I Bull Brigade tornano con un lavoro che, fin dalle prime battute, chiarisce le proprie intenzioni e segna un ulteriore passo avanti nel percorso della band
“Perché non si sa mai” si apre con una voce profonda e rassicurante, una prefazione che ha sapor di manifesto, un’introduzione che accompagna l’ascoltatore all’ascolto consapevole. L’impressione iniziale è quella di una provocazione rivolta a chi tende a giudicare in fretta senza concedere tempo alla musica: “che poi son tutti opinionisti navigati, avanzi di commissariati, quando esce il disco dei Bull Brigade”. In realtà non c’è risposta esatta a queste domande, è un tranello calzante, il disco richiede esattamente l’opposto: attenzione, pazienza e coinvolgimento. Il giudizio veloce dei nostri tempi ora ha un nemico.
È proprio in questa dimensione che emerge la maturità dei Bull Brigade. Il nuovo lavoro si distingue per una forte componente introspettiva, articolata in una serie di passaggi emotivi nei quali è facile riconoscersi.
Dopo “Primo Sguardo” che apre il carosello tocca a “My Friend”. È un inno all’amicizia autentica, raccontata nella sua dimensione concreta più che idealizzata. Si tocca l’atto pratico a discapito dell’amicizia teorica, la band ha sempre spinto su questo tasto e conferma l’importanza della questione.
“Sopra i muri”, primo singolo estratto, acquista consistenza ascolto dopo ascolto: tra rabbia, disagio e scritte sui muri, il brano riprende elementi spesso abusati nel panorama attuale, restituendo loro peso e credibilità. Specchiarsi dopo anni di percorso e avere sempre chiare le peculiarità di un’attitudine mai scemata ma al contrario in evoluzione.
“Il quindicesimo inverno”, impreziosito dalla collaborazione con Willie Peyote, guarda al passato e a quella formazione umana e culturale che ha segnato intere generazioni, la scuola della strada che ha forgiato animi e decisioni importanti anche quando la testa meritava di sostare in leggerezza e spensieratezza. I richiami ai Negazione e a Marco Ferrante, bomber granata, richiama alla musica e calcio di altri tempi, questi elementi contribuiscono a costruire un quadro coerente e nostalgico.
“Boots” si muove su coordinate simili: un brano che richiama oggetti e simboli difficili da abbandonare, quasi fossero tappe identitarie. Musicalmente, l’introduzione — con un riff evocativo — richiama le atmosfere dei R.E.M., aggiungendo un ulteriore livello di lettura al pezzo, già vicino per attitudine a certe suggestioni care a Francesco Guccini facilmente riconducibili a quella pietra miliare chiamata “Eskimo”.
“Prendere fuoco” si apre con una chitarra che sembra un rombo di motore, in macchina la mano parte automatica ad alzare i giri del volume. Brano dalla natura stratificata: può essere letto come racconto della dimensione live quotidiana, della vita di una band, dell’appartenenza al gruppo Ultras della propria città o più in generale del senso di appartenenza rievocabile nell’esigenza personale di ogni individuo.
La collaborazione coi Fast Animals and Slow Kids trasporta dentro la vecchia macchina dei vent’anni, di ritorno da una serata passata in un centro sociale a sognare la parte onesta dell’America, quella della musica hardcore melodica di cui siamo fondamentalmente tutti figli. Il finale, intenso e partecipato, rappresenta uno dei momenti più significativi del disco.“Che questa banda è una condanna, è il nostro più grande orgoglio” apre allo sfogo, alla pelle d’oca e al sole del mattino di rientro, sempre dentro la vecchia macchina dei vent’anni. Personalmente il picco più alto per trasporto dell’intera produzione.
“Lividi”, con la partecipazione di Giancane, mette in dialogo esperienze diverse ma affini per contenuto e vissuto. Il risultato è uno sfogo lucido, tra consapevolezza dei propri limiti e necessità di preservarsi. La Croce, Gesù Cristo, la città, l’asse Roma-Torino, chilometri a dividere ma lo stesso tarlo ad unire.
Con “Senza spine” si entra nella parte conclusiva del lavoro che si incastra con il successivo e ultimo brano. Canzone che affronta la fine di una relazione con uno sguardo diretto e privo di filtri, aprendo a una riflessione più ampia sul tempo, sulle scelte e sulle possibilità mancate. Mettere sul piatto della sconfitta i propositi non percepiti, mettersi a nudo e andare avanti a mani sporche verso una guerra contro il tempo. L’archiviazione finale dei propositi e probabilmente l’ultima scalata verso una leggerezza che manca all’appello da tempo.
“Farewell” rappresenta il punto più alto della maturità espressiva della band. Il racconto, pur partendo da coordinate geografiche precise, si presta a una rilettura universale, trasformandosi in una riflessione sulla memoria e sull’identità della relazione, che ogni ascoltatore veste con le proprie facce. Il doppio riferimento a Francesco Guccini arricchisce ulteriormente un brano capace di coniugare malinconia e consapevolezza. Un canto agrodolce che ti strattona verso il riascolto quasi avessi necessità di ricantarla per tornare sotto quella pioggia, prima di trovare rifugio nel primo pub disponibile e lasciare fuori il mondo.
Nel complesso, il disco dei Bull Brigade non è immediato, ed è proprio questa la sua forza. Richiede tempo, ma restituisce un ascolto profondo e stratificato, capace di accompagnare l’ascoltatore in contesti diversi, dalla dimensione intima a quella quotidiana. Un disco che diventa un ottimo compagno di viaggio, sia che lo ascolti nelle cuffie camminando, in macchina se stai viaggiando o sotto la doccia a casa tua.
Il concerto del 14 marzo all’Estragon di Bologna, sold out, conferma la solidità di questo nuovo corso. La resa dal vivo riflette una crescita evidente, sia sul piano esecutivo che su quello scenico.
L’apertura dello show segue la sequenza del nuovo disco, scelta che sottolinea la volontà di presentare il lavoro nella sua interezza. In sala si respira un clima di attesa e partecipazione, alimentato da un pubblico eterogeneo ma compatto.
Colpisce in particolare la capacità della band di unire generazioni diverse, creando uno spazio condiviso in cui esperienze e sensibilità si incontrano. Un risultato tutt’altro che scontato.
In apertura, Il Diario di Bordo e Disco Mostro svolgono con efficacia il proprio ruolo, contribuendo a costruire un contesto coerente. Il rapporto tra artisti e pubblico si dimostra diretto e genuino, anche nei momenti precedenti al concerto.
Il live diventa così il riflesso naturale di un percorso costruito nel tempo. Un percorso che può dividere, ma che conferma la volontà della band di evolversi senza compromessi. E che, soprattutto, invita all’ascolto consapevole, restituendo valore al tempo e all’esperienza musicale.
Un concorso di colpe tra band e platea, un genuino 50\50 che mette tutti sullo stesso piano.
Si chiama maturazione, chi non la vede probabilmente non ha capito il messaggio che il punk riserva alla vita o più semplicemente per limite non ha avuto il coraggio di mettere cuore e orecchi al di fuori dei vent’anni. Prima o poi col tempo e le responsabilità bisogna farci i conti.
a cura di
Vasco Bartowski Abbondanza

