Tokyo Godfathers: recensione del film di Natale più bello mai realizzato

Tokyo Godfathers, il magico film di Natale firmato Satoshi Kon torna in sala dal 24 al 26 novembre con Nexo Studios. Un’opera intensa, delicata e intrisa di magia, che è diventata subito un classico e un punto di riferimento per tutti gli appassionati.

Il film di Natale più bello e audace di sempre è un cartone animato? Per chi scrive sicuramente sì, perché Tokyo Godfathers firmato Satoshi Kon è un film che oggi, dopo ventidue anni, rimane ancora scolpito nell’immaginario come un punto di riferimento per il filone e uno dei più intensi e maturi racconti festivi mai visti su schermo.

Dopo l’enorme successo di pubblico riscontrato in sala – con oltre 85mila presenze – per i ritorni di Perfect Blue e Paprika del maestro Kon e con dicembre alle porte, calza dunque a pennello l’attesissimo ritorno anche di questo suo terzo lungometraggio. L’occasione perfetta per rivivere l’odissea natalizia proposta da uno dei più grandi registi e narratori della nostra generazione, uno dei più influenti di tutto il panorama mondiale, d’animazione e non.

L’evento in sala fa parte della nuova stagione di Nexo Studios Anime al Cinema ed è distribuito in collaborazione con i media partner Radio Deejay, MYmovies, Cultura POP, ANiME GENERATION.

La premessa

È la vigilia di Natale e nello scenario di una grigia Tokyo contornata dalla neve, tre senzatetto trovano una neonata tra i rifiuti. Hana, Miyuki e Gin sono rispettivamente una drag queen, una giovane adolescente scappata via di casa e un alcolizzato di mezza età. I tre, spinti dal desiderio materno di Hana che vorrebbe tanto poter crescere un figlio, prendono in custodia la bambina e, guidati dai pochi effetti personali trovati lì con lei, partono alla ricerca dei genitori che l’hanno abbandonata.

Ha inizio così il pellegrinaggio dei nostri atipici re magi, sotto le stelle di una città illuminata dalle luci dei grandi palazzi e dalle insegne pubblicitarie. Una piccola odissea che nelle sue tappe metterà i nostri padrini di fronte una serie di eventi e incontri imprevisti che faranno emergere gradualmente il loro passato e i loro traumi. Nasceranno contrasti interni e non mancheranno tanti imprevisti, ma altrettante coincidenze fortunate e miracoli risolutivi che renderanno la notte del 24 una rocambolesca avventura senza fine, che non darà loro un attimo di tregua.

Da John Ford a Satoshi Kon

Tokyo Godfathers è ispirato al racconto The Three Godfathers di Peter B. Kyne e più in particolare dal suo precedente adattamento In Nome di Dio (3 Godfathers) del 1948 di John Ford. Il film di Kon in un certo senso può essere largamente considerato un remake di quello di Ford se visto sotto determinati aspetti.

La pellicola del 2003 opta però per un cambio di contesto radicale, uno sviluppo molto diverso e una messa in scena tanto personale da riplasmare l’opera totalmente sotto il filtro del linguaggio del maestro giapponese. Ciò che condivide realmente con il film di Ford è la volontà di raccontare tre personaggi ai margini assoluti della società, sovvertendo la loro immagine e rendendoli i padrini di questa caotica e folle odissea. Nel film del 48′ gli outsider erano 3 banditi in fuga, che dopo aver fallito un colpo alla banca, si rifugiavano nel deserto e per caso trovavano una carovana nella quale una giovane donna morente lasciava tra le loro braccia il suo piccolo bambino.

Interessante come in entrambi i casi le due pellicole all’uscita risultarono molto atipiche nelle filmografie dei rispettivi registi. Se Ford oggi è considerato padre del western classico, la sua opera già nel 48′ sfidava le convenzioni e ribaltava tutti i canoni del filone, e del genere lasciava solo lo sfondo. Le 3 canaglie si trasformavano immediatamente in dei buonissimi padrini di fronte al trovatello, e dopo la prima mezz’ora più classica, il film si trasformava radicalmente in un racconto di buoni sentimenti per tutta la famiglia, molto distante da tanti lavori dello stesso regista.

Il film di Kon più reale o il più magico?

Allo stesso tempo anche Tokyo Godfathers rimane il lavoro più atipico di Kon, perché ne risulta quello più piantato nella realtà. In una filmografia permeata da lavori che sfidano gli stilemi narrativi e prevedono sempre l’irruzione del fantastico e dell’onirico, Kon sceglie invece l’idea di firmare la sua storia più squisitamente classica. Tanto reale da domandarsi perché a questo punto scegliere l’animazione e non un film con attori: ma di fronte a una padronanza tecnica tanto sorprendente, non servono altre giustificazioni.

Un film che fonde perfettamente dramma, commedia slapstick e momenti di humour nerissimo che sorprendono sempre per l’audacia e la maturità dei temi trattati. Per un risultato che alla fine rende Tokyo Godfathers il film più sincero e personale della filmografia di Kon, quello più magico per tutta la parabola emotiva che riesce a trasmettere.

Kon dimostra tutta la sua padronanza del linguaggio cinematografico, anche fuori dal mondo anime: campi larghi con cui fotografa una Tokyo mai vista così autentica in animazione, ritratta con uno sguardo che quasi diremmo neorealista. Ed è in questo sfondo che mette in scena la serie di peripezie dei nostri 3 re magi come se stessero vivendo una versione alternativa di Fuori Orario (1985) o di Tutto in una notte (1985). Un racconto a cui le superbe musiche di Keiichi Suzuki conferiscono un ottimo ritmo frenetico nei momenti giusti, e rendono ancora più tenere – ma mai stucchevoli – le scene più emotive.

Le irruzioni nel fantastico qui sono davvero ridotte al minimo e, quando presenti, sempre funzionali a ricordarci che stiamo pur sempre guardando una favola sul Natale. Non mancano quindi apparizioni angeliche, inserti di racconto di fiabe folkloristiche, flashback drammaticissimi che si interrompono con soluzioni di montaggio spiazzanti, e mille altre trovate mai banali messe in scena dal nostro regista.

Un film di Natale maturo e coraggioso

Quale miglior film di Natale se non quello del riscatto di tre poveri perdenti nel quale poterci identificare?

Tokyo Godfathers riesce sempre ad adottare il giusto tono per raccontarci la loro storia, sempre a metà tra cupezza e risata sguaiata. Ci affezioniamo terribilmente al bizzarro trio e in men che non si dica finiamo a sperare che la vita riservi loro una seconda possibilità, perché d’altronde in un film di Natale ci aspettiamo miracoli e perdono.

Nel corso del loro viaggio sono molteplici gli incontri di personaggi spesso speculari ai tre, su più aspetti, nei quali iniziano a riflettersi e che svelano sempre più la duplicità di una città come Tokyo. Ma forse in chi davvero si rivedono è proprio la piccola bimba, così pura e smarrita in un mondo tanto ostile, gettata come un rifiuto.

La pellicola non abbandona mai il suo impianto divertente e scanzonato, ma tra le risate scorgiamo realmente un Giappone durissimo e ostile, respingente e brutale. Nella metropoli si celano zone d’ombra oltre le enormi facciate dei palazzi luminosi e dietro i giganteschi cartelloni che vendono l’immagine della “vita famigliare felice”.

In soli 90 minuti Kon sbalordisce più di quanto riesca quando adotta il suo impianto surreale. Perché osa terribilmente, e riesce a toccare tantissimi temi che mai ci aspetteremmo in un film di Natale, né tantomeno in un film d’animazione, senza mai essere indulgente o retorico. Ed ecco quindi che dietro le condizioni dei nostri beniamini si celano storie di traumi, fallimenti, rifiuti, perdite, difficoltà a vivere la condizione di omosessualità, alcolismo, gioco d’azzardo, l’irreversibilità di riallacciare rapporti ormai distrutti, e dietro tutto ciò, la violenza e il caos di una società fagocitante.

Tirando le somme

Senza troppe sorprese, oltre a essere un film sui miracoli e sul perdono, Tokyo Godfathers finisce a essere (in quanto film Natalizio doc) un racconto a cuore aperto sulla possibilità di riscoprire una nuova famiglia, ma anche sulla possibilità di ricostruire porti ormai considerati del tutto abbattuti.

Con la portata emotiva che scaturisce, nella sua intrinseca malinconia, in qualche modo il film di Kon riesce a fare il giro nella tristezza e a essere invece quanto di più dolce ci sia nel panorama, tanto che in pochi anni ha conquistato lo status di classico natalizio per eccellenza. Ogni qualvolta oggi esce qualche nuovo bel film dallo spirito simile che presenta la medesima formula della famiglia “fuori dai canoni” – come lo splendido The Holdovers (2023) – il paragone con il lavoro di Kon risulta sempre inevitabile.

Satoshi Kon aveva dimostrato ancora, al suo terzo lungometraggio, quanto avesse una visione dell’animazione ampia, libera da ogni genere e ogni canone. Aveva sfidato ogni convenzione, proponendo una parabola di Natale con 3 barboni come protagonisti. La sua scomparsa prematura resta ancora una delle più grandi perdite del cinema di oggi, e non proviamo neanche a immaginare quanto ancora avrebbe rivoluzionato ed emozionato il mondo intero come ha sempre fatto. Ma la sua eredità resta immortale e le sue opere anche tra decenni saranno sempre più scolpite nel tempo come classici.

Ora tocca solo tornare in sala per farci investire e travolgere dalla magia di Tokyo Godfathers in una sorprendente veste restaurata in 4K e attendere con impazienza anche il ritorno dell’altro sorprendente Millennium Actress.

a cura di
Alfonso La Manna

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