“La Mia Famiglia a Taipei”- la recensione in anteprima del film presentato al Piccolo Grande Cinema

Presentato in anteprima nella serata conclusiva del Piccolo Grande Cinema della Cineteca Milano, La Mia Famiglia a Taipei è l’esordio della regista taiwanese Shih-Ching Tsou, sodale del premio Oscar Sean Baker. Presentato già nella 64ª Settimana Internazionale della critica a Cannes e vincitore del Miglior Film alla Festa del Cinema di Roma 2025, arriva nelle sale italiane dal 22 dicembre con I Wonder Pictures.

Sabato 15 Novembre il festival Piccolo Grande Cinema organizzato dalla Cineteca Milano ha visto la sua giornata di programmazione concludersi con la proiezione in anteprima di La Mia Famiglia a Taipei (Left-Handed Girl).

Un film di cui si è sentito molto parlare in giro, perché accolto molto positivamente durante la 64ª Settimana Internazionale della Critica di Cannes e vincitore dell’appena conclusasi Festa del Cinema di Roma 2025.

Ciò che destava principalmente la mia curiosità era un altro fattore: l’esordio al lungometraggio di Shih-Ching Tsou, collaboratrice sodale del premio Oscar Sean Baker. Il quale nell’ultimo anno ha trovato riscontro positivo da parte di pubblico e critica, trionfando sia con la Palma d’Oro che nell’ultima edizione degli Oscar con il suo Anora. Ma prima di quest’ultimo per lui c’erano già stati altri lavori e, al suo fianco, c’era sempre il nome della regista esordiente.

Infatti i due avevano diretto insieme Take Out e lei figurava come produttrice negli splendidi Starlet, Tangerine, The Florida Project e Red Rocket, tutti del regista statunitense. Ora ha deciso di dirigere la sua prima opera in solitaria, ma senza abbandonare del tutto Baker – che qui co-scrive la sceneggiatura insieme a lei e che ha prodotto e curato il montaggio.

Prima di lasciarvi scoprire l’esito di questo debutto, segnalo l’uscita ufficiale del film nelle sale italiane, dal 22 Dicembre con I Wonder Pictures.

La trama

Nella caleidoscopica piazza del mercato notturno di Taipei prende vita la storia di Shu-Fen e delle sue due figlie, l’irriverente I-Ann e la piccola I-Jing. Dopo un periodo passato a vivere fuori città, la famiglia si vede costretta a tornare nella capitale per cominciare un nuovo capitolo, seppur con non poche difficoltà.

Shu-fen realizza il suo piccolo sogno di aprire un chiosco di zuppe e noodles, ma il peso dei debiti inizia a farsi sentire fin da subito. La donna decide infatti di farsi carico delle spese mediche dell’ex compagno che l’ha abbandonata anni prima, ormai in fin di vita. Così, la sua umanità ha la meglio, ma ne paga il prezzo mettendo a repentaglio la stabilità dell’intera famiglia.

La ribelle I-Ann si oppone alla decisione della madre e, rifiutandosi di aiutarla con la sua attività, inizia a lavorare in un chiosco che vende stimolanti e intraprende una discutibile relazione col suo capo.

Intanto, la piccola I-Jing si ritrova smarrita in un mondo troppo caotico per lei, rimbalzata da una parte all’altra: prima tra la madre e la sorella, poi “scaricata” da quest’ultima a casa della nonna, dove suo nonno – fervido conservatore e tradizionalista – cerca in tutti i modo di condizionarla a smettere di essere mancina, perché a detta sua quella è ” la mano del diavolo”.

Il neorealismo attraverso i bambini del cinema di Baker

La ragazza che dà dunque il titolo (originale) alla pellicola è la più piccola del nucleo, ma di fatto questa è la storia di tutte e tre le generazioni di donne che, ognuna a modo suo, devono sgomitare per trovare la propria strada all’interno della caotica metropoli. Perché Left-Handed Girl è un sincero e delicato affresco femminista che segue le nostre protagoniste in balia di un sistema che le sta fagocitando.

Un’opera che si inserisce perfettamente nella filmografia di Baker, che anche solo in veste di sceneggiatore crea insieme alla sua sodale un perfetto ponte di continuità con le altre loro pellicole. Un cinema che potremmo quasi definire neorealista nella sua volontà insistente di voler raccontare i mondi, gli ambienti, le situazioni difficili, dei suoi protagonisti, sempre gli “ultimi” nella scala sociale.

Sean Baker presenta: Un sogno chiamato Taiwan

La Mia Famiglia a Taipei si pone quasi come un gemello taiwanese di Un sogno chiamato Florida (The Florida Project) dello stesso Baker. Lì dove le attrazioni di Disneyland facevano da sfondo alle coloratissime case popolari dove seguivamo le vite dei piccoli figli dei residenti, qui vediamo gli stessi intenti adattarsi perfettamente a questo racconto. In Florida colori pastello e fiabeschi, a Taipei abbaglianti e ammalianti, ma che, in entrambi i casi, vanno a scontarsi con la durezza delle vite che stanno raccontando.

E come raccontare l’innocenza in contrasto con la dura realtà, se non con lo sguardo dei bambini?
Una soluzione decisamente non nuova nella produzione del regista americano, ma che sorprende sempre per l’incredibile direzione che riesce a dare a questi ultimi. Non è facile lavorare con i più piccoli, è risaputo! Ed è per questo che sorprende la prova di Nina Ye nei panni di I-Jing, che regala una perfomance autentica e delicata. La sua crescita ci viene raccontata da Shih-Ching Tsou sempre col giusto tono, con tanta ironia e senza risultare mai stucchevole.

Seguendo la tradizione che Baker aveva già solcato in Tangerine, anche questa sua produzione è stata filmata con iPhone, che conferisce alla storia fin da subito un taglio quasi documentaristico, che ci fa vivere i personaggi vicini come fossero di fronte a noi e ci immerge insieme a loro nella miriade di neon che affrescano Taipei.

Taipei vista dagli occhi della piccola i I-Jing

Spesso e volentieri la camera si abbassa e ci offre lo sguardo della piccola I-Jing, che si avventura tra i colori psichedelici e gli odori del mercato notturno taiwanese. I suoi occhi sinceri e smarriti di fronte a quei mille colori, stimoli e sensazioni diventano il senso stesso di un mondo troppo frenetico e confusionario che non le dà indicazioni e non la guida nelle sua crescita.

I-Jing si ritrova a più riprese nello sfondo di conversazioni sulla morte, sull’abbandono, liti, eventi traumatici, sulle difficoltà della costante precarietà e ci chiediamo se lei percepisca davvero il peso di ciò che le accade intorno e quanto sia ancora chiusa nella sua bolla di innocenza. Perché la fotografia dalla pellicola è sempre luminosissima – ma mai melassosa – nel mostrarci come lei osservi il mondo con un filtro sognante e curioso, che non è ancora stato corrotto dalla brutalità della realtà.

L’unica cosa che sembra turbarla davvero è il monito del suo (poco ragionevole) nonno che vorrebbe educarla ad essere destrorsa. Un dettaglio apparentemente irrilevante, ma che la mette di fronte a una grande crisi esistenziale e la porta a dei profondi cambiamenti nel corso della pellicola.

Considerazioni finali

La Mia Famiglia a Taipei è un debutto folgorante, un film delizioso che rappresenta un perfetto esempio di come una piccola produzione internazionale possa raccontare perfettamente una realtà straniera anche al grande pubblico, creando un racconto universale e declinabile a tutti i Paesi.

Un film che riflette tanto la precedente produzione di Sean Bakerche non si accomoda sul successo di Anora -, il quale qui addirittura cede la director’s chair alla sua collaboratrice storica che, con la sua opera, dimostra di saper dirigere sapientemente con grande classe e raffinatezza.

La Mia Famiglia a Taipei è una pellicola ricca testi e sottotesti, che non smette mai di rivelare nuovi dettagli e che, una volta conclusa, fa subito venire voglia di rivederla in un’ottica diversa, più consapevole.
Una grande trasferta per il nostro regista statunitense e un’ottima partenza per la nostra regista taiwanese.

a cura di
Alfonso La Manna

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