“Franco Battiato. Il lungo viaggio”: da domani al cinema il biopic sul cantautore, con Dario Aita 

Uscita evento per “Franco Battiato. Il lungo viaggio”, il racconto dedicato alla vita e al percorso interiore di uno dei grandi nomi della musica italiana. Il film sarà nelle sale il 2, 3 e 4 febbraio, distribuito da Nexo Studios, e prossimamente in onda su Rai 1  

Evento speciale al cinema per il biopic Franco Battiato. Il lungo viaggio, una coproduzione Rai Fiction – Casta Diva Pictures che, diretta da Renato De Maria e scritta da Monica Rametta, non solo omaggia l’arte di uno dei maggiori cantautori italiani, ma – soprattutto – accompagna lo spettatore nel viaggio interiore di un uomo, attraverso i momenti più significativi della sua vita. 

Di fronte a un percorso così lungo e ricco di incontri, sperimentazioni e continui mutamenti, la narrazione si basa su una scelta precisa: concentrarsi sul periodo compreso tra gli anni ‘60 e gli anni ‘90, dall’infanzia in Sicilia, passando attraverso l’arrivo a Milano e gli anni della formazione e della ricerca, fino ad arrivare al successo, seguendo le principali svolte del cammino umano e creativo di Battiato.

La prima parte è dedicata all’infanzia an Ionia, ai piedi dell’Etna, dove il giovane Franco, già appassionato di musica, sogna Milano. È qui che il film introduce alcune tematiche destinate a tornare costantemente: innanzitutto, il rapporto con la madre (vero filo conduttore della pellicola), figura che fin dall’inizio sostiene la sua vocazione (comregalandogli un pianoforte contro il volere del padre) e che lo raggiungerà una volta trasferitosi al Nord, oltre all’episodio biografico della rottura del naso durante una partita di pallone, aspetto che il protagonista ricorderà in futuro come giustificazione del suo aspetto. 

Gli anni milanesi

Dopo questo prologo siciliano, il film approda nella Milano del 1971, già allora centro dell’industria musicale italiana con le sue case discografiche e gli studi di registrazione. Qui vengono raccontate le difficoltà economiche del periodo di Fetus, gli anni della musica elettronica e sperimentale, segnati dall’abbandono delle canzoni d’amore e dei “luoghi comuni”. 

“Io ho sempre pensato di non volere il successo. Io sono per me, non per gli altri.

La narrazione presenta anche alcuni degli incontri che hanno segnato la vita dell’artista: quello con Gianni Sassi, mente creativa della celebre campagna pubblicitaria per i divani Busnelli del 1971, le serate con Giorgio Gaber e Ombretta Colli e le partite a poker nei salotti milanesi con Fleur Jaeggy e Roberto Calasso, con i libri Adelphi a sostituire le fiches.

Dopo il cenno alla stagione di musica underground si passa a un altro incontro importante, quello con il pianista Antonio Ballista, che diventa un punto di riferimento offrendo a Battiato gli strumenti per apprendere a leggere la musica, superando l’approccio puramente istintivo, “a orecchio”. Fondamentali sono anche i legami con Juri Camisasca (interpretato da Ermes Frattini) e con Giusto Pio (Giulio Forges Davanzati), violinista e compositore, con cui nascerà uno dei sodalizi più fecondi della carriera del cantautore, segnando profondamente il suo repertorio.

Nel frattempo cresce in Battiato anche l’interesse per la filosofia e per le discipline spirituali. Il film accenna all’avvicinamento al pensiero di Gurdjieff, alla meditazione e alle pratiche orientali, elementi che diventeranno centrali nella visione del mondo dell’artista e che continueranno ad accompagnarlo nel tempo, fino al misticismo e all’ascesi.

Vorrei tendere all’essenziale.

Il viaggio in Tunisia, non mostrato direttamente nel film – scelta consapevole per mantenere il focus sugli anni milanesi –, resta comunque sullo sfondo come momento chiave di formazione. Lo studio della lingua araba e le suggestioni culturali di quel periodo riaffioreranno più tardi nella musica del cantautore, come nei riferimenti a Tunisi in L’era del cinghiale bianco

La svolta commerciale

La narrazione si concentra infine su un momento cruciale: l’approdo alla musica commerciale, che porterà Battiato al successo. 

“Da oggi ho deciso che avrò successo”.

Con questa affermazione, Battiato sancisce simbolicamente l’inizio di una nuova fase. Dopo quella della musica leggera (intrapresa “per stupidità”) e della sperimentazione (“per ricerca”), arriva ora la stagione della divulgazione, vissuta come scelta di consapevolezza (“per saggezza e lucidità”). È il periodo in cui nascono brani come Per Elisa scritta per Alice e Un’estate al mare per Giuni Russo, in contemporanea con la svolta pop dell’album La voce del padrone, che – con canzoni come Bandiera bianca, Cuccurucucù e Centro di gravità permanente – fu un assoluto trionfo, consacrando definitivamente Battiato presso il grande pubblico e dandogli l’opportunità di esibirsi davanti a migliaia di persone. 

“Sono cambiato soprattutto io, è cambiata l’intenzione di fare musica. Ora sono per il pubblico, una volta ero per me”.

Degli anni ‘80 il film rievoca alcuni momenti emblematici della biografia di Battiato. Capace di restituirne il carattere e la profondità di pensiero è l’intervista del 1981 realizzata da Mario Luzzatto Fegiz presso lo show televisivo Mister Fantasy, quando, alla domanda sull’origine di Centro di gravità permanente, il cantante rispose con tagliente ironia: “Una mia amica cercava un centro dove farsi la permanente”, ad evidenziare l’impossibilità di spiegare un concetto così complesso in pochi secondi. 

Memorabile anche l’esibizione del 1989 in Vaticano davanti a Papa Giovanni Paolo II con E ti vengo a cercare, in un’esecuzione interrotta forse per l’emozione, forse per un coinvolgimento più profondo. 

Le figure femminili nel percorso di Battiato 

Il film dedica grande attenzione al rapporto di Battiato con le figure femminili, a partire dalla presenza costante nella sua vita della madre. Il suo legame con Franco costituisce l’asse emotivo principale dell’intero racconto, a tal punto che la pellicola si interrompe simbolicamente con la sua morte. A rievocare l’affetto verso la figura materna, le scene finali sono caratterizzate da una dolcezza commovente, nel momento in cui Battiato le dedica i versi di La cura, canzone che esprime il senso di protezione che ha segnato il loro legame.

“Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono
Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare”.

La cura, Franco Battiato

Accanto a questo rapporto viene ritratto con sensibilità quello con la scrittrice svizzera Fleur Jaeggy, interpretata da Elena Radonicich: un legame profondo, fondato su uno scambio artistico e intellettuale che supera la dimensione corporea alla ricerca di un’unione più elevata e in cui lei comprende come nessun altro il mondo interiore di Battiato. 

“L’amore vero non ha niente a che fare col sesso. In questo mio passaggio terreno è una cosa che vorrei solo sfiorare… non voglio perdermi”.

La notevole interpretazione di Dario Aita

Particolarmente convincente è l’interpretazione di Dario Aita, che – anche lui siciliano, come Battiato – da subito è parso destinato a questo ruolo

Del Maestro, l’attore restituisce con misura il tono di voce, le inflessioni dialettali, i gesti e la postura, evitando un’imitazione caricaturale. Attraverso lo sguardo, Aita riesce a rendere la tensione continua di un uomo proiettato in avanti, alla ricerca di un completamento di sé

In questa restituzione si avvertono – oltre al meticoloso lavoro sulla gestualità e sulla voce – la partecipazione emotiva dell’attore, l’attenzione e la sensibilità con cui ha affrontato il ruolo: un coinvolgimento che emerge sullo schermo e che ha colpito fin dall’inizio anche la famiglia del cantautore.

Aita presta anche la voce – reinterpretandole con un talento inaspettatoalle canzoni presenti nel film, selezionate accuratamente per accompagnare in modo coerente le diverse fasi della carriera di Battiato ed espressione della sua tensione verso il trascendente: da Fetus a Nomadi e dalla versione live di Stranizza d’amuri a L’era del cinghiale bianco, fino a Bandiera bianca, Cuccurucucù, Centro di gravità permanente, E ti vengo a cercare, La stagione dell’amore e, infine, La cura.

In alcuni casi, come per Centro di gravità permanente o L’era del cinghiale bianco, il film ricrea visivamente momenti ispirati agli iconici “videoclip”.

La ricerca del sé interiore 

Franco Battiato. Il lungo viaggio trasforma la biografia del cantautore nel racconto di un percorso esistenziale, ricco di trasformazioni artistiche e spirituali

Io chi sono?: così si domanda il Franco bambino in un tema delle elementari. Questo interrogativo – che lo accompagna fin dall’infanzia – attraversa l’intero racconto e si traduce in una ricerca ininterrotta, rivolta oltre la fama, verso una verità “altra”, mai del tutto afferrabile. Una dimensione più profonda e spirituale.

A questa domanda viene data una risposta provvisoria quando Battiato si definisce “un fantasma postapocalittico venuto dal futuro”, un’espressione che rivela il suo senso di non appartenenza rispetto al mondo che lo circonda. Ancora nel finale del film, essa torna nelle riflessioni del protagonista, che afferma: 

“E chissà quante vite avevo già alle spalle. Ci penso ancora e continuerò a pensarci, perchè non c’è una risposta, e se c’è, non è una sola… sono tante. È questa la risposta”. 

Questa ricerca incessante trova rappresentazione nella figura che l’artista vede e segue sullo sfondo di un Etna innevato: una presenza di spalle che non fugge, ma avanza lentamente. Un’immagine ricorrente nei sogni del cantautore, metafora del viaggio della sua stessa anima e della tensione costante verso qualcosa di irraggiungibile, una verità che non si lascia afferrare, ma che continua ad attirarlo

Raccontare Battiato sfiorando la complessità 

Franco Battiato. Il lungo viaggio è un biopic che presenta la figura del cantautore in modo chiaro e coinvolgente, senza toni didascalici o banalizzazioni

Una delle sfide principali affrontate dalla sceneggiatrice Monica Rametta è stata senza dubbio la selezione degli eventi della vita del cantautore, inevitabilmente condizionata dai 115 minuti di durata della pellicola entro cui condensare la molteplicità di incontri, influenze culturali, fasi musicali che hanno scandito i decenni centrali della vita di Battiato: è evidente che ciò comporta che molti aspetti della sua carriera siano solo accennati e non approfonditi quanto la figura meriterebbe.

D’altra parte, alcuni allontanamenti dalla realtà storica – come lo spostamento temporale di determinati eventi o la caratterizzazione di alcune figure – rispondono alle esigenze della narrazione e ai canoni dell’intrattenimento. Pur non passando inosservate a chi conosce in modo approfondito la storia dell’artista, queste licenze non disturbano né compromettono la fruizione complessiva del film, che mantiene un buon equilibrio tra biografia e parti romanzate, venendo incontro alle esigenze del duplice pubblico, cinematografico e televisivo

Il film coinvolge lo spettatore pur in assenza di grandi eventi spettacolari o drammatici, puntando piuttosto su un racconto intimo che non mitizza Battiato ma lo ritrae nella sua autenticità e nel suo cammino di ricerca interiore, in un ritratto completo che riesce ad avvicinare l’uomo anche a chi non lo conosceva

“Non considero questo film una biografia, ma una storia, un cammino, un viaggio. Pensavo a questo mentre lo costruivo”

Monica Rametta, sceneggiatrice

L’appuntamento con Franco Battiato. Il lungo viaggio è il 2, 3 e 4 febbraio al cinema, per un’uscita evento che precede la messa in onda televisiva su Rai 1 e invita il pubblico a intraprendere questo percorso attraverso la musica, il pensiero e l’umanità di Franco Battiato.

a cura di
Micol Perotti

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