Quante volte ci siamo sentiti fuori luogo? Quante volte vorremmo essere accettati non solo dagli altri, ma anche dalla nostra stessa famiglia? Nguyen Kitchen parla proprio di accettazione in maniera leggera, tra la commedia e il musical. Sarà una prova solida alla regia per Stéphane Ly-Cuong o si perderà tra le note?

Lo ammetto, io e i film francesi non abbiamo un buon rapporto, ma cerco sempre di dar loro una possibilità in quanto più di una volta è capitato che mi riuscissero a stupire in positivo, nonostante i miei preconcetti.

Quando vidi per la prima volta il trailer di Nguyen Kitchen, ammetto di aver avuto sentimenti contrastanti e una grande dose di negatività. Cercando però di non fermarmi davanti a questa prima impressione, provai a guardare più in profondità: perché nel trailer non c’era la componente musical? Perché solo una narrazione?

Dentro di me i dubbi prendevano sempre più il sopravvento, ma… basta cervello, bisogna dare una possibilità a questo film!

Fatto un respiro e spento il cervello, mi indirizzo così al cinema per la visione dell’anteprima della pellicola, rigorosamente in lingua francese (santa pazienza, fammi sopravvivere), sperando che mi possa sorprendere facendomi uscire da questi 99 minuti col sorriso sul volto e non con uno sbuffo.

Ci sarà riuscita? Scopriamolo assieme.

Un’attrice da raviolo

Yvonne Nguyen (Clotilde Chevalier), ragazza franco-vietnamita, sogna di diventare un’attrice di successo nel teatro, più precisamente nei musical, ma fa fatica a mettere assieme dei ruoli a causa della sua etnia: non è mai quella “giusta” per la parte che vorrebbe.

Il suo sogno è costellato da tanti, troppi no e da un lavoro al supermercato come venditrice di ravioli, l’unico modo per lei per poter cantare la sua arte, oltre a uno spettacolo che però viene visto solo dai ragazzini.

In una profonda crisi personale, professionale, sentimentale ed economica, Yvonne decide di lasciare il ragazzo e tornare a vivere con la madre che ha un ristorante vietnamita e che si ostina a parlare nella sua lingua, senza integrarsi fino in fondo nel paese che la ospita.

La convivenza tra le due è tutto fuorché semplice, perché la madre vorrebbe per la figlia una vita di successo, magari nella medicina, sposata con un ragazzo vietnamita e con figli: per lei il musical è solo una perdita di tempo.

Quando Yvonne ottiene l’occasione di partecipare a un’audizione per “lo spettacolo”, sembrano aprirsi tutte le porte, ma dovrà decidere se snaturare se stessa o tornare indietro e seguire davvero il suo sogno pur rinunciando a quella che potrebbe essere l’occasione della vita. Quale sarà la sua decisione?

Una piacevole sorpresa

Stéphane Ly-Cuong riesce a mettere in scena una commedia fresca, mixando sapientemente gli stilemi classici del musical a una storia di accettazione e ricerca della propria identità senza scadere mai nel banale, ma esplorando una via nuova dove il musical diventa parte integrante dell’evoluzione della protagonista.

La fotografia è basilare, ma in più di un’occasione possiamo notare guizzi con rimandi a grandi classici, accompagnati da colori saturi piacevoli agli occhi e adatti al contesto del film, con richiami alla cultura vietnamita e ai suoi luoghi.

Fulcro del film è senza ombra di dubbio la colonna sonora, vero e proprio pilastro di una narrazione che usa questo espediente come contenitore di sentimenti e momento di svolta nel percorso della nostra protagonista.

Il cast, altamente eterogeneo, è ben amalgamato e non cade nello scontato, riuscendo a non trasformarsi in una macchietta come molto spesso accade.

La scelta di puntare su Clotilde Chevalier come protagonista ha una doppia valenza, in quanto la storia personale dell’attrice è molto vicina a quella del personaggio che interpreta, e questo ha senza ombra di dubbio dato una sfaccettatura più incisiva alla protagonista.

Je t’aime enfin

Nonostante fossi entrato cercando di non aver preconcetti, una volta sentita la lingua francese il mio cervello già pensava: “Eccolo, saranno 99 minuti tragici”. E invece Nguyen Kitchen si è rivelato una vera e propria sorpresa.

Io sono un grande amante dei Musical, non per nulla uno dei miei film preferiti è The Rocky Horror Picture Show (se non l’avete mai visto dovete rimediare subito); senza ombra di dubbio questa componente è importante nella pellicola e fulcro del mondo della protagonista.

L’idea del regista Stéphane Ly-Cuong è tanto semplice quanto diretta, come una freccia scoccata da Robin Hood, riuscendo a coinvolgere sin dal primo minuto lo spettatore che, col passare del film, si immedesima sempre più nei vari personaggi dimostrando che le diversità in realtà accomunano tutti noi. I problemi che a volte ci sembrano insormontabili sono semplicemente uguali a quelli di chi ci sta accanto, chi più chi meno.

Il consiglio è quello di andare al cinema con l’animo leggero e la mente libera, facendosi rapire dai suoni, dai colori e dai protagonisti di un racconto urbano che, in fondo, potrebbe essere il racconto di ognuno degli spettatori.

Buona Visione!

a cura di
Andrea Munaretto

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di Andrea Munaretto

Nato nell'84 e fin da quando avevo 4 anni la macchina fotografica è diventata un'estensione della mia mano destra. Appassionato di Viaggi, Musica e Fotografia; dopo aver visitato mezzo mondo adesso faccio foto a concerti ed eventi musicali (perché se cantassi non mi ascolterebbe nessuno) e recensisco le pellicole cinematografiche esprimendo il mio pensiero come il famoso filtro blu di Schopenhauer

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