È il 2018 quando in Francia nasce il movimento dei gilet gialli. Molte furono le proteste che imperversarono nelle grandi nelle piccole città e, in quel clima di “terrore”, l’intervento della polizia è stato spesso sopra le righe. Il caso 137 attinge a piene a mani a queste situazioni per raccontarci cosa ci sia dietro chi ci protegge.
Ci sono thriller che cercano di tenerti col fiato sospeso ricorrendo a inseguimenti spettacolari, sparatorie assordanti e colpi di scena a ripetizione, piazzati strategicamente per non far mai calare l’attenzione.
E poi ci sono pellicole che scelgono una strada completamente diversa. Film che non hanno bisogno di alzare la voce, perché preferiscono prenderti per il colletto, trascinandoti in un incubo fin troppo reale fatto di burocrazia, silenzi assordanti e morale corrotta, per lasciarti lì, a fare i conti con la realtà.
Presentato in concorso al Festival di Cannes 2025, Il caso 137 (titolo originale Dossier 137) appartiene orgogliosamente a questa seconda categoria. In uscita nelle sale italiane il 16 aprile 2026 grazie alla distribuzione di Teodora Film, l’ultima fatica del regista Dominik Moll si allontana dai canoni del poliziesco d’azione puro per abbracciare l’impegno civile e il realismo d’inchiesta.
Il risultato è un pugno allo stomaco chirurgico, inesorabile e, a tratti, dolorosamente necessario per capire le storture del nostro presente.

Oltre la divisa: un’indagine nel cuore dell’omertà
La narrazione ci porta dritti negli uffici dell’IGPN (Ispettorato Generale della Polizia Nazionale francese), l’organismo incaricato di vigilare sulla condotta e sui potenziali abusi delle stesse forze dell’ordine.
È qui che lavora Stéphanie, un’investigatrice esperta e metodica, sulla cui scrivania finisce un fascicolo scottante: un giovane ragazzo disarmato è rimasto gravemente ferito a seguito di un intervento della polizia per le strade di Parigi.
Quello che inizialmente potrebbe sembrare un tragico incidente isolato si rivela ben presto un dedalo oscuro di silenzi e omissioni. Conducendo le indagini con ostinata meticolosità, la donna si scontra con un vero e proprio muro di gomma fatto di corporativismo e versioni dei fatti ritoccate ad arte. La pressione sale vertiginosamente, non solo da parte dei vertici, ma anche dei colleghi e persino del suo ex marito, anch’egli poliziotto.
Dominik Moll non si limita a raccontare una singola indagine, ma esplora con coraggio e lucidità la profonda frattura democratica tra cittadini e istituzioni, in un crescendo di tensione in cui il confine tra giustizia e insabbiamento si fa sempre più labile.

L’arte della sottrazione: regia, fotografia e un cast in stato di grazia
Dal punto di vista puramente tecnico, la scelta di Dominik Moll è radicale e affascinante: il regista lavora incessantemente per sottrazione, spogliando il film di ogni orpello spettacolare.
La regia è asciutta, quasi documentaristica, e si appoggia a una fotografia livida che restituisce alla perfezione il grigiore claustrofobico degli uffici istituzionali.
Ad amplificare questo “realismo sporco” contribuisce l’uso intelligente di materiali eterogenei, come riprese da body cam, video amatoriali registrati con gli smartphone e telecamere di sorveglianza, che frammentano il punto di vista e ci calano direttamente nella confusione cruda dell’azione urbana.
In questo impianto formale, colpisce enormemente la gestione della colonna sonora, o meglio, la sua pesantissima assenza: Dominik Moll rinuncia quasi totalmente a musiche avvolgenti per orientare le emozioni del pubblico, lasciando che l’ansia monti unicamente attraverso i dialoghi secchi e i rumori ambientali.
A reggere l’intero peso drammatico dell’opera troviamo, inoltre, una splendida Léa Drucker, assolutamente impeccabile. La sua è un’interpretazione viscerale, misurata ma potentissima, capace di restituire il ritratto di una donna schiacciata tra il dovere professionale, una bussola morale incrollabile e le ferite di una vita privata costantemente sotto stress.

Il verdetto finale
In definitiva, Il caso 137 non è la classica giostra d’intrattenimento da consumare distrattamente, ma un film profondamente cerebrale, una discesa lenta e inesorabile che si riscatta da una voluta, quasi chirurgica, freddezza iniziale per esplodere in un terzo atto dolente e amarissimo.
Evitando abilmente i più triti cliché del genere thriller, Dominik Moll costruisce un’architettura narrativa etica e vibrante, che non concede sconti a nessuno e non cerca finali consolatori, o facili morali.
È un cinema che fa esattamente ciò che deve fare: disturbare le nostre certezze. Uscirete dalla sala al termine della proiezione non solo con un forte senso di inquietudine addosso, ma con una domanda martellante e spaventosa che continuerà a ronzarvi in testa per giorni: come si può avere reale fiducia nelle istituzioni dal momento che sembrano essere le prime a non voler tutelare chi sta dall’altra parte della barricata?
Un’opera livida e necessaria che, riallacciandosi proprio a quel clima infuocato inaugurato dalle piazze del 2018, ci sbatte in faccia la più scomoda delle verità: a volte il vero orrore non ha la maschera del mostro, ma indossa una divisa che dovrebbe farci sentire al sicuro. Un titolo imprescindibile per chi ama il cinema d’impegno che rifiuta l’omertà.
a cura di
Andrea Munaretto
Articolo realizzato con l’ausilio parziale di intelligenza artificiale

