Gabriele Muccino presenta “Le cose non dette” in conferenza stampa

Il celebre regista Gabriele Muccino presenta “Le cose non dette”, con Miriam Leone, Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Claudio Santamaria, Beatrice Savignani e Margherita Pantaleo. Una storia di amicizia, amore e scelte difficili, tra fragilità umane e relazioni al limite

Alla conferenza stampa per la presentazione del nuovo film di Gabriele Muccino, il regista racconta la genesi del progetto, le scelte dei personaggi e il coinvolgimento degli attori. Le cose non dette è un film ispirato al romanzo Siracusa di Delia Ephron e arriverà nelle sale domani, giovedì 29 gennaio, trattando temi quali amicizia, amore e trasformazione, con un’attenzione particolare al ruolo delle donne e alla complessità dei rapporti umani.

Nella pellicola viene citato Stendhal e il suo “Il rosso e il nero”: ogni vera passione pensa solo a se stessa. Qual è la genesi del film e che cosa sentivi il bisogno di raccontare?

Gabriele Muccino: “La genesi parte dalla scoperta di questo meraviglioso libro, “Siracusa”, che in molti avevano già provato ad adattare, senza riuscirci. Ho deciso di provarci io e ho scritto la sceneggiatura in venticinque giorni. Il plot era molto solido e il motivo per cui sono riuscito a farlo mio è che quei personaggi li conoscevo già perfettamente.

Dalia e il suo lavoro sono affini ai miei protagonisti di sempre: persone in cerca di felicità che non riescono a trovarla, ed è una cifra stilistica che mi appartiene. C’era poi un plot twist molto forte, non tipicamente mio, ma che mi ha subito interessato.

Ho scelto i miei prediletti – Accorsi, Santamaria e Crescentini -, che mi hanno detto sì immediatamente, senza sapere quasi nulla. Elisa, invece, era un ruolo più complesso: oltre ad assumere il mio punto di vista, è un personaggio che vive di implosione e che non vuole fare domande. Trovare un’attrice in grado di sembrare empatica e cauta non è stato semplice, ma l’ho trovata in Miriam Leone.”

Miriam, ti sei resa conto di rappresentare lo sguardo del regista in questa storia?

Miriam Leone:“Sono felicissima di essere in un film di Muccino. Da regista dirige un gruppo come se fosse una grande orchestra ed è bellissimo sentirsi come uno strumento parte di essa. Avevo capito fin da subito che questo personaggio, Elisa, fosse molto complesso, già dalla scrittura. La sfida più grande è stata lavorare per sottrazione, infatti togliere è molto più difficile che aggiungere.

Ci siamo posti moltissime domande su come far mantenere ad Elisa uno sguardo intelligente sulle cose e ci siamo immedesimati ed esercitati sull’empatia: spesso crediamo di avere tutto sotto controllo, quando invece l’inconscio nasconde molto altro.

In questo film sono le donne a mettere in moto l’azione: non subiscono, cercano di cambiare le cose. Elisa sposta lo sguardo, osserva la realtà da un altro punto di vista. È un film che parla di amore, di amicizia e della fragilità e dell’imperfezione delle relazioni umane. È qualcosa che riguarda tutti.”

Stefano, il tuo personaggio attraversa le stagioni della vita e dell’amore e si trova davanti a una scelta decisiva, a un bivio che cambia tutto. Quanto è centrale quel momento spartiacque?

Stefano Accorsi: “Mi piace sempre moltissimo lavorare con Muccino perché i suoi personaggi raccontano qualcosa di noi, anche quando non ci fa piacere riconoscerlo. Quando qualcuno tocca dei nervi scoperti, spesso proviamo fastidio; spesso ci sono cose di noi stessi che non valutiamo semplicemente perché non ne siamo consapevoli, e i suoi film hanno la capacità di portarle a galla, costringendoci a fare i conti con quello che siamo davvero.

Quel piccolo momento spartiacque dove tutto può prendere una piega diversa: quante volte ci capita davvero? Ci sembra piccolo eppure basta poco perché si ingrandisca e porti con sé conseguenze enormi. Mi affascina il fatto che, attraverso una struttura articolata, si riesca a parlare di sentimenti umani e di vita quotidiana. I film di Muccino spostano il punto di vista: si passa dal giudicare al comprendere sé stessi.”

Carolina Crescentini, nel film emerge l’idea che non sappiamo mai davvero chi abbiamo di fronte. È questo uno dei temi centrali? Fino a che punto possiamo spingerci nel conoscere gli altri?

Carolina Crescentini: “Interpretare Anna è stato come scontrarsi con uno specchio che non ti rimanda l’immagine che vorresti. È un personaggio profondamente stratificato: ti colpisce con provocazioni e verità taglienti, costringendoti a fare i conti con quello che sei. La cosa paradossale è che lei è spietatamente sincera con gli altri, ma non riesce a esserlo con sé stessa. È prigioniera dell’incapacità di accettare la realtà e non ha mai trovato il coraggio di prendere in mano la propria vita per andare davvero incontro alla felicità.

Si è incastrata da sola in una gabbia: ha scelto un uomo basandosi sui propri traumi passati e il risultato è che oggi si ritrova disperatamente sola. Grida, urla costantemente pur di farsi vedere, senza rendersi conto che con questo rumore assordante ottiene l’effetto opposto: le persone, spaventate, si allontanano.”

Claudio, da quanto tempo conosci Gabriele Muccino e che tipo di lavoro condividete sul set?

Claudio Santamaria: “Ci conosciamo dal 1997. Quando mi ha scoperto giravo di giorno con Gabriele e la sera facevo teatro, avevo ventitré anni. Era un regista ossessionato dal piano sequenza: avevo la sensazione di lavorare a teatro, perché la macchina da presa diventava un altro attore in scena.

Ricordo che provavamo tantissimo, perché era maniacale nel cercare la chimica tra gli attori. Per lui una scena funziona solo se funzionano le relazioni.”

Beatrice, sei una delle sorprese del film e interpreti un personaggio complesso, che sogna un amore impossibile. Come ti sei confrontata con questa dimensione?

Beatrice Savignani: “Blu è un personaggio molto intenso perché compie una scelta controcorrente, in un mondo fatto di bugie. È una scelta coraggiosa, perché ha il sincero bisogno di essere amata e vista in una realtà in cui poi non viene scelta.

Le omissioni di chi le sta accanto la fanno precipitare in un baratro da cui non potrà salvarsi. È un personaggio che si mette in discussione ed è molto determinato nel portare avanti ciò in cui crede: l’amore. Per me è stata una grandissima fortuna poterla interpretare e mi ha insegnato a non avere paura dei personaggi scomodi.”

Margherita, sei spesso in scena e il tuo personaggio vive un rapporto difficile con la madre, ma molto profondo con Carlo. Che ruolo ha questo legame nella sua crescita?

Margherita Pantaleo: “Vittoria è una tredicenne che si sente in trappola, essendo in piena preadolescenza. La madre la protegge tenendola in una bolla ma lei si sente soffocare e trova rifugio nelle parole e nella persona di Carlo, perché lui la vede e la tratta per quella che è.

In lui trova il padre che non ha mai avuto e che non riconosce in Paolo. Credo che Carlo sia la chiave per liberarla da questa gabbia.”

Nel film emergono toni noir e un ritmo sempre più incalzante. Come ti sei confrontato con questa sfida e quanto è stata determinante Tangeri?

Gabriele Muccino: “Non ho mai ragionato in termini di genere: per me questo era un film sulle relazioni portate allo stremo, come nelle grandi storie romantiche ottocentesche. Volevo indagare quella zona d’ombra dove l’intimità diventa pericolosa, capire fino a che punto gli esseri umani possano farsi del male quando non hanno più filtri. Non mi interessava la superficie, ma volevo che i miei attori – e con loro il pubblico – arrivassero fino in fondo, nell’abisso di quello che diveniamo quando tutto il resto crolla.

Ho scoperto Tangeri mentre scrivevo il film. Ero in Spagna e ce l’avevo davanti. Ci sono andato in traghetto e tornando ho pensato che fosse il luogo perfetto per girare un film. È magnetica, ti fa sentire senza maschere. Era il posto giusto per perderle.”

a cura di
Michela Besacchi

Articolo realizzato con l’utilizzo parziale di intelligenza artificiale

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