La Sposa! – la “fottutissima” recensione in anteprima

Dal 5 marzo al cinema il nuovo sovversivo film di Maggie Gyllenhaal: una storia grottesca e violenta che unisce i temi tipici dei romanzi sui mostri ad una riflessione sull’identità e sull’arte.

Dopo la favola gotica di Guillermo del Toro, arriva una nuova trasposizione dedicata a Frankenstein: si tratta di La Sposa! di Maggie Gyllenhaal, ispirata a  La moglie di Frankenstein di James Whale (1935).

Il film è ambientato dopo la fine del romanzo originale e prende la forma di un sogno febbricitante di danza e di cinema, divertente ed intelligente al tempo stesso. Una commistione di generi e temi, che dà vita ad una pellicola davvero intensa.

La trama

Il film si apre su una Mary Shelley in uno spazio nero, non meglio definito, e claustrofobico. In un monologo teatrale, la donna fa capire che è arrabbiata, che sente di non aver terminato la propria storia. Nonostante sia morta ormai da tempo, infatti, ha ancora qualcosa da dire.

Per farlo, dà vita ad una nuova vicenda di mostri, che comincia con la possessione della protagonista Ida, una prostituta incastrata in un giro mafioso che muore e viene seppellita.

Arriviamo dunque a Chicago, nel 1936. Il mostro di Frankenstein è già stato creato e la sua avventura ha già avuto luogo. Il desiderio è lo stesso che aveva espresso al suo creatore: avere una compagna che allievi la sua solitudine. Per questo, si rivolge alla dottoressa Euphronious (Annette Bening) – uno dei forti personaggi femminili che contraddistinguono la narrazione -, che già conosce la sua storia e, soprattutto, è abbastanza folle da soddisfarlo.

Così nasce la Sposa (Jessie Buckley), che in realtà è la creatura di Mary Shelley tanto quanto il Mostro è quella del Dr. Frankenstein. Da qui si avvia una storia di crimini alla Bonnie&Clyde, in cui i due amanti viaggiano per gli Stati Uniti, mentre due detective (Penelope Cruz e Peter Sarsgaard) ne seguono i delitti.

“Preferirei di no”

Questo filone gangster che conduce il film è, in realtà, il suo aspetto meno interessante. La trama è semplice, lineare, quasi più un pretesto per mandare avanti la storia che altro. Diventa occasione per approfondire i temi e i personaggi, ma di per sé non ha nulla di particolarmente originale, anzi. Questo è giusto, perché in fondo il focus non è quello.

L’attenzione, infatti, è principalmente concentrata sulla female rage di questa donna, che incarna anche i defunti. Ella cerca vendetta e affermazione, trovando il coraggio di dire qualcosa che prima non aveva potuto dire: preferirei di no.

Per questo, uno dei temi che attraversano il film è quello dell’identità personale: la ricerca di un nome da parte della Sposa, che prima risponde a quello conferitole da Frank e che poi ritrova quello che le era stato dato prima di morire. Infine, si accetta per quella che è: la Sposa, senza bisogno di altri nomi.

Questo peronaggio è scritto secondo una geometria disubbidiente, sfidando le regole tradizionali. In questo ricorda l’iconica Bella Baxter (Emma Stone) di Povere Creature: la seconda vita è un’occasione di ricerca della propria identità e di trasgressione delle regole non solo fisiche, ma anche sociali.

Se i personaggi femminili di questo film sono caratterizzati dalla voglia di affermarsi in un mondo ostile, i personaggi maschili sono profondamente umani e fragili. A partire da Frank, interpretato da Christian Bale in modo impeccabile. La Creatura incarna perfettamente la disperata solitudine del personaggio, nutrendo il disperato bisogno di piacere, di integrarsi e di amare, come qualsiasi altro essere umano.

Ciò che risulta particolare, però, è il modo in cui Maggie Gyllenhall mette in scena questa profonda umanità, che offre spazio alla riflessione su un altro tema chiave del film: il cinema e, in generale, l’arte.

Puttin’ on the Ritz

La fuga del Mostro e della Sposa non è difficile da intuire per gli ispettori, segnata dall’ossessione della Creatura per un attore, Ronnie Reed (Jake Gyllenhaal), che una volta gli aveva sorriso. I cinema e i luoghi iconici dei suoi film segnano, dunque, questo viaggio delittuoso. Questo espediente narrativo dà spazio alla regista per mostrare diversi tipi di cinema degli anni ‘30, che il Mostro vede e, soprattutto, in cui si rivede.

Assistiamo così a differenti spettacoli: inizialmente quelli classici in bianco e nero, dove Reed balla e canta sulle note della musica tipica di quegli anni. Poi, a New York, dove si tiene una proiezione 3D di un film di mostri, con gli spettatori che indossano gli appositi occhialini. Un’ulteriore scena di cinema non poteva che essere in un drive-in, tipico di quegli anni, ma ormai praticamente sparito. Una piccola finestra sul modo in cui lo spettatore del tempo vedeva il cinema, un media ancora piuttosto nuovo, di cui la fruibilità si stava ancora definendo. Ciò che emerge sicuramente, però, è l’emozione che la visione di un film in sala dava allo spettatore, specialmente a chi era solo e miserabile come la Creatura.

A braccetto con queste scene vanno poi le scene di danza: i personaggi ballano esprimendo la propria interiorità, tanto quanto la loro libertà. I corpi morti di Frankenstein e della Sposa si dimenano, vibranti di vita.

I due ballano per esprimere i propri conflitti ed emozioni, sia in contesti in cui la danza è giustificata (come in una sorta di discoteca) che in una sequenza in cui il film momentaneamente si trasforma in musical. Scena che, tra l’altro, cita la famosa esibizione del dottor Frankenstein e della creatura in Frankenstein Junior (1974), sulle note di Puttin’ on the Ritz di Taco.

Non si tratta dell’unica citazione: Maggie Gyllenhaal insaporisce la pellicola con riferimenti testuali e visivi collegati all’opera originaria di Mary Shelley e a tutte quelle che ne sono derivate. Così come ad altri libri e pellicole citati in modo più o meno diretto. Ciò lo rende esattamente il genere di film che si può riguardare diverse volte trovandovi sempre qualcosa di nuovo.

Un sogno febbricitante

La regia di Maggie Gyllenhaal è sporca, movimentata. Le inquadrature che prevalgono sono quelle dei primissimi piani dei personaggi (che ci avvicinano a loro) e la macchina a mano è uno dei principali mezzi di cui ha usufruito.

Queste scelte sono perfettamente in linea con il racconto di mostri che ci è annunciato e rendono il film frenetico, febbricitante. Il confine con la realtà e la credibilità viene messo alla prova da questa storia sui generis, teatrale, ma sempre molto umana.

La fotografia è scura e contraddistinta da una sensazione di sporco, ma è anche coloratissima: i toni desaturati e bui contrastano in modo intelligente con i costumi colorati ed il trucco esagerato.
Una dimensione estetica con un forte carattere, insomma, che accompagna perfettamente la storia e la rende visivamente riconoscibile.

Un plauso anche al livello tecnico della recitazione di tutti gli attori, a partire proprio da Jessie Buckley, che quest’anno si è affermata sempre di più come una grande attrice (anche se in un ruolo completamente diverso da quello che ha ricoperto in Hamnet). Una piacevole conferma anche l’interpretazione di Christian Bale, che mette in scena una creatura al tempo stesso profonda e ingenua. La sua fissazione per il cinema di Ronnie Reed fa tenerezza ed anche commuovere.

Tra l’altro, in un film che si concentra così tanto sulla rivalsa e sulla rabbia femminile, un personaggio maschile positivo (tutto sommato) fa piacere. La dinamica tra i due risulta ben costruita: entrambi hanno difetti, ma il loro rapporto funziona.

È arrivata la fottutissima Sposa!

Al pubblico piacciono le storie di mostri, si è capito. Negli ultimi anni, tutte le figure più famose della letteratura gotica sono state riesumate, nei modi più disparati. Dopo Dracula, sembra che sia arrivato il momento di Frankenstein.

Maggie Gyllenhaal prende spunto da un materiale già conosciuto per realizzare qualcosa di nuovo. Il risultato è una ventata d’aria fresca, che diverte e fa riflettere al tempo stesso. Non è una pellicola senza difetti, ma ogni cosa sembra pensata fino in fondo e amata. Quello che si percepisce è, infatti, anche questo: amore per l’opera originaria, per la letteratura e per l’espressione personale.

E tanto, tanto amore per il cinema.

Un caldo invito, quindi, ad andare a vedere questo film fuori dagli schemi, per farsi trascinare in una storia di mostri e d’amore.

a cura di
Francesca Maffei

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