Un’accurata e profonda parafrasi musicale del sentimento più bistrattato nei versi degli autori nazionali o “è solo (un altro) lunedì”? Parliamo un po’ del nuovo album di Tutti Fenomeni, in uscita il 23 febbraio per 42 Records/Epic Records Italy
Tutti Fenomeni, dopo il successo di “Merce Funebre” e “Privilegio Raro”, ha ampliamente dimostrato quanto la sua penna si distacchi, per originalità e raffinatezza, da qualsiasi artista contemporaneo. Al terzo e nuovo album, sembra non curarsi di ricercare metafore estrose o suoni astrusi. “Lunedì”, complice la produzione di Giorgio Poi, non ha paura di attingere dall’attitudine dell’indie pop nazionale anni ’10/’20. Temi e melodie ricordano senza timore le più sdolcinate dichiarazioni d’amore del cantautorato.
L’album si apre con “La ragazza di Vittorio”, uno dei singoli che ne ha anticipato l’uscita. Caratterizzato da un elenco a tratti disturbante e una tastiera malinconica, il brano rimanda sia ai bassi fondi delle classifiche sanremesi, sia alle vette delle classifiche internazionali anni ’80. La triste ballata malinconica sembra voler ricordare in ogni suo aspetto la bellezza che risiede nei sentimenti più scontati, in contrasto con la grettezza di un’artificialità che tenta goffamente di soddisfare i bisogni umani più profondi.
Segue “Col tuo nome” che persiste sulla stessa scia tematica romantica. Dal punto di vista sonoro, i synth “prepotenti” ricordano i brani più orecchiabili di Tutti Fenomeni, ma estremamente contaminati dal pop romano dello scorso decennio. Anche “Mao” adotta la stessa commistione: ha un ritornello difficile da togliersi dalla testa, un paio di versi apparentemente demenziali e citazioni raffinate nella loro stravaganza. “Morire vista mare” è palesemente figlia di “Dibolik” e “Marcel”: la struttura delle strofe rievoca incredibilmente il disco d’esordio.
“Piazzale degli eroi”, dietro un’apparente parvenza di dolcezza, nasconde un “rimprovero” collettivo acido e spigoloso. A partire da questo punto, si rivela la vera matrice di “Lunedì”: un disco critico travestito da opera melensa. “La felicità del cane” ne è la prova. La “pausa pubblicitaria”, a metà album, affida ad una voce infantile frasi taglienti e misantrope. “Vanagloria”, con metafore sui panini, cognomi di politici e calciatori, nomi di città, rime baciate, si fa spudoratamente beffa dei cliché delle hit indie.
Cambia completamente tono “Formentera”. È probabilmente la più cupa e malinconica delle dieci tracce. Un sassofono accompagna egregiamente gran parte del brano trasmettendo un’atmosfera ancora più intima. “Febbraio” fa tornare “Lunedì” sui propri passi con un riferimento goliardico ai Gazosa e un’elettronica frenetica. Chiude il disco “Love is not enough”: un incrocio vincente tra una canzone britpop e una “alla Vasco Brondi”. Tra una massa di autori che afferma di non possedere alcuna risposta, Tutti Fenomeni non teme di sentenziare sull’amore.
Nel complesso, “Lunedì” riesce nel suo intento di dare agli ascoltatori di Tutti Fenomeni un’illusione di cambiamento della sua scrittura. Sembra voler fingere di voler vestire i panni del cantante nazionalpopolare, per poi svelare quanta intensità possa nascondersi sotto ad essi. L’artista è riuscito a mantenere egregiamente la sua dialettica cambiando solo la superficie, l’estetica, del suo lavoro. Probabilmente, “Lunedì” non riuscirà mai a superare, in termini di gradimento, i suoi due predecessori, ma ribadisce sicuramente quanto Tutti Fenomeni sia uno degli autori più brillanti mai visti in Italia.
a cura di
Lucia Tamburello

