The Running Man è il nuovo attesissimo film di Edgar Wright: l’acclamato regista di Hot Fuzz e L’Alba dei Morti Dementi torna dietro la macchina da presa a quattro anni da Ultima notte a Soho. Dopo L’Implacabile (il cult del 1987 con Arnold Schwarzenegger), questa è la seconda trasposizione cinematografica del romanzo L’uomo in fuga di Stephen King.
Con un parterre di attori in gran forma (Glen Powell e Colman Domingo su tutti), The Running Man si candida ad essere l’action movie della stagione. Prodotto da Complete Fiction e Genre Films, il film arriverà nelle sale italiane giovedì 13 novembre, distribuito da Paramount Pictures.
Noi abbiamo assistito all’anteprima a Milano e ve ne parliamo qui, in questo articolo!

O corri, o muori.
The Running Man è lo show più seguito del pianeta. Un reality estremo in cui i partecipanti (detti “Runner”) hanno un solo obiettivo per sopravvivere: fuggire per 30 giorni sotto l’occhio costante delle telecamere, inseguiti da un gruppo di assassini professionisti, i “Cacciatori”. Ben Richards (Glen Powell) non è un eroe, ma un uomo comune messo alle corde dalla vita, che lo costringe a una decisione disperata: partecipare al gioco per salvare sua figlia malata.
A spingerlo è Dan Killian (Josh Brolin), il carismatico e crudele produttore del programma. Un genio del cinismo che trasforma il dolore in spettacolo e la morte in intrattenimento. Ma Ben rifiuta di essere l’ennesimo protagonista sacrificabile e, contro ogni pronostico e contro la sua stessa volontà, diventerà invece il simbolo della rivolta contro il potere costituito. Insomma, una moderna versione maschile della Katniss di Hunger Games.
Ma più crescerà il suo mito, più la caccia si farà letale.
Il mondo di “The Running Man”
Ci troviamo nella metropoli di un futuro distopico (ma non così lontano dal nostro), dove il divario tra ricchi e poveri ha raggiunto un punto di non ritorno. La città è spaccata in due da un muro di cemento alto trenta metri (vi ricorda qualcosa?). Una barriera che separa i bassifondi, infestati da miseria e degrado, dai grattacieli scintillanti dell’élite privilegiata. Da una parte, milioni di persone sopravvivono a stento tra fame, malattie e violenza; dall’altra, una minoranza vive immersa nel lusso, protetta da guardie armate e dall’illusione della sicurezza.
È oltre quel muro che si trovano gli studi televisivi di The Running Man: un tempio dell’intrattenimento e della manipolazione, dove la decadenza si cela dietro una maschera di scintillante superficialità.
Qui nasce e si alimenta la propaganda che tiene in piedi il sistema. Quella che dipinge le persone meno abbienti come criminali, pericolose e violente, giustificando così la loro oppressione e la loro condanna. Perché chi controlla i media controlla il mondo, come spiegava Orson Welles nel 1941. Da allora nulla è cambiato, e Ben Richards è solo uno dei tanti sacrificati in questo meccanismo infernale.

Glen Powell action star
C’è qualcosa di fortemente attraente nel film di Edgar Wright. L’opera del regista britannico offre una visione da action movie anni ‘80-‘90 con tutti i crismi del genere. Ritmo, adrenalina, pathos si mescolano in un cocktail esplosivo – mai parola fu più adatta – che riesce a restituire allo spettatore ciò che ci si aspetta da un film come questo: l’intrattenimento.
Probabilmente non il miglior lavoro di Wright e sicuramente quello meno personale all’interno della filmografia di uno dei registi più interessanti e originali degli ultimi vent’anni. Ciononostante, The Running Man è un’opera fatta di passione e coesione tra tutti i comparti, grazie soprattutto alla fotografia di Chung Chung-hoon e alle musiche di Steven Price.
Il lato più debole è forse la sceneggiatura – scritta a quattro mani dallo stesso Wright e da Michael Bacall -, che in alcuni momenti perde di compattezza (soprattutto nella seconda parte), ricorrendo ad espedienti un po’ forzati per consentire al personaggio di Ben di compiere il suo arco narrativo.
Glen Powell ha carisma e presenza scenica, dimostrando di avere tutte le carte in regola per imporsi come il nuovo action hero dei prossimi anni. Ma a rubare davvero la scena è un Colman Domingo più che mai istrionico e mattatore. Il suo Bobby T è il presentatore dello show The Running Man, il narratore onnipresente di ogni azione dei concorrenti. Poco importa se queste siano siano reali o montate ad arte con l’intelligenza artificiale, perché in fondo le fake news fanno sempre più ascolti. È il business del domani, baby.
Il film ha il pregio di non prendersi troppo sul serio, pur essendoterribilmente serio nel raccontare la società urbana del domani, riflesso distorto di tutte le ipocrisie del nostro presente. Ed è a tutti gli effetti un film politico: dopotutto Obama è diventato il nome di una strada.
The Running Man arriva al cinema questo giovedì. E stavolta il consiglio è d’obbligo: correte a vederlo!
a cura di
Alessandro Bertozzi
Articolo realizzato con l’ausilio parziale di intelligenza artificiale

