Sentimental Value – la recensione in anteprima del nuovo film di Joachim Trier

Sentimental Value, il nuovo film di Joachim Trier arriva nelle sale il 22 gennaio. Già vincitore del Gran Premio Speciale della Giuria a Cannes e di una statuetta ai Golden Globes, sarà sicuramente tra i protagonisti ai prossimi Oscar. Un film che stupisce e che segna il definitivo traguardo a Hollywood per il cineasta norvegese.

Joachim Trier è ormai prossimo alla consacrazione da parte del grande pubblico. Dopo l’incursione nell’horror con il suo Thelma (2017) e il capitolo conclusivo della sua trilogia di Oslo, La persona peggiore del mondo (2021), il regista norvegese torna nuovamente a indagare i rapporti genitoriali, questa volta nella sua forma più completa.

Il suo Sentimental Value, infatti, fin dalla premiere a Cannes ha subito riscontrato grandissimi consensi, conquistando il Gran Premio Speciale della Giuria, e racimolando recensioni entusiastiche. Ai Golden Globes l’abbiamo visto presenziare con ben 8 candidature, e non abbiamo dubbi che sarà uno dei titoli protagonisti anche durante la prossima notte degli Oscar.

La premessa

Nora (Renate Reinsve) è una talentuosa attrice di teatro, ma che sembra convivere con un profondo malessere esistenziale. Non ha grossi legami emotivi, se non con la sorella Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) con cui condivide una profonda connessione.

La loro storia prende corpo nel momento della perdita della loro madre Sissel, che porta in scena il vero dramma che ne consegue: il rientro del padre Gustav (Stellan Skarsgard). L’apparente ricongiungimento della famiglia però, svela subito le sue profonde crepe che si celano dietro di esse. L’uomo è diventato un regista affermato e amato in tutto il mondo. Le sue figlie, però, lo accusano di essere stato assente nelle loro vite nel corso degli anni.

Ma Gustav si dimostra rammaricato per il passato e intenzionato a ricostruire il rapporto con Nora, proponendole una sceneggiatura che ha scritto appositamente per lei. Ma la figlia non vuole saperne e il ruolo finisce nelle mani della star Rachel Kemp (Elle Fanning) che si vedrà al centro di un vero e proprio conflitto familiare.

Una famiglia non affatto semplice

Fin dalle prime battute ci appare chiaro come l’affresco familiare proposto da Trier non sia affatto uno dei più canonici e che il suo racconto voglia abbracciare un arco temporale che comprende più generazioni.

Come Here di Zemeckis, anche qui la casa diventa protagonista ed essenziale in una riflessione sul tempo, sulla memoria e sui cambiamenti delle vite della famiglia che nel corso degli anni ha abitato quel luogo. Le crepe della casa, le vecchie fondamenta sembrano diventare la metafora di un nucleo di poche persone, che anziché essere unito, sembra sempre più fragile e il cui affetto si regge sempre più flebilmente.

Sentimental Value diventa quindi uno specchio sia per Nora che per suo padre Gustav per guardarsi indietro e per razionalizzare ferite che sembrano una maledizione generazionale. Una famiglia che sembra legata a doppio filo con la sensibilità, quasi fosse ereditaria, e dalla quale ci si può solo fare i conti.

Il cinema come strumento salvifico

Il cinema arriva così dal cielo come fosse uno strumento salvifico, e per Gustav probabilmente è ciò che l’ha spinto ad andare avanti, senza crogiolarsi nei rimpianti. La settima arte ha per lui il potere di esorcizzare questi scheletri nell’armadio. Risulta di conseguenza ovvio il perché voglia insistere tanto nell’affidare il suo nuovo film proprio alla figlia.

Perché vede nell’arte che meglio conosce la possibilità di trovare un linguaggio – forse l’unico che comprende – per connettersi con Nora, per capirla, come non ha mai fatto prima. Come Guadagnino aveva fatto con After the Hunt, anche il regista norvegese torna con un film profondamente Alleniano che ci spinge anche a riflettere su quanto questi autori come Gustav – o lo stesso Trier probabilmente – non riescano a fare cinema senza riuscire a smettere di raccontarsi e di proiettare i propri drammi personali.

Non a caso, oltre il già menzionato tema comune del conflitto genitoriale, i punti comuni con il precedente film del regista sono davvero molti, quasi fosse questa una duologia: dal peso dei sensi di colpa, dalla perenne immobilità di fronte certe scelte, la difficoltà di comunicare in modo sano e l’arte come veicolo liberatorio. E a questo punto è lecito pensare quanto tra i due film ci sia di biografico per il regista. E quanto spesso dietro opere di questo tipo si celi il dramma personale del proprio autore.

Come per Gustav, anche per Nora la sua arte – il teatro – è il mezzo di elaborazione perenne, ma se per il padre sembra essere salvifico, la nostra protagonista è visibilmente irrisolta, spaventata e divisa tra due volontà. Nei suoi ruoli non elabora i suoi traumi, li accantona solo momentaneamente immergendosi in altre vite, nuovi ruoli da interpretare. Ma a conti fatti i due rimangono solo facce diverse della stessa medaglia.

Un altro passo avanti per il regista

Sentimental Value è la dimostrazione della maturazione artistica del Joachim Trier, ora a metà tra cineasta europeo e prossimo al sistema hollywoodiano. Torna anche questa volta in ruolo da protagonista Renate Reinsve, sempre in forma smagliante e ormai attrice feticcia del suo cinema, ma anche Anders Danielsen Lie, qui con un ruolo più piccolo. Ma a loro si affiancano anche le ottime prove di Elle Fanning e di Stellan Skarsgard – che gli è stata appena premiata ai Golden Globes – in uno dei ruoli più belli e affascinanti della sua immensa carriera.

Non è solo la loro direzione a stupire, ma tutto l’impianto filmico che fonde perfettamente l’atmosfera da dramma nordico, a film di Woody Allen: dalla presenza centellinata dell’umorismo, ma sempre raffinata e spesso legata al cinema, alla scrittura dei dialoghi, all’uso di musica jazz nei momenti più rilassati. Il dramma non viene quindi mai appesantito, e l’alternarsi tra lo sguardo di Nora e la produzione del film di Gustav bilancia perfettamente il ritmo della pellicola, nonostante il tono e la durata.

La regia riesce a dosare sempre bene i tempi, anche quando devono essere compassati, senza dare il senso della superficialità, restituendo l’idea di un film elegante e raffinato, ma che non risulta mai stucchevole o artificioso.

In conclusione

Che Joachim Trier fosse una voce autorevole del cinema europeo, c’era poco da obiettare già vedendo i precedenti film. Forse il cognome è già di base una garanzia di cinema che vuole lasciare il segno, ma dopo Sentimental Value saranno in tanti a scoprire i film di questo cineasta e probabilmente, a innamorarsene. L’interesse a questo punto per il futuro si rinnova e lo aspettiamo tutti al banco di prova per il prossimo, perché la sua voglia di certificarsi come autore è ormai alla luce del sole.

a cura di
Alfonso La Manna

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