“Doppia Esposizione” di Tommaso Tam non è solo un disco da attraversare traccia dopo traccia, ma un vero e proprio campo di tensione in cui suono, gesto e intenzione si sovrappongono. Il nuovo lavoro dell’artista e produttore di stanza a Bologna, nasce da una frattura – reale e simbolica – e si sviluppa come una reazione doppia: prima l’urgenza incontrollata, poi il tentativo di ricomporre, dire, affermare e affermarsi.
Diviso in due volumi complementari, Il Sintomo e La Cura, il disco procede come una diagnosi emotiva in musica. Il Volume 1 si muove per accumulo e sabotaggio: strumentale, spigoloso, instabile, rifiuta qualsiasi appiglio narrativo o forma riconoscibile, lasciando che siano ritmo, timbro e disordine a parlare. Il Volume 2, invece, riapre alla parola e alla canzone, ma lo fa senza pacificare: melodie oblique, testi che affiorano e scompaiono, frammenti di senso che cercano una connessione più che una soluzione.
Questo traccia dopo traccia entra dentro Doppia Esposizione come si entra in una stanza poco illuminata: senza mappe, accettando di perdere l’orientamento. Perché, come suggerisce Tam, non sempre capire è l’obiettivo. A volte basta restare esposti.
VOL. 1
1. AVANTI C’E’ POSTO
Un’introduzione strumentale che sembra suonata dentro una città allucinata, dove autobus immaginari arrancano tra sogni urbani e grovigli mentali.
Il brano si apre con un groove leggermente storto, ma determinato: una batteria minimale guida un tappeto di strumenti elettronici e sintetici, con accordi che sembrano voler suggerire ottimismo, ma poi ci ripensano.
C’è qualcosa di volutamente ripetitivo, quasi ipnotico, che richiama la routine del “salire a bordo” — ma con l’ironia sottile di chi sa benissimo che nessuno ha idea di dove si stia andando. Il titolo è un invito rassicurante, ma la musica tradisce con un sottofondo d’inquietudine leggera, come un sorriso forzato di chi ti dice che va tutto bene mentre perde olio da un orecchio.
I synth e le tastiere con effetto analogico sembrano salire e scendere come scalette di autobus impossibili. E tutto l’arrangiamento ha un sapore retro-futurista, come se fosse stato scritto da un computer nel 1974 che ha appena scoperto la malinconia.
2. VACANZE DEL CACTUS
Un brano strumentale che ti prende al collo e ti trascina in una vacanza… che non hai mai prenotato.
Il protagonista assoluto è un basso fusion incalzante, quasi irrequieto, che si muove a scatti tra scale sincopate e colpi di genio ritmico, come se stesse cercando di scappare da un villaggio turistico gestito da androidi.
Sopra questo magma ritmico si innestano inserti strumentali dalle tinte calde: tastiere elettriche, Rhodes e synth anni ’70, che si aprono a ondate improvvise, come miraggi sonori nel deserto. La batteria segue la corsa con precisione chirurgica, ma sempre con un tocco ironico, come se dicesse: “guarda che stiamo correndo, ma per cosa, esattamente?”
Il mood è frenetico ma contenuto, come se stessi facendo jogging sotto il sole cocente con un sombrero troppo grande, mentre un cactus antropomorfo ti applaude da lontano.
C’è tensione, ma anche un senso di assurda leggerezza. Fusion con febbre. Funk con insolazione.
Il brano potrebbe durare ore… ma probabilmente il cactus ha un altro appuntamento.
3. ‘7.55’
Il brano si apre con una sveglia, e tu sei già in ritardo per qualcosa che probabilmente non volevi fare.
Da lì in poi, 7.55 non è un pezzo musicale, è una crisi motoria sonorizzata. Il tempo è fuori controllo, i suoni corrono, e tu sei in ciabatte.
Tutto è accelerato, pitchato, sovraccarico, come se il mondo si fosse infilato in una modalità fast-forward glitchata.
La batteria è un’alluvione ritmica — non accompagna, insegue.
I vibrafoni si inseriscono a tratti come colpi di panico: metallici, dissonanti, rapidissimi. Sembrano tentativi isterici di suonare qualcosa di calmo, ma sempre interrotti da impulsi nervosi.
Il suono complessivo ricorda un livello bonus impazzito di un videogioco anni ’90, ma progettato da uno psicanalista frustrato. C’è la leggerezza del gioco, ma sotto cova il terrore del tempo che scade.
7.55 non è solo l’ora.
È lo stato mentale. È il “sintomo” vero e proprio
4. INOLTRO PER CONOSCENZA
Brano strumentale dal tono ambiguo e perfettamente in linea con il titolo: elegante in superficie, ma con una tensione sottile che pulsa sotto ogni nota.
L’arrangiamento si costruisce su un andamento apparentemente ordinato, quasi da marcia da ufficio, con linee ritmiche ordinate, squadrate — ma qualcosa non torna mai del tutto.
Forse è una melodia in ritardo, forse un suono che sbatte come un pensiero non detto.
Ogni strumento sembra mantenere il decoro, ma con il sorriso rigido di chi ti dice “ti inoltro questa per conoscenza” con il sottotesto: “perché sappi che so”.
Il ritmo è costante ma non rilassante, come la calma prima della risposta in cc di qualcuno che rovinerà il gruppo di lavoro.
Il sound ha venature quasi cinematografiche: immagini di corridoi deserti, fax dimenticati, persone che parlano a bassa voce in stanze vetrate.
Un brano da thriller emotivo aziendale, in cui nulla esplode, ma tutto pesa.
5. BERRETTI CON IL PON PON
Il brano si apre come se stessi entrando in un’aula di musica contemporanea durante una nevicata mentale.
Un pianoforte libero, frammentato, inizia a disegnare fraseggi astratti: non accompagna, non conduce — esiste, come se stesse pensando ad alta voce.
Sotto, una marea di percussioni: stratificate, disordinate in modo metodico, come se qualcuno stesse cercando di decifrare un codice morse dettato da bambini con cucchiai e tamburi.
La tensione cresce, poi… accade la trasformazione: parte un walking bass di contrabbasso.
All’improvviso il brano si piega in una direzione completamente diversa: il mood diventa jazz, ma resta disturbato. È come se la musica dicesse: “posso suonare anche roba normale, guarda”, ma con un ghigno.
La convivenza tra il pianoforte disarticolato, la ritmica astratta e l’ingresso del jazz è geniale e disorientante: è come vedere dei pupazzi con il pon pon che improvvisano free jazz in una sala prove di un conservatorio post-apocalittico.
6. PASTI FREDDI
Un brano che inizia con suoni elettronici sospesi, come se il frigorifero avesse deciso di scrivere un’intro ambient mentre riflette sul senso della solitudine.
Poi, l’ingresso di un loop di batteria in reverse cambia completamente l’atmosfera: ogni colpo è un risucchio nel tempo, come se stesse cercando di tornare indietro… ma troppo tardi.
Sopra questa base invertita si stratificano tappeti di synth e chitarre anch’esse in reverse, che non “suonano” ma risalgono la corrente emotiva. Il risultato è un flusso sonoro che sembra muoversi, ma senza direzione: è l’illusione del movimento, come guardare una videocassetta al contrario e sentire comunque nostalgia.
Il brano è freddo ma profondo, come aprire un contenitore Tupperware pieno di ricordi e trovarci dentro un’eco digitale.
7. ONANISMO POLIFONICO
Il brano è esattamente quello che promette: stratificazione sonora ossessiva, idee musicali che si accavallano, si rincorrono, si piacciono, si contraddicono e infine si sovrascrivono a vicenda — come se ogni strumento stesse facendo il suo piccolo numero da solo… ma tutti insieme.
Polifonia spinta all’estremo: ogni voce è convinta di essere la protagonista.
Piani, synth, strumenti a fiato o corde (se ci sono), ognuno insegue se stesso, creando un effetto labirinto acustico, dove l’armonia diventa tensione sessuale armonica — sempre sul punto di esplodere, ma troppo egocentrica per concludere.
Il ritmo (ammesso che ce ne sia uno) sembra fluttuare: è come ascoltare un ensemble che prova senza partitura comune, ma con telepatia selettiva.
C’è un piacere ossessivo nel costruire, distruggere e ricostruire le sezioni sonore.
Il brano suona come il diario sonoro di uno che ha passato troppe ore chiuso in studio con una loop station, uno specchio e zero vergogna.
8. IN QUESTO POSTO MI SONO ESPOSTO
Ultima traccia del Volume 1, e si sente.
Non chiude: fugge. Il brano parte con un ritmo drum and bass serrato, quasi affannato, sopra cui scorrono rumori di strada, sirene, ambulanze, presagi urbani.
È un inseguimento, ma non è chiaro chi sta scappando da cosa. E c’è il sospetto che l’inseguito… sia anche l’inseguitore.
Il soundscape evoca un film poliziesco anni ’70 remixato da un DJ nevrotico.
L’adrenalina è reale, ma contaminata da qualcosa di più profondo: ansia strutturale, un senso di colpa sonoro.
A metà brano, la fuga si deforma: entrano archi e pianoforte, ma non per calmare.
Gli archi sono dissonanti, taglienti, il piano è frammentato, disturbato, come se il paesaggio si stesse liquefacendo.
È l’anima dell’inseguito che si apre come un airbag durante una curva sbagliata.
VOL . 2
1. INTERCAPEDINE
Sospesa, misteriosa, con probabilmente dei synth che sembrano il respiro di una creatura bloccata in un ascensore. Serve a creare la giusta attesa prima della discesa nel delirio. Cinematograficamente parlando: è l’attimo prima che succeda qualcosa di sbagliato.
2. TAM ( Il Sollazzatore Del Tafferuglio)
Suono iniziale: Sciacquone. Gridolino. Inizio perfetto per dire: “Benvenuti nella vostra nuova realtà, abbandonate ogni dignità.”
Tam arriva come un personaggio borderline tra villain da fumetto underground e figura mitologica della periferia urbana. Il tono è un mix tra teatro di strada e disturbo borderline della narrazione. Questo brano è un’esplosione dadaista post-moderna che si finge una canzone. È teatro assurdo travestito da techno da rivolta, con un protagonista che probabilmente non ha mai pagato il biglietto del tram ma ha comunque conquistato il quartiere.
3. CAMPO BASE
Una canzone che suona come un incrocio tra la pubblicità di uno zaino e un inno scolastico per una gita alle medie.
“Prima fase, seconda fase, tanto poi si torna al campo base”
Questa è filosofia da campeggio misto a project management agile.
Sembra Sun Tzu se fosse stato uno scout sotto anfetamine.
Il sound è un mix tra sigla di cartone animato e jam band con strumenti per bambini in una sala prove col parquet. Il fatto che evochi il vibe dei cartoni è perfetto, perché tutto il pezzo ha la coerenza narrativa di un episodio di Barbapapà dopo l’apocalisse.
Un viaggio musicale che sembra prodotto da un gruppo di bambini prodigio, una macchina del tempo rotta, e qualcuno che ha bevuto troppo chinotto.
4. ONDA
È il momento Steely-Tam, dove la raffinatezza armonica incontra la psicosi marina.
Un lounge-collasso, con sprazzi di filosofia esistenziale vestita da easy listening.
“Onda” è un brano prevalentemente strumentale che si apre in fade-in, trascinando l’ascoltatore in un’atmosfera eterea e sognante, sostenuta da un beat elettronico morbido e pulsante. L’andamento è scandito da stacchetti strumentali eleganti, e raffinati, tra groove levigati e intarsi armonici.
Nel cuore del brano, si sviluppa un crescendo orchestrale dove archi dissonanti si rincorrono e si intrecciano su cori in scala discendente, creando una tensione sospesa tra il sublime e il perturbante.
Il pezzo si conclude con l’unico intervento vocale, un’apparizione quasi cinematografica:
“Cresta dell’onda, resta sospesa lì…” come una voce che emerge all’improvviso dalla nebbia del sogno prima che tutto si dissolva.
5. ACQUA E VITAMINE
è la traccia conclusiva di Doppia Esposizione, un brano sospeso tra psichedelia malinconica e pop orchestrale. Si apre con un arpeggio di chitarra elettrica discendente, frattale e ipnotico, che sembra pronto a reiterarsi all’infinito, fino a essere interrotto dalla voce che introduce la strofa: “Sotto i piedi, storie di ieri…”
La produzione richiama il suono di una decade perduta — con un rullare tipicamente anni ’70, flauti Mellotron in stile prog-barocco, e un bridge ricco di cori stratificati che evocano un senso di redenzione lisergica.
Il brano chiude l’album con uno slancio onirico, come un epilogo tra realtà e sogno, una dissolvenza emotiva dopo il caos.
a cura di
Redazione

