Ci sono dischi che non si limitano a scorrere in sottofondo: si aprono come una crepa nel cemento dell’adolescenza e ti chiedono di guardarti dentro. “Breach” è uno di quelli. È uno schiaffo e una carezza, una ricaduta che si traveste da guarigione
Ogni volta che i Twenty One Pilots tornano con un nuovo album, sembra di rivedere un vecchio amico che non sai se abbracciare o rimproverare.
Con “Bleach”, Tyler Joseph (voce) e Josh Dun (batteria) tornano a scavare nel proprio mito; non per salvarsi, ma per capire se ne è valsa davvero la pena. Come chi apre una porta rimasta chiusa per troppi anni, l’ottavo album del duo dell’Ohio è l’epilogo della loro decennale concept story, lanciata dal fortunato “Blurryface”.
Registrato con il fedele Paul Meany (già produttore dei The Wombats e Pierce the Veil), il seguito di “Clancy” (2024) è il disco della transizione: quello in cui la band prova, per la prima volta, a raccontarsi senza filtri.
Atto di fede tra catarsi e corti circuiti
Tyler non predica più, confessa. In City Walls sussurra “Entertain my faith” come un invito a restare, anche quando la fede sembra un’abitudine. Il brano cresce piano, tra synth e pianoforte, con la calma di chi ha smesso di scappare.
Poi arriva Rawfear, che trasforma l’ansia in groove: “Learning all that really matters is a slow and painful lesson”. È un brano che balla sulla propria tachicardia, un esercizio di autocontrollo che finge leggerezza.
E quando in Drum Show Josh prende il microfono per la prima volta, il disco si apre come una finestra: la sua voce è una fenditura d’aria nel cemento, la batteria esplode e diventa un atto di fede fisico, sudato, liberatorio.
Musicalmente, Breach è un collage febbrile: rap-rock anni duemila, glitch pop, gospel digitale e melodie emocore. Non resta difficile trovarci dentro la malinconia luminosa dei MGMT, la rabbia repressa dei Linkin Park, ma anche le ambientazioni sonore dei The Postal Service.
La liturgia del disordine
The Contract è il manifesto paranoico: “I check the doors, check the windows and pull the blinds”, il rosario ripetuto come un mantra, da chi teme che il dolore possa infiltrarsi da qualsiasi fessura. Garbage, invece, è la parentesi pop e autoironica, “Yeah, I feel like garbage”, la risata isterica che precede il pianto.
Cottonwood, dedicata al nonno di Joseph, è la scheggia gentile che non indulge in sentimentalismi: pianoforte e archi che si posano lievi come neve sugli alberi.
Tredici brani, tredici piccole lame e cerotti. “My tattoos only hurt when meaning fades”, canta Joseph in Center Mass, come se la sofferenza servisse a ricordarci cosa ci unisce davvero. In Downstairs la confessione diventa supplica, dove il caos e la poesia convivono senza tradirsi nell’impossibilità di ottenere risposte facili.
I Twenty One Pilots restano un ossimoro vivente: clown e predicatori, ironia e catechismo, la fragilità travestita da spettacolo. Days Lie Dormant e Tally lo dimostrano: due brani caleidoscopici dove buio e luce si rincorrono, tra synth isterici e armonie quasi liturgiche.
Titoli di testa coda
Intentions, chiude il cerchio e lo riapre senza terremoti: “I am starting it all over once again, did I learn a thing?”. Non è un addio, ma un respiro. Come nel film Magnolia, il miracolo non è l’esplosione bensì nel falling-out emotivo: quando tutto tace, resta solo il battito per risalire.
E così, resta il silenzio, la tregua che non cerca risposte ma ti accompagna a bere l’ultima e poi l’ultimissima. Dentro c’è la resa, ma anche il coraggio di esporsi senza ricatto, la fede incrinata che ancora tiene in piedi le relazioni umane, la voglia ostinata di ricominciare.
Un album pieno di stimoli, derivazioni, tutt’altro che ermetico e minimale. Ogni ascolto aggiunge un dettaglio, un nuovo battito di coscienza come il diario di chi non cerca più la catarsi, ma compagnia nel disagio. È la maturità vista dal riflesso della giovinezza, con le stesse occhiaie ma uno sguardo consapevole: non siamo più interi, ma ci stiamo provando.
a cura di
Edoardo Siliquini

