Tappa italiana sold-out per l’indomabile frontman degli Smiths
O si ama o si odia. Ma come al suo solito, Morrissey sfugge al banale conformismo delle catalogazioni, ed è forse l’unico artista che riesce a farsi amare, e poi odiare, e poi ancora amare dagli stessi fan che non possono proprio fare a meno di staccarsi da lui.

E lo dimostra ancora una volta il sold-out che registra al suo ritorno in Italia, dopo che nel 2025 ha spiazzato tutti con ben 5 date fra nord e sud, quando l’assenza si era fatta ormai strutturale, quando la Manchester alla quale il mondo volgeva gli occhi era un’altra.
E invece Moz a modo suo si mette a nudo, con le sue contraddizioni ma con l’ardimento che sempre lo contraddistingue, tra fragilità e presa di coscienza, impersonando quello stile retrò, malinconico e decadente (e aggiungo romantico) che caratterizza le copertine dei lavori degli Smiths.
E stavolta porta in dote un album che ha avuto non poche difficoltà a venire alla luce, ma alla fine “Make-Up Is a Lie” viene presentato al grande pubblico con un urlo liberatorio, come quello che Moz lancia nella cover dell’album, in una foto scattata poco prima del live di Ostuni dello scorso anno (a detta dello stesso Steven il migliore dell’anno).
Il live
Un’attesa resa fibrillante dal bar di fronte al Fabrique che spara Morrissey dalle casse.
Nulla, se paragonata ai momenti di terrore vissuti dai fan in coda fin dal mattino, quando hanno visto il baldacchino mobile con piadine e panini (vegani, secondo voi?!) piazzarsi di fronte all’ingresso della venue, ancora memori delle stringenti condizioni poste a Lucca circa le cibarie in vendita.
Nonostante l’incidente diplomatico sfiorato il Fabrique è stipato all’inverosimile quando partono i ben noti video che separano il live vero e proprio, con i soliti omaggi resi ai Ramones, ai New York Dolls, a Little Tony e David Bowie. Ma i veri fan sanno già che quando appare Alain Delon morente (ripreso nella copertina di “The Queen Is Dead”) lo show sta per iniziare.

James Baldwin, poeta ispiratore per Moz, è il segnale
Morrissey entra in scena con quel sorriso beffardo ma rassicurante, e intona una rivisitata “Viva la pappa col pomodoro”, omaggio a Rita Pavone incontrata nel backstage poche ore prima. E così “Billy Budd” dà il via al concerto.
Un live che conferma lo splendido momento di forma emotivo e vocale di Moz, da sempre e per sempre voce degli emarginati emozionali ai quali ha dato loro conforto con i testi degli Smiths. Ma Morrissey dà bella mostra di sé pure con i nuovi pezzi di “Make-Up Is a Lie”, passando quindi alle valchirie della sua carriera solista “Suedehead”, “Irish Blood, English Heart”, e “Every Day Is Like Sunday”.

Ma gli Smiths non possono passare in secondo piano, e allora ecco la bella chicca “A Rush and a Push and the Land Is Ours”, oltre alla immancabile “How Soon is Now” e la rediviva “Shoplifters of the World Unite”.
Il gran finale
Rispetto ai live vissuti da automunito a Manchester e Roma (vuoi per la posizione defilata, vuoi per un Moz che sembra aver trovato nuovamente una quadra stabile) la forza dirompente dei live sembra più attenuata in questa leg, ma vista la costanza di date confermate possiamo farcene una ragione.
Anche l’invasione finale che a Roma ha quasi messo a soqquadro il palco (come fossero stati gli anni ’80) non c’è stata, così come non c’è stato il classico strappo della maglietta, stavolta regalata integra a una fan coraggiosa volata oltre la transenna. Una buona parte l’ha giocata l’intramontabile “There Is a Light That Never Goes Out”, che oltre a regalare finalmente occhi lucidi nel finale ci ricorda che la luce di Morrissey e degli Smiths non si spegnerà mai.

Un sentito grazie a D’Alessandro & Galli e alla musica sempiterna degli Smiths.
a cura e foto di
Emmanuele Olivi




































