“Rental Family – Nelle vite degli altri”: la recensione in anteprima

Il ritorno di Brendan Fraser sul grande schermo con The Whale ha rappresentato un evento cardine del cinema d’autore dell’ultimo decennio, poiché l’Oscar vinto ha segnato la sua rivincita su un mondo che l’aveva masticato e risputato sanguinante. L’attore torna protagonista in questo 2026 con Rental Family – Nelle vite degli altri, un piccolo capolavoro che ci racconta di un Giappone lontano dal turista.

Questo inizio di 2026 verrà ricordato, oltre che per delle Olimpiadi invernali esaltanti per i colori azzurri, anche per l’uscita di Rental Family – Nelle vite degli altri, secondo lungometraggio della regista giapponese Hikary, che ci racconta di un Giappone lontano dallo splendore turistico attraverso uno dei servizi più utilizzati dai giapponesi: le famiglie in affitto.

Ammetto che, da amante del Paese, questo argomento è sempre stato tralasciato e mi sono sempre concentrato su altro e sulle bellezze turistiche (culturali e non), senza mai approfondire la loro cultura a 360 gradi. Certo, quando sono là il rispetto viene prima di tutto, ma sono comunque un Gaijin.

In questa occasione, dunque, mi sono avvicinato con sommo rispetto al film e alla visione del trailer: non con la tipica foga che accompagna la rapida fruizione di quei 90 secondi come linfa vitale, ma un graduale avvicinamento, con lo stesso rispetto della cultura giapponese che nutro quando sono in quei luoghi.

Quelle prime immagini mi hanno riportato subito nei luoghi che tanto amo, ma con un occhio diverso. In una Tokyo più intima, dove le luci, i suoni e i colori sono solo il contorno di un’immagine familiare che a volte – da turista – si perde, perché troppo impegnati a cercare Gundam.

Le aspettative erano quindi altissime. Ma il film avrà fatto centro o si perderà nei costrutti tipici del Sol Levante?

Un amico in affitto

Se foste un attore americano con poco successo in Giappone, accettereste mai di interpretare amici e famigliari come se fosse un semplice ruolo

Philip (Brendan Fraser) abita da sette anni a Tokyo e, dopo il successo di una pubblicità di dentifricio (che vorrei rivedere in loop negli anni a venire, lo ammetto), è rimasto intrappolato nelle piccole parti e in provini deludenti.

Un giorno però viene chiamato ad interpretare un americano triste, in quello che si rivelerà un finto funerale dove “il morto” aveva chiesto alla Rental Family di creare la celebrazione per capire quanto sarebbe compianto per una sua dipartita improvvisa.

Da qui Philip decide di accettare altri ruoli, con tutte le difficoltà per un Gaijin di capire il perché di quello che sta facendo. La cultura giapponese, infatti, nonostante i sette anni vissuti là, è ancora troppo difficile da comprendere.

Dopo le prime difficoltà, però, si immedesima sempre più nelle parti che deve recitare, arrivando ad affezionarsi a quelle persone come fossero realmente parte della sua famiglia.

Alla sua storia si intersecano le vite di chi collabora con lui, esistenze apparentemente normali, ma che nascondono le stesse difficoltà delle persone che aiutano, rendendo loro la vita migliore.

In un turbinio di emozioni, ci troveremo davanti agli occhi un racconto di formazione tanto per il protagonista quanto per tutti coloro che lo circondano, in grado di ricordarci che, in fondo, non siamo così diversi e tutti abbiamo solo bisogno d’affetto.

Un’esperienza tra le immagini

Dopo il suo primo 32 secondi, la regista giapponese Hikary torna sul grande schermo con un’altra storia nascosta del Giappone, raccontata con la delicatezza che si confà ad un abitante del Sol Levante, ma, al contempo, sdoganandola a noi occidentali nel miglior modo possibile.

La regista accompagna lo spettatore in una crescita personale dei personaggi che, nel corso di questi 110 minuti, impareremo ad amare, considerandoli un po’ come parte della famiglia.

La fotografia, affidata a Takurô Ishizaka, è la perfetta cartolina di quella Tokyo lontana dagli occhi del turismo, con luoghi iconici solo accennati, ma facenti parte assolutamente del contesto. Il tutto perfettamente incorniciato da simmetrie che si rivelano una vera e propria necessità, piuttosto che un mero espediente per distrarre lo spettatore.

L’interpretazione di Brendan Fraser è semplicemente sublime: dopo The Whale ci troviamo davanti ad un attore nel punto più alto della sua carriera. Sono lontani i combattimenti contro la Mummia, ma non posso che affermare che questo suo ritorno sulle scene è la cosa più bella che ci ha dato il cinema dopo il Covid.

Attorno a lui troviamo una serie di attori giapponesi tra cui spiccano Takehiro Hira (che ha già collaborato più volte con Hollywood), e Akira Emoto (un vero e proprio mostro sacro del cinema asiatico), che portano spessore alla storia, consentendo allo spettatore per piangere e ridere assieme a loro.

La colonna sonora dona la giusta armonia ad un film prossimo alla perfezione, come il tè con i biscotti delle 17:00 in un uggioso pomeriggio londinese.

Ecco perché amo il Giappone

Rental Family – Nelle vite degli altri è la perfetta allegoria del perché io e tantissime persone amiamo il Giappone, un Paese che non è solo turismo, non solo luci, suoni e colori, ma un luogo ricco di contraddizioni, di giudizi e paure, che vive in perfetto equilibrio.

Un Paese dove il Gaijin fa fatica a comprendere il perché di quello che succede, ma se davvero vuole integrarsi si sforza in ogni modo di capire chi lo circonda; un posto dove può apportare miglioramenti ed una nuova visione, che farà crescere anche chi gli sta vicino.

Hikary porta sul grande schermo il tema della famiglia in affitto, un servizio attivo in Giappone sin dagli anni ’90 che dimostra come la perfezione giapponese in realtà nasconda drammi personali che la società difficilmente capirà.

Questa pellicola ci racconta con estrema dolcezza e delicatezza che, in fondo, per quanto ricerchino la perfezione, anche quelli che reputiamo perfetti hanno probabilmente più problemi di noi.

Con Rental Family ci troviamo davanti ad un vero e proprio spaccato di società che ci farà ripensare a noi stessi e alla nostra vita, magari inducendoci a fare scelte differenti perché si può sempre migliorare. Anche nelle piccole cose.

Ci troviamo davanti ad una pellicola che difficilmente si riesce a vedere ai giorni nostri e che racconta temi estremamente delicati con una sobrietà e umanità che difficilmente si vede in altre produzioni cinematografiche. Gran parte del merito è sicuramente di Brendan Fraser che, dopo aver affrontato Hollywood, si ritrova a dominarlo con la dolcezza e la naturalezza di chi ne ha passate troppe nella sua vita.

Non vi resta che andare al cinema a partire da oggi, 19 febbraio, per uscire pieni di gioia come è capitato a me.

Buona Visione!

a cura di
Andrea Munaretto

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di Andrea Munaretto

Nato nell'84 e fin da quando avevo 4 anni la macchina fotografica è diventata un'estensione della mia mano destra. Appassionato di Viaggi, Musica e Fotografia; dopo aver visitato mezzo mondo adesso faccio foto a concerti ed eventi musicali (perché se cantassi non mi ascolterebbe nessuno) e recensisco le pellicole cinematografiche esprimendo il mio pensiero come il famoso filtro blu di Schopenhauer

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