Milano Film Fest: l’ammaliante “West Border” dalla Cina e il primo appuntamento di Suburbia nella giornata iniziale del festival

Torna con la seconda edizione il Milano Film Fest: il primo festival del capoluogo lombardo sul cinema e sul settore audiovisivo, quest’anno dal 4 al 9 giugno, ricco nuovamente di numerosissimi appuntamenti, ospiti e proiezioni imperdibili.

Il 4 giugno si alza ufficialmente il sipario sulla seconda edizione del Milano Film Fest, il festival che fino al 9 giugno trasformerà la città in un grande spazio dedicato a cinema, musica e cultura, tra proiezioni, incontri e ospiti attesissimi.

Fin dalle prime ore del festival si respirava un’atmosfera particolarmente elettrica: davanti al red carpet del Piccolo Teatro si è radunato un pubblico numeroso, curioso di assistere all’arrivo degli ospiti più attesi e all’apertura ufficiale della manifestazione. Grande attenzione anche per la successiva presentazione delle giurie, momento simbolico che ha dato il via a questa nuova edizione, confermando l’ambizione del festival di diventare uno dei principali appuntamenti cinematografici italiani.

Nel corso della giornata abbiamo assistito alla proiezione di West Border (2023) e all’evento OFF Suburbia – Visioni periferiche, il primo appuntamento di una rassegna di cinema indipendente che punta a denunciare le discrepanze tra città e periferia attraverso lo sguardo di autori e opere lontane dai circuiti mainstream. La prima serata della rassegna, con la proiezione del documentario Esseri Urbani (2024), si è svolta in collaborazione con il Milano Film Fest, ampliando ulteriormente il dialogo del festival con le realtà culturali e sociali del territorio.

West Border” di Luo Yan

La giornata si è aperta con la proiezione di West Border (2023), film cinese diretto da Luo Yan, un dramma a tinte poliziesche ambientato nel 1999 lungo il confine sud-occidentale della Cina. Al centro della storia ci sono due figure apparentemente distanti: un padre alla disperata ricerca della figlia scomparsa e un anziano poliziotto in crisi, impegnato in un percorso di ricerca personale. I due si ritrovano uniti dal ritrovamento di una motocicletta in un fiume di confine, punto di partenza di un’indagine su alcuni omicidi che, nel corso del film, si rivelano presto un pretesto narrativo per esplorare territori molto più complessi.

Più che un thriller tradizionale, West Border si pone infatti come un’opera che utilizza gli elementi del genere per raccontare le criticità della Cina contemporanea e le tensioni che attraversano il suo tessuto sociale e politico. Presentato fuori concorso nella sezione Centrocampo del festival, dedicata ai titoli più sperimentali e lontani dai canoni narrativi convenzionali, il film porta con sé anche una vicenda significativa. Durante l’introduzione alla proiezione, Andrea Chimento ha raccontato un retroscena chiave per una comprensione approfondita dell’opera. West Border era infatti stato selezionato e presentato al Festival di Locarno, ma a ridosso di quest’ultimo il Governo cinese ne ha ritirato il visto, impedendone la partecipazione, attuando una vera e propria censura.

Questo episodio contribuisce a leggere il film sotto una luce ulteriore, rafforzandone la portata critica rispetto ai temi messi in scena. Tra atmosfere sospese e cupe si sviluppano infatti racconti di traffici illeciti, mine disseminate ai confini, rapimenti e tratta di esseri umani, in un contesto narrativo che procede con un ritmo lento, quasi contemplativo, distante dalle strutture più immediate del thriller contemporaneo.

In questo senso West Border si propone come un cinema difficile ma radicalmente libero, oggi sempre più raro nel contesto produttivo cinese, con l’eccezione di autori come Bi Gan, che con Resurrection (2025) ha recentemente mostrato un approccio in parte affine a quello della regista Luo Yan. Ne risulta un’opera apertamente anti-convenzionale, che rifiuta strutture narrative accessibili e scorrevoli, scegliendo invece traiettorie più frammentate e dilatate nel tempo: elementi che rappresentano al tempo stesso il suo maggiore punto di forza e il suo più grande limite. Una visione divisiva, ma capace di inaugurare il festival con una proposta unica e radicale.

La serata di Suburbia e la proiezione di “Esseri Urbani

Nella serata abbiamo partecipato al primo appuntamento di Suburbia – Visioni periferiche, rassegna inserita negli eventi OFF del Milano Film Fest e dedicata al racconto delle periferie attraverso il cinema indipendente.

A introdurre l’incontro è stato uno dei ragazzi organizzatori del progetto, che ha sottolineato come il loro obiettivo sia quello di utilizzare il cinema come strumento di dialogo con la realtà, capace di stimolare domande più che fornire risposte. Un invito rivolto al pubblico a interrogarsi sulle contraddizioni del presente e sulla possibilità di attivarsi, anche nel proprio piccolo, di fronte alle disuguaglianze del contesto urbano contemporaneo.

La serata è proseguita con l’intervento del rappresentante di Uniabita, che ha offerto un approfondimento sul tema dell’abitare da una prospettiva storica e sociale. Il suo contributo ha evidenziato come la questione della casa non possa essere letta esclusivamente in termini emergenziali, ma debba essere compresa all’interno di un sistema complesso che coinvolge politiche pubbliche, dinamiche economiche e trasformazioni delle città. È stata inoltre ribadita la centralità dell’azione collettiva nel costruire risposte concrete.

È stato quindi presentato Esseri Urbani, documentario prodotto dalla Scuola Civica di Cinema Luchino Visconti e firmato da Mariasole Caio, Marco Occhionero, Camilla Parodi e Simone Pontini. Il lavoro si concentra sulle periferie milanesi e sulle condizioni di vita ai margini della città, restituendo attraverso uno sguardo osservativo un mosaico di storie e testimonianze. Il film attraversa luoghi simbolo come Giambellino, Via Padova e San Siro, mettendo in evidenza le conseguenze dirette dei processi di trasformazione urbana.

Le voci raccolte raccontano un tessuto sociale segnato da sfratti, sgomberi e lunghi tempi di attesa per l’assegnazione delle case popolari, spesso vissute come soluzioni temporanee e instabili. Le immagini delle demolizioni e delle gru che ridisegnano il paesaggio urbano si alternano a testimonianze di condizioni abitative precarie, delineando un quadro in cui la questione della casa emerge come uno dei nodi più urgenti della città contemporanea.

Al termine della proiezione si è aperto un confronto con il pubblico e con i registi del documentario, che hanno raccontato la genesi del progetto e il lungo lavoro di osservazione e raccolta sul campo nelle periferie milanesi. Ne è emerso un processo creativo costruito nel tempo, basato sull’incontro diretto con le persone e sulla volontà di restituire uno sguardo il più possibile libero e non filtrato, capace di accogliere anche contraddizioni e complessità.

Il cinema è diventato punto di partenza per una riflessione più ampia sulle trasformazioni della città, sulle disuguaglianze urbane e sulle possibili forme di intervento e consapevolezza collettiva.

a cura di
Alfonso La Manna

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