971). Nel film vena raccontata la vera storia dei diavoli di Loudun, una presunta possessione demoniaca di massa avvenuta all’interno di un convento di Orsoline nell’omonima località francese.

Per questo caso di stregoneria venne condannato alla tortura, e poi alla morte per rogo, padre Urbain Grandier (nel film interpretato dal grande Oliver Reed) reo di essere un prete libertino. L’uccisione di Grandier, che nonostante le terribili sevizie non ammise la sua colpevolezza, nascondeva, almeno secondo l’interpretazione che ne da Russell, motivi eminentemente politico-sociali che facevano capo alla situazione della Francia seicentesca, divisa dalle lotte di religione.
Tortora, davanti alle tremende scene del film, crolla in un urlo disperato. Non è cambiato niente dice guardando se stesso attraverso la figura di Grandier, condannato per colpe false attraverso le testimonianze di presunti testimoni oculari.
Tortora diventa così il simbolo di una nuova Inquisizione contemporanea, figlia del clima di sospetto degli anni di piombo, dove i magistrati si muovono alla spasmodica ricerca di un colpevole, più che della verità. Bellocchio decide di sottolineare questo clima di oppressione pestilenziale della giustizia attraverso una metafora animale.

Nella seconda puntata, viene inquadrato un ratto, metaforico simbolo di peste, che si aggira nei corridoi del tribunale di Napoli, rimanendo ignorato dai PM. Nell’ultima puntata invece, con l’apertura del processo della Corte d’Appello, quando il giudice Morello decide di andare in archivio per riesaminare tutte le carte del processo, la macchina da presa si ferma insistentemente su uno splendido gattone grigio, indicato come il protettore dei faldoni, che altrimenti rischierebbero di venir mangiati dai topi.
Il cerchio si è così chiuso, il felino, protettore della libertà dalla peste portata dai topi, simboleggia il definitivo cambiamento di rotta e la conseguente assoluzione del presentatore.
a cura di
Tommaso Rubechini

