Torna per soli tre giorni in sala Metropolis (2001), una delle pellicole d’animazione e di fantascienza più belle della storia del cinema. Frutto di una delle collaborazioni più singolari di sempre, il film adatta il manga omonimo di Osamu Tezuka, che a sua volta prendeva spunto dal classico muto di Fritz Lang del ‘27. Sceneggiato dal leggendario Katsuhiro Otomo (Akira) e firmato dalla regia del veterano maestro Rintaro, al cinema solo il 13,14 e 15 ottobre!
Dopo il successo del ritorno in sala di Akira e dei film di Satoshi Kon, Perfect Blue e Paprika, Nexo Studios apre la nuova stagione con un evento di soli tre giorni dedicato a un’altra pietra miliare dell’animazione giapponese: Metropolis, il capolavoro di Rintaro (2001). In sala, in esclusiva, dal 13 al 15 ottobre!
L’opera torna in veste restaurata per permettere ai vecchi e ai nuovi spettatori di godere di questo classico che fonde insieme meraviglia visiva e profonde riflessioni, oggi più attuali che mai.
Il film è dunque il primo appuntamento della nuova stagione anime di Nexo, cui seguirà Tokyo Godfathers di Satoshi Kon, che tornerà in sala come evento il 24, 25, 26 novembre.

Di cosa parla il “Metropolis” di Rintaro
In un futuro distopico dall’estetica retrofuturistica, umani e robot convivono in equilibrio precario, schiacciati sotto il peso di grattacieli imponenti. Il film si concentra inizialmente sul giovane Kenichi e su suo zio, il detective Shusanku Ban, inviato dal Giappone per mettersi sulle tracce dello scienziato Laughton, che pare stia lavorando su un essere umano artificiale su commissione del Duca Red.
Il Duca è uno degli uomini più influenti della metropoli, finanziatore del partito Marduk – di stampo fascista – e alleato del Presidente Boone.
La ricerca del detective ha inizio proprio nelle giornate in cui il Duca ha dato il via ai festeggiamenti che inaugurano la costruzione ultimata di un enorme grattacielo al centro della città simboleggiante il suo potere, lo Ziggurat. E pare che, in qualche modo, la costruzione di questo androide faccia parte dei suoi piani.
Shusanku Ban e il nipote iniziano la ricerca, scendendo nelle profondità della città. Al di sotto di quest’ultima si celano tre livelli sovrapposti e divisi in zone, popolati da robot che hanno ormai assunto tutti gli incarichi umani fondamentali, ma senza avere gli stessi diritti di questi ultimi o la possibilità di uscire in superficie.
Ai due viene affiancato il robot investigore Pero e, in contemporanea, anche il figlio adottivo di Red, il giovane Rock, si mobilita per trovare l’esperimento di Laughton prima di loro. Da qui si svilupperà l’intreccio tra questi personaggi e i nuovi.
L’indagine li porterà a scoprire un segreto in grado di stravolgere il Fato della città e li coinvolgerà in una rete intricatissima di alleanze, tradimenti e rivelazioni. Durante queste ultime, la pellicola svelerà gradualmente le sue carte, rivelando numerosi sottotesti e temi di cui vuole farsi portavoce, spesso anche più importanti della vicenda stessa.

Un film di Rintaro ma che raccoglie un’eredità immensa
La genesi della pellicola di Rintaro rappresenta senza dubbio una delle storie di contaminazione e di influenza ereditata più incredibili della storia del cinema.
La pellicola nasce infatti come volontà di Rintaro di adattare il manga omonimo di Osamu Tezuka del ‘49, il Dio del Manga, di fatto uno dei suoi primissimi lavori.
Tezuka si era ispirato al capolavoro del cinema muto del ‘27 di Fritz Lang, ma solo in minima parte, raccontando di non aver neanche visto la pellicola, ma di aver solamente preso spunto dalle suggestioni della scenografia iconica di Lang e dall’iconografia della creazione del robot Maria. La sua versione prese, infatti, tutt’altra direzione e l’opera divenne più una sorta di prototipo del suo Astro Boy perché ne conteneva già molte idee.
Quando, anni dopo, Katsuhiro Otomo realizzò Akira (sia come manga che poi come film) fu fortemente influenzato dai lavori di Lang e Tezuka, che erano stati sicuramente dei riferimenti assoluti alla base del suo lavoro.
Non sorprende, quindi, vedere il cerchio chiudersi e trovare lo stesso Otomo alla sceneggiatura del lungometraggio del 2001. La sua buona intuizione è stata quella di prendere dalla versione di Tezuka i personaggi chiave, le riflessioni sull’identità e la presa di coscienza dei robot, affiancando loro, però, il messaggio classista del film di Lang e riprendendo il concetto della città sotterranea, ma espandendolo ancora di più, in una città divisa su più livelli.
Nonostante Otomo figuri solo come sceneggiatore, i punti in comune tra Metropolis e il suo Akira sono tantissimi in diversi sviluppi di trama, ma ancor di più nella messa in scena. Qui si percepisce proprio l’intento di Rintaro e dalla casa di produzione Madhouse (da lui co-fondata) di provare a realizzare un nuovo colossal che avesse l’ambizione di replicare il fenomeno Akira.

Rintaro è riuscito, dunque, a rimaneggiare queste molteplici influenze e a firmare una parabola fantascientifica, intricatissima di personaggi e assolutamente degna di un confonto con Blade Runner o Ghost in the shell. Realizzando uno dei più grandi film di fantascienza, non della storia dell’animazione, ma di tutta la storia del cinema.
E come lo ha fatto?
Con un bellissimo character design che omaggia le prime serie della Mushi Production, quelle che presentavano il tratto del suo maestro Tezuka.

A distanza di 24 anni, Metropolis oggi ha ancora più da dire
Non è cosa da tutti giorni vedere accreditati nella sceneggiatura di un film giganti della Settima e della Nona arte come Fritz Lang, Osamu Tezuka e Katsuhiro Otomo. La domanda lecita sarebbe, quindi, quali tematiche potrebbero mai essere venute fuori da un calderone del genere?
Senza troppe sorprese, il risultato è stato un vero caos di idee, forse troppe, ma tutte assolutamente meritevoli di applausi.
Nella società dipinta in Metropolis, molti robot hanno rimpiazzato la popolazione comune nei lavori più disparati e questo ha portato la gente comune ad odiarli. Essi sono diventati capri espiatori di una società completamente soggiogata, che non riesce ad aprire gli occhi sul regime che li sta davvero distruggendo.
Il popolo è completamente diviso, frammentato, schiacciato da questi grattacieli imponenti in cui risiedono i veri e pochi detentori del potere. Mentre la ricchezza di quei pochi prospera, per tutti gli altri dilaga il degrado e rivoluzioni armate sono sul punto di scoppiare.
Figure come quella del Duca Red continuano ad arricchirsi, giocando a fare il dio. Qui lo Ziggurat diventa metafora del tutto esplicita della Torre di Babele e della ritorsione che l’uomo ha avuto nel tentare di costruirla. L’essere umano sta infatti osando troppo nello sviluppo scientifico e forse la situazione potrebbe sfuggirli di mano.
In Metropolis un tema cardine è dunque il risveglio di coscienza, tanto delle masse, quanto delle macchine, riguardo la loro natura e il compito a cui sarebbero destinati. Il film ci mostra la nascita e la crescita di Tima, portandoci a riflettere su tutti i dilemmi legati alla sua identità e al suo libero arbitrio, sui suoi diritti e a quelli di tutte le altre macchine.
In questo scenario, il sincero rapporto d’amicizia che nasce tra Tima e Kenichi è la manifestazione più pura di chi non vede disuglianze. Di una nuova generazione – forse migliore – che potrebbe farci ricominciare da capo evitando di compiere nuovamente tutti gli errori delle generazioni precedenti. Un baglione di purezza in fondo a un mondo all’orlo del collasso.
Metropolis racconta, dunque, la storia di una civiltà che sta per sgretolarsi, mostrandosi oggi più attuale che mai attraverso le sue riflessioni sull’identità, sulla memoria e sui confini dell’umanità nell’era dell’intelligenza artificiale. In alcuni fasi cruciali non si può negare la sensazione che i temi sovrabbondino, ma nel complesso non si può nemmeno rimanere indifferenti di fronte ad una pellicola tanto audace quanto profetica.

Perché non perderlo in sala
Parte innegabile del fascino di Metropolis è anche solo lo spettacolo visivo a cui lo spettatore è perennemente esposto. Sfondi iperdettagliati ampissimi e panorami dalle architetture impossibili lasciano stupefatti. Grattacieli immensi che sovrastano gli ambienti, realizzati con una efficace commistione tra 2D e 3D che ancora oggi regge benissimo i segni del tempo.
La straordinaria musica jazz di Toshiyuki Honda accompagna tutta la pellicola conferendole un tono da noir assoluto. Un ulteriore plauso (rimanendo in tema sonoro) va all’utilizzo eccelso del brano I Can’t Stop Loving You di Ray Charles. Una volta ascoltato, difficilmente si riuscirà a scindere dalla meravigliosa sequenza che accompagna.
Nel complesso, Metropolis è stata una delle migliori produzioni di tutta la storia della Madhouse e un film assolutamente imperdibile per tutti gli amanti dei noir fantascientifici.
Purtroppo l’uscita dell’opera non fu un grande successo, nonostante il plauso di critica e la sua qualità eccelsa. Anche oggi non viene ricordato come un grande cult al pari di un’Akira e la sua popolarità nel tempo è andata sparendo.
Ora, a 24 anni di distanza, si ripresenta al pubblico italiano l’occasione di poterlo vedere sul grande schermo. Riscoprendo, così, quest’opera e godendo di un’esperienza cinematografica imperdibile, che ogni amante di cinema, della fantascienza, o del mondo anime non dovrebbe assolutamente perdere.
a cura di
Alfonso La Manna

