Nouvelle Vague, la recensione in anteprima del nuovo film di Richard Linklater

Finalmente in Italia arriva Nouvelle Vague, il film di Richard Linklater che lo scorso anno ha conquistato il pubblico di Cannes e di tutta la Francia. La ricostruzione storica di un momento che ha cambiato per sempre la storia del cinema. In sala dal 5 Marzo con Lucky Red.

A tre anni dalla scomparsa (quattro, considerando l’uscita italiana) di Jean-Luc Godard, arriva puntuale la lettera d’amore per il cineasta firmata Richard Linklater. Un film che vede il regista statunitense tornare a Parigi dopo l’indimenticabile Before Sunset (Prima dell’alba, 1995).

È la seconda volta che Linklater porta in scena un cineasta chiave della storia del Cinema, dopo il suo Me and Orson Welles (2008). E proprio lo scorso anno il regista statunitense aveva firmato parallelamente il suo Blue Moon, il ritratto crepuscolare e sentito di Lorenz Hart, prolifico paroliere e autore di musical di successo e di canzoni diventate punti di riferimento nel jazz.

Prolifico così come lo stesso regista, che sembra proprio non volersi fermare (qui al suo ventiquattresimo film) e che, con due lungometraggi, lo stesso anno fa a gara con Steven Soderbergh (lo scorso anno Black Bag e Presence) per il titolo di autore statunitense più eclettico.

Il regista camaleonte, dopo l’animazione in rotoscopio, film le cui riprese sono durate 12 anni e dopo aver sperimentato la qualunque, decide questa volta di cimentarsi in uno dei suoi progetti più ambiziosi – forse stimolato dal collega americano Fincher con il suo Mank -, che lo ha portato alla trasferta francese.

Nouvelle Vague è infatti girato in Francia con attori locali e, pertanto, non poteva che essere presentato a Cannes. Ma il successo non è finito lì, perché si è portato a casa ben 4 Premi César su 10 candidature. Insomma, un successo su tutta la linea, che finalmente arriva nelle sale italiane il 5 marzo con Lucky Red.

La trama

Parigi, 1959. Jean-Luc Godard (Guillaume Marbeck) è l’ultimo dei suoi colleghi e amici dei Cahiers du cinéma a non aver ancora esordito con un lungometraggio. Truffaut, Chabrol, Rivette e Rohmer, ognuno di loro ha almeno un film alle spalle, mentre lui ha all’attivo solo cortometraggi.

È preoccupato di aver perso ormai il treno e di essere in ritardo, mentre tutti lo stanno superando. Diviso tra invidia e ammirazione, non può che assistere con profondo malessere il successo che investe il suo collega Truffaut quando presenta a Cannes la prima proiezione pubblica de I 400 colpi.

Giunto alla conclusione di essere arrivato alla scadenza massima, convince il produttore Georges de Beauregard (Bruno Dreyfurst) di essere pronto al suo esordio e di iniziare i preparativi per le riprese di Fino all’ultimo respiro.

Una ricostruzione storica impeccabile

Nella cornice di un film in 4:3, in bianco e nero, con pellicola granulosa e piena di rumore e bruciature, si apre l’enorme ricostruzione storica fatta da Linklater. Quella che ci troviamo davanti è la scelta essenziale di focalizzarsi sul momento decisivo di uno dei più grandi movimenti della storia del cinema. Raccontarlo tutto sarebbe stato pressoché impossibile, e il regista statunitense decide saggiamente di concentrarsi su un momento cardine per raccontare un intero microcosmo.

Il lavoro fatto con gli attori, quasi tutti sconosciuti ed esordienti (Guillaume Marbeck come Godard e Aubry Dillion come Jean Paul Belmondo, lo storico volto della Nouvelle Vague) ad esclusione di Zoey Deutch, è impressionante. Essi rasentano a tal punto la perfezione scenica da sembrare le vere versioni di questa leggendarie figure, ormai cristallizzate nella storia. Carismatici, fascinosi, tanto da bucare lo schermo e farci domandare se non stiamo assistendo a un documentario d’archivio delle vere riprese.

Dopo la premessa iniziale, Nouvelle Vague ci trasporta subito in quella folle, sconclusionata e schizofrenica avventura produttiva durata soli 20 giorni – neanche sfruttati del tutto – che ha fatto conquistare a Godard il plauso di tutto il mondo. E con essi tutti i mille aneddoti che hanno sempre aleggiato nella storia e reso ancora più leggendarie queste giornate di riprese: da Jean Seberg che, dopo l’esperienza con Otto Preminger in due film, non voleva accettare il ruolo, a Roberto Rossellini in persona che si presenta ai Cahiers chiedendo soldi in prestito a Godard.

Man mano che il racconto avanza abbiamo modo di interfacciarci con tutti i volti che costellavano quel movimento rivoluzionario, gli Avengers francesi al completo, e quindi passiamo in rassegna Truffaut, Rohmer, Rivette, Demy, Chabrol, Schiffman, Melville, Bresson e infiniti altri, troppi per essere menzionati tutti, ma mai abbastanza per quantificare la grandezza della rivoluzione che stava prendendo piede.

Dall’incontro con Melville negli studi (che gli fornirà consigli essenziali), a quello con Bresson nella metro mentre gira il suo Pickpocket (1959), tutto è funzionale a mostrare la continua influenza reciproca e il rispetto che intercorreva tra questi geni. Ma anche un profondo senso di sfida per fare sempre meglio, a superarsi e a cambiare la Settima Arte, aggiungendo uno per uno sempre più tasselli per sovvertire un cinema superato che loro chiamavano con sprezzo Le cinéma du papa.

La figura indecifrabile di Jean-Luc Godard

Mai come durante la visione di Nouvelle Vague viene da chiedersi cosa passasse per la mente di Jean-Luc Godard, una figura così emblematica e irrequieta, a tratti indecifrabile.

Fin dal momento in cui lo vediamo in poltrona a Cannes, con il riflesso del finale di Les Quatre Cents Coup di Truffaut nei suoi iconici occhiali da sole a specchio, capiamo che qualcosa di grosso sta prendendo piede nella sua mente. E noi detentori della verità storica sappiamo benissimo cosa.

Questo ragazzo di 28 anni, sempre con i suoi imperscrutabili occhiali neri, diventa l’ennesimo personaggio del cinema di Linklater, da sempre interessato a indagare figure giovanili in racconti di pura formazione. E chi meglio di Godard può fungere da outsider perfetto a rappresentanza della sua filmografia?

Il simbolo di una generazione di registi, tutti figli di Roberto Rossellini e scalpitanti per scuotere per sempre la storia del cinema. Un ragazzo dalle ferme convinzioni, che credeva che qualunque cosa fosse filmabile, che aberrava sceneggiature pronte e che si rifiutava di girare più volte la stessa scena perché l’avrebbe privata di realismo.

Sullo schermo assistiamo a tutte le sue manie, a quel suo comportamento imprevedibile che lo portava anche a decidere in giornata di non voler girare nulla, o a scegliere di raccontare momenti chiave del suo film con soluzioni fuori campo e mai didascaliche. Tutto ciò strappa un sorriso per l’incredibile dedizione nel raccontare questa figura emblematica, ma rende anche Nouvelle Vague un film divertentissimo e ben consapevole di star raccontando un personaggio decisamente fuori da qualunque schema.

Il Godard di Guillaume Marbeck è, sì, ermetico e sempre imprevedibile nelle sue azioni, ma anche sicuro dei suoi punti fermi e su come agire, nonostante egli stesso creda di star realizzando un pessimo film. Nel farlo chiede a Jean Seberg di arrivare sul set a piedi per entrare meglio nel suo personaggio, impedisce alla truccatrice di rendere i volti dei suoi attori troppo finti, continua a fare domande alla sua troupe sui film visti in sala e sul significato di questi. Diventa artefice del montaggio moderno e dei jump cut solo esponendo quella che era la sua visione dei tempi filmici. Trasuda cinema in ogni suo gesto, ogni scelta, ogni sigaretta accesa.

Una lettera d’amore al cinema firmata Linklater

Il lavoro fatto da Linklater in Nouvelle Vague trasuda un’operazione di ricostruzione storica, di documentazione che sfiora il maniacale, e in questo senso il vero miracolo è non avere l’impressione di trovarsi di fronte una mera enciclopedia accademica. Il tono non è mai quello della lezione universitaria, ma quello di una commedia brillante, diretta alla perfezione e con una fotografia da capogiro, che fa solo venir voglia di andare a riscoprire l’infinita mole di lavori fatti da questi cineasti che amavano il cinema in modo viscerale.

Un racconto sulla storia del cinema che ci teletrasporta nella Parigi di quegli anni, tra mille sigarette e conversazioni lunghe ore su quanto visto nelle sale. Un racconto ricco di aneddoti e citazioni sempre puntuali, ma mai indicate con un cartello. Solo un invito a perdersi in tutte le pellicole del periodo per arrivare a scovarle tutte, come un gioco.

Perché dev’essersi sentito così Linklater mentre firmava questo film: leggero, consapevole di star facendo solo del bene al pubblico. Perché anche solo una persona in più spronata a perdersi in questo cinema così libero rappresenta, di fatto, una possibilità in più per tornare ad avere di nuovo la forza di sfidare così tanto ogni regola, fino a romperle tutte.

a cura di
Alfonso La Manna

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