Sirāt – la recensione in anteprima di uno dei migliori film dell’anno

Sirāt è un film di produzione spagnola-francese diretto da Óliver Laxe. Nel cast Sergi López, Bruno Núñez Arjona, Richard Bellamy, Stefania Gadda, Joshua Liam Henderson, Tonin Janvie e Jade Oukid. La pellicola è stata presentata a Cannes dove ha vinto il Premio della giuria ed è in concorso ai Golden Globes come “Miglior film straniero”. Nelle sale italiane a partire da oggi, giovedì 8 gennaio.

Iniziamo già col dire che Sirāt non è un film “tipico”. Il regista ha espresso in varie interviste la volontà, di superare i propri limiti e di definirlo come un elettroshock per lo spettatore, e specialmente quest’ultima dichiarazione è quella più veritiera in assoluto.

Sirāt è un viaggio ipnotico, crudele e catartico, ma – allo stesso tempo – incredibilmente umano, senza pregiudizi e pieno di speranza. Una dicotomia presente già nel significato del suo titolo, plasmata all’interno della pellicola attraverso paesaggi sperduti e la cultura techno.

Trama

Insieme al piccolo Esteban (Bruno Núñez Arjona), Luis (Sergi López) si dirige ad un rave techno situato nelle montagne sperdute del Marocco per cercare Mar, la sua figlia più grande sparita tempo prima durante una di queste feste.

A seguito di un intervento militare per fermare la festa, il duo decide di seguire un gruppo di ragazzi in direzione di un altro rave. Quello che inizialmente è un viaggio classico, con una crescente fiducia tra Luis, Esteban e i raver si trasformerà presto in un incubo. Le certezze e le intenzioni cambieranno in modo imprevedibile sia per i protagonisti, sia per lo spettatore.

Che cosa significa Sirāt?

Come accennato poc’anzi, già nel suo titolo il film mette in chiaro la sua dualità, e proprio all’inizio della pellicola viene spiegato il suo significato.

“Sirāt” è un termine religioso dell’Islam che si può tradurre come “sentiero” o “cammino” e che fa riferimento sia alla retta che conduce da Dio, sia ad un ponte stretto sull’Inferno che le anime devono superare per poter accedere al Paradiso.

Il regista Óliver Laxe fa sue entrambe le versioni della parola, proponendo una prima metà di film che, nonostante l’originalità data dalla location e dal voler raccontare una subcultura come quella dei raver techno, mostra (almeno inizialmente) un canovaccio molto classico, con i personaggi in cerca di una persona che si devono spostare da un punto A ad un punto B e che, nel mentre, creano un legame tra loro.

Questa prima parte è molto umana e positiva, per quanto si faccia riferimento nelle radio e tramite altri segnali ad un’imminente guerra. Si può considerare la rappresentazione del primo significato della parola “Sirāt”, ovvero una retta che per quanto ripida conduce direttamente a Dio.

Nella seconda parte, però, attraverso un colpo di scena improvviso che ribalta totalmente la pellicola risultando (per riprendere le parole del regista) “un elettroshock sia per i personaggi che per lo spettatore”, prende forma il significato più oscuro del termine.

Un film che ribalta tutto

Nel suo secondo atto, Sirāt cambia totalmente. Si plasma in un qualcosa di oscuro, intenso ma soprattutto imprevedibile. Cambiano gli obiettivi per i personaggi e un viaggio pieno di speranza si trasforma in un qualcosa di indefinito. Diventa un’opera per certi versi più onirica e molto più decisa e diretta nei suoi simbolismi.

Il significato più cupo di “Sirāt” prende piede senza mezze misure, fino ad arrivare ad un’ultima mezz’ora piena di ansia e tensione, che farebbe invidia a pellicole puramente di genere horror. Se “Sirāt” è anche un ponte stretto sull’Inferno prima di giungere al Paradiso, Óliver Laxe ha scelto, senza mezze misure, una rappresentazione di questo cavalcavia il più cattiva e cruda possibile.

La musica techno

Oltre ad viaggio spirituale, la pellicola è anche una lettera d’amore al mondo della musica techno e alla sua rappresentazione più estrema: i raver. Laxe li mostra e li racconta senza stereotipi e giudizi: coloro che accompagnano i due protagonisti sono, sì, dei disperati e degli outsider senza dimora fissa e che usufruiscono di droghe (spesso allucinogene), ma allo stesso tempo personaggi dalla profonda umanità e gentilezza, liberi da qualsiasi tipologia di pregiudizio che li ha a loro volta reclusi.

“La mia compagna era una raver, con lei ho partecipato a molte feste itineranti e mi sono sentito a casa. Tutte le persone che ho conosciuto erano rotte dentro, proprio come me. Alla fine ho scoperto di essere un raver anche io. Solo un raver poteva realizzare questo film. E quando dico raver, intendo qualcuno che supera i propri limiti, come deve fare un artista. Assolutamente, sentivo una responsabilità. Noi registi rubiamo dalla vita, ma poi dobbiamo restituire ancora più energia.”

Óliver Laxe

Oltre a ciò, è propria la musica techno in sé, a dominare totalmente la colonna sonora del film. Non solo nelle scene ai rave, ma anche nelle riprese alla guida e nei momenti più onirici, straniando ma, allo stesso tempo, catturando lo spettatore. La techno si può considerare non solo mezzo e simbolo del film, ma anche vera e propria protagonista.

Non è un genere musicale “facile”, e sicuramente ciò renderà diverso per chiunque si approccia al film il suo apprezzamento (per quanto non si tratti di techno pesante). Nonostante la diversità del proprio gusto musicale, sarà impossibile non farsi ammaliare da questo binomio tra la techno e gli sperduti paesaggi deserti.

“Ho lavorato con Kangding Ray, un musicista techno molto famoso. Volevamo creare qualcosa di catartico all’inizio del film. E lentamente la musica diventa più trascendentale, esoterica, spirituale. Ci avviciniamo, attraverso la musica ambient, alla musica sacra.”

Óliver Laxe
I personaggi

Anche la scelta di proporre un ristretto gruppo di personaggi è stata molto saggia. In pochissimo tempo impari a conoscerli tutti e a sentirli vicino a te, anche senza avere informazioni dettagliate su di loro. Lo spettatore non sa praticamente nulla del passato, né de raver, né di Luis. Non sai perché la figlia è scappata, puoi intuirlo e teorizzarlo da poche frasi accennate, ma non avrai mai una certezza assoluta. Come accennato prima, sono l’umanità e il sentimento di fratellanza a farti amare i raver e a fartici avvicinare insieme a Luis e Esteban. Non serve altro.

Pure a livello recitativo Sirāt ha del miracoloso. Solamente Luis e Esteban sono interpretati da attori di mestiere, mentre il gruppo di raver è composto da persone non professioniste o con pochissima esperienza. Nonostante ciò, non c’è un singolo momento all’interno del film in cui si nota un distacco di qualità tra la prova attoriale di Sergi López e quella degli altri, sia a livello vocale che espressivo.

Il lato tecnico

Infine, il film è straordinario anche in ambito tecnico. Oltre alla colonna sonora azzeccata, (citata poco fa), la pellicola ha un ottimo comparto sonoro e soprattutto una validissima regia e fotografia, che gioca con campi lunghi, ottimi colori e riprese dalla forte natura simbolica e artistica, specialmente nella seconda parte.

Merito da attribuire anche ai meravigliosi paesaggi della pellicola che, nonostante solo in parte siano effettivamente del Marocco, contribuiscono enormemente alla qualità delle riprese.

“È faticoso girare nel deserto, ma deve essere così. La bellezza ha delle regole. E Sirât parla di questo. Di come la vita non ti dà ciò che cerchi, ma ciò di cui hai bisogno. Poi è stato un film estremamente difficile da finanziare. Viviamo nel fascismo della luce. Non c’è più spazio per l’ombra, l’ambiguità, il lirismo, l’esoterismo, la polisemia. L’arte è troppo razionale. Ecco perché Sirât è un miracolo.”

Óliver Laxe
In conclusione

Sirāt, come detto nel titolo, è uno dei film migliori dell’anno. Un’esperienza non convenzionale, intensa e unica. Se siete disposti ad uscire da una confort zone che il cinema mainstream è andato a creare nel corso del tempo, corrette in sala a partire da oggi, 8 gennaio.

Questo film è Cinema al cento per cento.

a cura di
Andrea Rizzuto

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