Tra fantascienza e racconto di formazione, l’esordio animato di Ugo Bienvenu immagina due futuri segnati dalla crisi ambientale, attraverso lo sguardo di due ragazzi in cerca di libertà. Presentato a Cannes e vincitore ad Annecy, “Arco” costruisce un immaginario visivo sorprendente, tra suggestioni ghibliane, pop art e grande cinema d’animazione.
Se lo scorso anno con l’uscita di The Legend of Ochi non si sono sprecate le tagline che lo definivano un incontro tra E.T. e il cinema di Wes Anderson, a distanza di pochissimo similmente è accaduto con Arco. Quest’ultimo ha fatto di nuovo riecheggiare il film di Steven Spielberg, questa volta accostato al cinema di Hayao Miyazaki.
E sorprendente è realizzare che il paragone con il co-fondatore dello Studio Ghibli avvenga nei confronti di un regista francese, tra l’altro sconosciuto al grande pubblico e al suo esordio nel lungometraggio: Ugo Bienvenu.
Il regista è in realtà nell’ambiente da diversi anni e ha già all’attivo diversi cortometraggi, ma anche lavori come fumettista, grafico, editore e direttore di campagne pubblicitarie. Tuttavia, solo qualche anno fa ha deciso di fondare il suo studio d’animazione parigino, Remembers studio, insieme al suo sodale Félix de Givry.
Dopo produzioni di svariati corti, arriva dunque Arco, il loro primo lungometraggio animato. Presentata in anteprima mondiale a Cannes 2025, la pellicola ha subito iniziato a collezionare presenze nei festival, passando poi a Locarno, a Toronto, fino a coronare il suo percorso con il trionfo al Festival di Annecy. Recentemente lo abbiamo visto nominato ai Golden Globes e a breve lo ritroveremo nella cinquina degli Oscar, tra i migliori film d’animazione dell’anno.

Arriva dopo tanta attesa anche nelle sale italiane a partire dal 12 marzo, distribuito da I Wonder Pictures.
La trama
Arco è un ragazzino di dieci anni che vive in un lontanissimo futuro (nel 3000 precisamente), dove l’umanità si è completamente riorganizzata a seguito dei cambiamenti climatici.
La sua è una famiglia di viaggiatori del tempo, che utilizzano una speciale tuta arcobaleno che permette loro di tornare in vari momenti del passato e condurre svariate ricerche.
Arco è impaziente di compiere il suo primo volo, ma non è ancora pronto agli occhi dei suoi genitori. Stufo di questa situazione, decide quindi di impossessarsi furtivamente della tuta della sorella e partire all’alba del giorno dopo.
Durante il volo, però, perde totalmente il controllo e si ritrova così catapultato nel passato del 2075, dove, cadendo dal cielo, fa la conoscenza di Iris, una ragazza solitaria che si fa carico della missione di aiutarlo a tornare a casa.

Due futuri, dal punto di vista di due ragazzini
A partire dall’ottima intuizione di reimmaginare gli arcobaleni come i voli dei vari viaggiatori temporali attraverso i secoli, abbiamo già una visione d’insieme di come la pellicola riesca brillantemente a creare un perfetto connubio tra film di fantascienza di stampo classico e racconto di formazione per i due giovani protagonisti.
Entrambi partono infatti da una forte condizione di insofferenza: da una parte abbiamo il protagonista, Arco, a cui è negata la possibilità di volare perdendosi nei cieli – situazione che lo spinge a trasgredire quanto impartitogli.
Dall’altra troviamo Iris, che si relaziona con i suoi genitori solo attraverso dei video-ologrammi. Quest’ultimi non sono mai presenti lì per lei e per il suo fratellino, delegando tutti i loro ruoli genitoriali al robot domestico Nikki. Per il resto, anche la sua quotidianità sembra segnata da una profonda alienazione, circondata da macchine e da proiezioni, come le sue lezioni scolastiche in realtà aumentata. L’incontro con Arco sembra rappresentare quindi l’opportunità perfetta di evasione da questa condizione e di crescita.
Sullo sfondo di questo percorso vediamo due tempi profondamente segnati, ma che per loro rappresentano la quotidianità: Arco viveva fino a quel momento nel 3000, circondato dalla natura e in un ambiente che sembra essersi preservato dal tempo in modo idilliaco. In realtà esso è circoscritto a un piccolo diametro e sostenuto interamente da una piattaforma metallica ramificata – simile a un albero -, sulla quale si ergono la sua e altre case dei cittadini del futuro. Uno stile di vita necessario – a detta dello stesso protagonista – per poter offrire di nuovo al pianeta il tempo di respirare nuovamente, dopo decenni di inquinamento.
Nel 2075 di Iris – molto più vicino a noi – i rapporti umani sembrano ormai ai minimi storici. I robot hanno preso a carico tantissime mansioni umane, da quelle domestiche a quelle di insegnamento scolastico, ma anche quelle di lavoratori stradali, o manutentori. In tutto ciò la cittadina mostrata – un po’ a rappresentanza del mondo intero – è ormai segnata da continui disastri ecologici, incendi, piogge torrenziali, che hanno portato la civiltà a installare delle cupole a protezione di ogni singola casa. La tecnologia sta solo temporeggiando dinnanzi a quella che sembra prefigurarsi come una catastrofe imminente.
Eppure è proprio in questo scenario che prende forma la vicenda di Arco e Nikki: due personaggi che, più che preoccuparsi del tempo che stanno vivendo, desiderano soltanto evadere, seguire l’istinto e perdersi. Lui vuole volare di nuovo – anche per ritrovare la strada verso casa -, mentre lei tenta di rifugiarsi nel disegno, abbandonandosi completamente al potere dell’immaginazione e alla speranza di un domani più luminoso.
Pur appartenendo a tempi diversi, le loro esperienze riflettono la stessa precarietà e le difficili decisioni che l’umanità ha dovuto affrontare; per questo il loro bisogno di liberarsi da tutto e immaginarsi altrove emerge con forza, come il desiderio di lasciarsi alle spalle il peso del presente.

La direzione di Bienvenu
La pellicola confezionata da Bienvenu è fin dal primo istante il frutto di mille contaminazioni artistiche che rappresentano il background del regista. E, nonostante queste riecheggino così forti, il film riesce comunque a creare una sua identità visiva precisa che, posta accanto anche ai suoi cortometraggi precedenti, ne mette proprio in luce il suo stile riconoscibilissimo.
Una firma riconoscibile anche per il futuro.
Tutto il cuore della pellicola risiede nell’attenzione dedicata al racconto dell’infanzia e alla storia di crescita dei due ragazzi. E se sullo sfondo c’è sempre uno sguardo rivolto a tematiche ambientaliste, la mente non può andare altrove se non verso lo Studio Ghibli.
Non ci troviamo mai di fronte né la parodia, né tantomeno una pallida imitazione, perché le suggestioni di Bienvenu non si fermano certo qui e spaziano tra tantissimi suoi maestri e influenze diverse, come certe architetture futuristiche che sembrano uscite dalla matita del leggendario fumettista francese Moebius (e per gli scettici lo testimonia anche la presenza vocale nel cast di Alma Jodorowsky, nipote del suo storico sodale).
Si dovrebbero passare tantissimi nomi in rassegna, perché certe scelte potrebbero ricordare i lavori di Katsuhiro Otomo per le architetture, o Masaaki Yuasa per il modo in cui sono animate le scene di volo. La lista sarebbe estremamente lunga, ma quello che sorprende davvero è che, oltre ad aver trovato un connubio perfetto tra scuola d’animazione francese e giapponese (che devono averlo formato a pari modo), Bienvenu crea la propria identità attraverso un gusto pop art onnipresente e irresistibile che permea tutta la pellicola, tratteggiando personaggi che sembrano usciti dalle mani di Andy Warhol o Roy Lichtenstein.
La pellicola è stata realizzata dal team artistico in 2D, con inserti in 3D usati per i personaggi e per alcuni set, attraverso il software Blender (con il quale era stato interamente realizzato Flow lo scorso anno) a integrazione dell’animazione tradizionale.
La colonna sonora accompagna lo spettatore nel viaggio di Arco e Iris sempre con i giusti tempi, fino a esplodere nella strumentazione orchestrale finale, che ancora una volta riporta in scena le sensazioni dei lavori di Joe Hisaishi fatti con i film Ghibli. Per l’occasione Bienvenu ha avuto modo di lavorare con il Coro Ortodosso di Sofia e i musicisti dell’Opera di Parigi. Il risultato si sente tutto.

Conclusioni
Dopo anni di fantascienza catastrofica e apocalittica, per una volta è bello potersi smarrire in un racconto che, alla fine, trasuda di così tanta speranza. Del desiderio di sognare un futuro radioso e di non smettere mai di vedere la luce in fondo al tunnel.
Arco presenta quella forza dirompente in grado di farci fare tutto questo e di farci sperare (post-visione) di scorgere nel cielo il prima possibile un arcobaleno. Solo per fantasticare sul fatto che, dietro di esso, si celi un viaggiatore del tempo che sta compiendo semplicemente i suoi controlli di routine.
Un film che riesce a creare un immaginario irresistibile e folgorante, in grado di accrescere solo l’attesa per i prossimi lavori del regista. Con questo esordio Bienvenu ha totalmente fatto centro.
a cura di
Alfonso La Manna

