Father Mother Sister Brother – la recensione in anteprima del nuovo film di Jim Jarmusch

Jim Jarmusch torna al cinema, e questa è già una bella notizia. Sono passati sei anni da I morti non muoiono, sei anni dove non ce la siamo passata tanto bene, nel mezzo di un mondo che veniva stravolto da guerre e conflitti e da una pandemia globale che avrebbe cambiato per sempre le nostre esistenze.

Jarmusch è rimasto Jarmusch, e per fortuna! Vincitore del Leone d’Oro all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, Father Mother Sister Brother racchiude in sé molti degli stili e dei temi maggiormente ricorrenti nella filmografia del grande cineasta statunitense: ambienti chiusi, staticità dell’immagine, personaggi spesso privi di un particolare percorso di vita. È il cinema del regista di Akron all’ennesima potenza, verità dentro una finzione.

Prodotto da CG Cinéma e Hail Mary Pictures, Father Mother Sister Brother è distribuito in Italia da Lucky Red. Da oggi nelle sale!

Tre variazioni sul tema

Tre storie, tre segmenti, tre variazioni che indagano su un unico tema: quello del rapporto tra genitori e figli, dell’incontro-scontro tra generazioni diverse che faticano a comprendersi, o che forse non hanno proprio intenzione di farlo.

Father è il racconto di un uomo (Tom Waits) che vive nell’anonima cittadina di un’anonima periferia degli Stati Uniti d’America. Un non luogo, privo d’identità e di tratti distintivi. Come del resto lo sono i suoi figli, Jeff (Adam Driver) e Emily (Mayim Bialik), persone – si intuisce – abbienti con una vita monotona e inquadrata, provenienti della medio-alta borghesia, anche se all’apparenza premurosi e attenti nei confronti di un padre eccentrico dal quale si sono allontanati da tempo. Un uomo ormai disinteressato delle loro vite, che accoglie i figli a in casa più per dovere che per piacere. 

Mother è invece la storia di una donna (Charlotte Rampling) che vive nei sobborghi di Dublino. Famosa e facoltosa scrittrice, attende a casa l’arrivo delle figlie Timothea (Cate Blanchett) e Lilith (Vicky Krieps), invitate per un tè. Nonostante abitino a pochi chilometri le une dalle altre, è il primo giorno da un anno in cui riescono a vedersi. L’imbarazzo è tanto e avere una madre così ingombrante e severa significa per Lilith arrivare a mentire sulla propria vita pur di mostrarsi all’altezza, mentre per Timothea annullarsi pur di compiacerla. 

Geograficamente distanti ma assolutamente vicini nelle intenzioni, Father e Mother parlano la stessa lingua: quella dell’indifferenza all’interno dei rapporti familiari, dove tutto è facciata e ogni interazione forzata, dove il solo fatto di indossare vestiti della stessa tonalità è potenzialmente fonte di imbarazzo, cosa che puntualmente accade ai personaggi in entrambe le situazioni. Persone che a stento si sopportano, ma che si trovano insieme perché sono le costrizioni della società a imporglielo. 

Sentirsi liberi

Sister Brother sono Skye (Indya Moore) e Billy (Luka Sabbat), gemelli che il destino ha unito alla nascita e che adesso rivuole insieme, ora che i loro genitori sono morti con tre mesi di affitto arretrato e una casa parigina ancora piena di ricordi. Non si vedono da tanto ma la loro è una complicità che trascende il tempo e che permea ogni gesto, ogni sguardo, ogni silenzio. Pensano a mamma e papà che non ci sono più e a cui volevano bene, genitori avventurieri scomparsi in un incidente aereo chissà dove.

Skye e Billy sono orfani, e sono liberi. Liberi di affrontare un domani incerto con la consapevolezza che i genitori saranno sempre al loro fianco, come in vita così adesso.

Fin dai tempi di Permanent Vacation, nel cinema di Jim Jarmusch gli ambienti e gli spazi sono concepiti come espressione dello stato d’animo degli individui che li attraversano. Le prime due sono storie di luoghi freddi, chiusi, dove a farla da padrona dentro l’inquadratura sono i muri e le pareti. Sister Brother è un vuoto rassicurante, colmo di possibilità infinite che si stagliano davanti ai nostri occhi: è il finestrino aperto di una macchina, è una sigaretta accesa con cui allontanare ogni malinconia. 

C’è tanto anche di Coffee and Cigarettes nelle inquadrature e nei dialoghi di questo film, che racconta momenti di vita ordinari e incompiuti – e per questo (stra)ordinari perché ciascuno di noi vi si può identificare.

Quanto è autentico il nostro legame con le persone che ci stanno accanto? La risposta è racchiusa in un Rolex.
Andate al cinema e lo scoprirete.

Da oggi nelle migliori sale!

a cura di
Alessandro Bertozzi

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