È di pochi giorni fa la notizia del lancio della nuova versione di Sora, Sora 2, l’AI per la generazione e l’editing di video, e già i social sono invasi da filmati estremamente realistici in cui personaggi famosi dello sport, dello spettacolo e della politica agiscono in situazioni surreali compiendo gesti o affermando cose spesso molto improbabili. Gli interrogativi etici riguardanti lo sviluppo di questa tecnologia sono sotto gli occhi di tutti e non serve scomodarsi in faticosi esercizi ipotetico-deduttivi per prefigurarne i pericoli: tra i vari video generati utilizzando Sora 2 non sono mancati, infatti, quelli a carattere strettamente politico e propagandistico, in cui il fine non era la risata o il puro piacere di un assurdo iperrealistico, quanto la creazione di una reazione all’interno della comunità social.

Il futuro sviluppo di questa tecnologia potrebbe creare scenari distopici, che fino a qualche anno fa non sembravano neppure stagliarsi all’orizzonte e che oggi, invece, appaiono più vicini che mai. Il rischio insito nella diffusione e nello sviluppo di questa tecnologia è tale che già adesso un occhio non abituato troverebbe difficoltà nel distinguere immagini reali da immagini simulate.

Non è assurdo pensare che questo nuovo prodigio della tecnica presto possa gettare l’umanità nel panico, proprio come il terrore dell’ordigno atomico ha fatto durante la guerra fredda. Il suo potenziale è meno impattante soltanto da un punto di vista scenico, in ottica di una eventuale resa cinematografica, ma i suoi effetti ugualmente devastanti. Se l’ordigno atomico prometteva e paventava la distruzione dell’umanità, l’AI minaccia la creazione di una realtà alternativa, o meglio la sostituzione della realtà, con la sua simulazione.

Un universo senza realtà

La più grande potenzialità dell’arte è quella di prefigurare, spesso inconsciamente, sentimenti e paure collettive, ma anche i grandi cambiamenti sociali e culturali che investono le civiltà. Letteratura e cinema sono stati due mezzi potentissimi nel dare una forma alle grandi trasformazioni del pensiero e della realtà, soprattutto nel Novecento. Un genere letterario e cinematografico su tutti gli altri è nato proprio dallo sfruttamento consapevole e programmatico di questa caratteristica, dall’amplificazione delle potenzialità dell’arte di prefigurare mondi futuri.

Stiamo parlando ovviamente del genere sci-fi, che ha raggiunto il suo apice nella seconda metà del secolo scorso. Il denominatore comune ovviamente è lo sviluppo abnorme della tecnica e le sue ricadute sulla civiltà umana. Al suo interno si possono delineare diversi generi tematici, legati appunto al tema principale che viene affrontato: la guerra, il controllo, l’inquinamento, la catastrofe cosmica o l’invasione aliena.

Per gli amanti dei film a tema non sarà difficile trovare il proprio filone preferito.

È piuttosto recente uno dei più grandi capolavori della fantascienza nel cinema, Matrix, film capace di diventare di culto subito dopo la sua uscita nel 1999, e di rappresentare un mondo distopico che oggi ci appare sempre meno ipotetico. Quanto di quel primo Matrix della fortunata Trilogia offra spunti di lettura illuminanti per comprendere il presente e i suoi prossimi sviluppi è oggi drammaticamente chiaro; allora, al tramonto del secondo millennio, lo era molto meno.

Il film è stato spesso letto come metafora del Mito platonico della Caverna – che sicuramente rappresenta una delle molteplici letture possibili – e costituirebbe quindi la rappresentazione filmica di un concetto filosofico, di una teoria della conoscenza che ci avverte che del mondo sensibile saremmo in grado di vedere solo le ombre, mentre il vero oggetto della conoscenza si troverebbe altrove, nel mondo delle idee.

Una rilettura critica del film ci porta, invece, nei pressi di un problema più strettamente legato all’attuale sviluppo culturale e tecnologico, quello della simulazione. Del resto non è un segreto che sia stato proprio un testo fondamentale per lo sviluppo del concetto di simulazione (Simulacri e impostura, di Baudrillard) ad ispirare le sorelle Wachowski, coautrici del film. La conferma esplicita la possiamo trovare nell’omaggio dedicato all’autore nella scena del film in cui il protagonista Neo nasconde i suoi software pirata proprio dentro al libro del filosofo francese.

Ma torniamo ai temi del film e vediamo come ad essi si leghino la speculazione filosofico antropologica del grande filosofo e l’attuale sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Il problema evidenziato da Baudrillard è quello dell’impossibilità di sapere se quella in cui viviamo sia la realtà o una sua copia perfetta. In Matrix solo a poche menti illuminate è concesso di accedere al difficile percorso di liberazione verso la verità, o meglio, verso la vera realtà, tanto è perfetta la simulazione in cui vivono tutti gli altri. Il fatto è che “in fondo alla tana del bianconiglio” Neo scoprirà l’orrore di un mondo – quello vero – in cui le macchine hanno soggiogato l’umanità, che “vive” sottoterra, addormentata in uteri artificiali, mentre il mondo in superficie appartiene alle macchine e la realtà precedente altro non sarebbe che una enorme simulazione individuale.

Il grande merito di Matrix è stato quello di legare il concetto di simulazione al progresso della tecnologia: oggi l’AI è in grado di simulare frammenti di realtà con un’accuratezza e un effetto di realtà impressionanti, disintegrando ogni principio di verità che voglia basarsi sulla documentazione audio-visiva. Di fatto quello che fa è creare il Reale, non limitarsi a copiarlo. E l’interrogativo che viene sollevato è proprio questo: come distinguere la realtà dalla sua copia perfetta? Il film lascia ancora un barlume di speranza: l’ultimo baluardo della resistenza umana riesce a sconfiggere le macchine e a liberare l’umanità dalla schiavitù. Per Baudrillard, invece, non c’è scampo, la realtà è stata completamente sostituita dall’Iperrealtà, uno specchio curvo su se stesso in cui la possibilità del significato è sostituita dalla ricombinazione di segni che non rimandano a nessun referente reale.

a cura di
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di Staff

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