I Mood, duo modenese formato da Daniele Maini e Francesco Molinari torna finalmente con “Yoda”, un brano potente e ipnotico che segna una netta svolta verso sonorità elettroniche, tribali e spirituali.
Tra big beat distorti, percussioni nordafricane e synth abrasivi, i Mood riscrivono le proprie sonorità, mescolando energia dance e tensione cinematica in un rito collettivo che parla di resistenza e rinascita.
Con “Yoda”, i Mood tornano non solo a fare musica, ma a costruire un immaginario dove spiritualità, elettronica e cultura pop si fondono in qualcosa di completamente nuovo.
Li abbiamo incontrati per farci raccontare la scintilla dietro questo ritorno dopo un periodo di pausa e il lungo percorso che li ha portati — ancora una volta — a sorprendere gli ascoltatori.
Dopo otto anni di silenzio discografico tornate con “Yoda”, un brano dirompente e fuori dagli schemi. Qual è stata la scintilla che vi ha fatto riprendere in mano le redini del vostro progetto?
A dire la verità, durante questi anni la nostra scintilla è sempre rimasta accesa.
Subito dopo la fine del tour di “Out Loud” eravamo stanchi della formula chitarra e batteria e avevamo bisogno di un cambiamento. Per questo abbiamo deciso di investire il nostro tempo in ricerca e sperimentazione. Durante questo lungo processo siamo rimasti influenzati da generi e panorami musicali totalmente nuovi e il tutto è chiaramente servito a creare qualcosa di autentico e originale.
In “Yoda” il big beat e le sonorità elettroniche si fondono con percussioni tribali e melodie arabeggianti. Qual è il processo creativo che c’è dietro?
Abbiamo composto il brano con l’intenzione di dare un immaginario forte e definito all’ascoltatore. La sfida in questo caso è stata quella di fondere insieme sonorità elettroniche attuali a beat di percussioni che derivano dal mondo nordafricano.
Quando siamo riusciti a far coesistere questi due mondi, abbiamo giocato a livello sonico per capire come sfruttare e integrare al meglio strumenti ed ambienti diversi in funzione del brano.
Rispetto al vostro ultimo album “Out Loud”, il brano “Yoda” segna un cambio di rotta evidente. Quanto è stato difficile uscire dalla vostra comfort zone e riscoprirvi in una veste più elettronica e sperimentale?
Difficilissimo! O per lo meno, molto complesso…
Partendo dal presupposto di voler cambiare formula, ci siamo imposti di comporre utilizzando “nuovi strumenti”. Imposizione che, nel nostro caso, si è rivelata un’arma a doppio taglio: da un lato ci ha aiutato nella fase di sperimentazione e creazione; dall’altra ci ha spostatI dall’idea di partenza, portandoci in territori e scenari a noi sconosciuti fino a quel momento. Il cambiamento necessita di tempo e curiosità per portare a risultati inaspettati e sorprendenti.
Il titolo del brano richiama ovviamente il celebre maestro Jedi…quanto vi sentite connessi al mondo di Star Wars?
Francesco: “All inizio dei 2000 avevamo 6 o 7 anni, mi ricordo mio fratello che guardava i film e giocava con la Play 1 al gioco di “Star Wars”, a me arrivava solamente quello che un bambino capirebbe da un qualsiasi film o videogame d’azione, in questo caso, quindi, battaglie con spade laser e navicelle spaziali. Solo dopo anni abbiamo realizzato la bellezza dei film e li abbiamo riguardati tutti con un’altra consapevolezza.
La morale della saga è semplice e ben definita: “la lotta del bene contro il male”, tema che contestualizzato ad oggi, purtroppo, può trovare un esempio concreto in diverse situazioni socio/culturali.
Ci saranno altri brani che richiamano a questo immaginario (in caso potete spoilerarci qualcosa)?
“Yoda” è l’unico brano il cui titolo richiama un immaginario fantascientifico/spaziale, dove l’incontro tra beat caratterizzato da percussioni nordafricane e suoni acid trascinano l’ascoltatore in uno scenario distopico e ipnotico, per il resto non vi possiamo spoilerare nulla.
Se doveste riassumere “Yoda” in una frase che possa essere d’insegnamento per i vostri fan, quale sarebbe la vostra personale “lezione Jedi”?
Abbiate la forza di non mollare. Se credete in un’idea non abbandonatela, perché nulla è troppo lontano o troppo difficile. Fatelo per voi, per qualcuno a cui volete bene o per qualsiasi altra ragione voi riteniate meritevole, ma fatelo… Vi servirà per crescere.
a cura di
Redazione

