After the Hunt- Dopo la caccia è il nuovo film di Luca Guadagnino in uscita il 16 ottobre, già tornato nelle sale italiane a pochi mesi dall’uscita del suo Queer. Presentato Fuori Concorso all’82 Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, la nuova pellicola del regista è un’indagine spietata su due generazioni a confronto dal quale ne escono tutti sconfitti.
Guadagnino non è più lo stesso regista di Chiamami col tuo nome. Dopo l’incredibile successo della pellicola del 2017 la carriera del cineasta italiano ha avuto un’impennata pazzesca e sembra ormai inarrestabile.
Numerose produzioni si sono susseguite da allora, sempre diverse e sempre interessanti. Guadagnino ha trovato a Hollywood un luogo fertile per spaziare in film dai generi diversi e da tematiche assai lontane tra loro. Ma se c’è qualcosa a cui il regista non ha mai rinunciato è la sua volontà di descrivere sempre in modo autentico le relazioni tra i personaggi delle sue opere.
Si è sempre distinto per pellicole dalla forte impronta emotiva, che danno spazio ai rapporti umani. E questo si vedeva anche nelle sue incursioni nell’horror come Suspiria e Bones and all, o i recenti Challengers e Queer: film la cui forza risiede proprio nelle dicotomie dei loro protagonisti.
E Guadagnino l’ha fatto ancora, ma mai con un’intenzione e un tono tanto diversi. After the Hunt, presentato Fuori Concorso all’82 Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, è un ulteriore passo nella maturità della carriera del regista. Probabilmente il suo film più oscuro. Se in Bones and all l’amore tra i due protagonisti era la loro salvezza da quel mondo cupo, qui non c’è nessun rapporto che si salvi. Mai le sue relazioni sono state mostrate tanto distruttive quanto quelle che propone qui.

La trama di After the Hunt
La storia ha luogo nell’ambiente accademico di Yale. Alma (Julia Roberts) è una professoressa universitaria a un passo dall’ottenere una cattedra che agogna da un’intera carriera. Si ritrova però al centro di un bivio personale e professionale che potrebbe compromettere il suo futuro, a seconda della scelta che deciderà di compiere. Maggie (Ayo Edebiri) amica e studentessa di Alma, accusa Hank (Andrew Garfield) anch’esso amico e collega, di averla molestata.
Una grave accusa che destabilizza la coscienza di Alma, decisa a temporeggiare prima di credere a una delle due parti. Una situazione che fa vacillare le sue certezze e le fa riemergere ricordi dal passato, portandola a meditare sulla sua etica, sui suoi obiettivi e sulle relazioni che lei stessa ha con queste due persone.
Si ritrova contesa tra due fuochi, dove da una parte Maggie chiede ad Alma cieca fiducia e sostegno, nonostante la mancanza di prove concrete. Dall’altra, Hank le chiede di credergli anche in assenza di prove che possano scagionarlo dall’accusa.
Il tutto in un continuo ribaltamento dei punti di vista e delle conseguenze che l’accusa sta portando ancor prima del raggiungimento di una verità assoluta. Le convinzioni di Alma vengono messe a dura prova, così come quelle dello spettatore.

Da questo scontro non ne esce nessuno vincitore
Se in primo luogo può sembrare che il nucleo tematico della pellicola sia la ricerca della verità di questa colpevolezza, presto After the Hunt svela le sue carte, dimostrando di voler parlare di qualcosa di più. L’accusa diventa ben presto un pretesto per esplorare i contrasti generazionali e su come questi personaggi vivono nelle loro posizioni sociali.
Da questa confronto ne escono tutti sconfitti. Alma si è fatta strada in un ambiente maschilista e per raggiungere il suo status ha sgomitato in un mondo che le remava contro. Probabilmente ha taciuto su varie ingiustizie, ha ingoiato il rospo, perché per lei era molto più importante la cattedra che doveva raggiungere. Prendere una posizione sbagliata nella vicenda rischia di comprometterle tutto.
In contrapposizione abbiamo Maggie: non sappiamo quanto di quello che dice sia vero, ma è evidente quanto lei voglia strumentalizzare questa molestia, venderla mediaticamente e usarla come strumento per elevare la propria posizione. Chiede egoisticamente ad Alma di sostenerla pubblicamente, nonostante sappia benissimo, non essendo stata presente, quanto questo significhi correre il rischio di crederle ciecamente.
Maggie non esita un secondo ad alzare un polverone, Hank finisce presto nella gogna mediatica e già dal giorno dopo vede la sua vita cadere a pezzi. Viene cacciato dall’università senza diritto di contradditorio, cancellato, ancor prima che venga emessa una reale sentenza.
Man mano che la vicenda si dipana, diventa chiaro come da questo scontro tutti ne escano moralmente perdenti. La ricerca della verità finisce in secondo piano, perché nessuna delle parti appare mai abbastanza sincera da permettere di essere creduta. Alma, Maggie, Hank, sono tutti a loro modo ipocriti o arrivisti.

Tra loro, Frederik è l’unico vincitore
La glaciale Alma di Julia Roberts è un personaggio imperscrutabile, difficile da comprendere fino alla fine della pellicola. Sappiamo poco di lei, se non il suo bisogno di approvazione, la sua necessità di circondarsi di persone come Hank e Maggie che la adorano, e di conseguenza la fanno sentire importante.
Maggie fatica a trovare un suo status: è figlia di coloro che finanziano mezza facoltà ma non vorrebbe essere questo agli occhi di tutti. Si finge piuttosto molto più povera di quello che è realmente, e diventare la paladina di questa causa potrebbe essere la sua occasione per significare qualcos’altro agli occhi comuni.
L’Hank di Garfield è il personaggio più ambiguo di tutti. Mostrato fin da subito come un personaggio schiavo dei suoi vizi e predatorio in tanti piccoli atteggiamenti, da come mangia a come si relaziona.
Ma questo basta a condizionare l’opinione dello spettatore e a ritenerlo immediatamente colpevole?
Se tra Maggie e Alma c’è un relazione tossica di dipendenza e di approvazione, anche tra Alma e Hank scorre una certa ambiguità nel loro rapporto. La pellicola per questo si concentra sui loro sguardi, gesti, sulle movenze delle loro mani. Perché tutto quello che dicono è costantemente ambiguo, sempre filtrato da menzogne e ipocrisie.
In questo spaccato di personaggi, l’unico che ne esce vincitore è il compagno di Alma, il Frederik di Michael Stuhlbarg. Sembra essere l’unico sempre sincero ed empatico, capace di dialogare con entrambe le generazioni, in un ruolo per certi versi simile a quello che aveva in Chiamami col tuo nome.

Come un film di Woody Allen, ma molto più cinico
Guadagnino adotta fin da subito un cambio di registro, rispetto alle precedenti pellicole, con i titoli di testa col font Windsor, musica jazz e protagonisti sui divanetti. Siamo in un film di Woody Allen. Ma in uno di quelli più cinici, come potevano essere Crimini e misfatti o Mariti e Mogli.
Abbandona completamente l’estetica pop di Challengers e le tonalità più calde di film precedenti. Per ritrarre questo suo nuovo mondo, opta per una messa in scena glaciale, clinica, ma sempre dal gusto estetico impeccabile.

Costruisce una pellicola che ha tutta la sua forza nei dialoghi, sull’attenzione ai dettagli e ai gesti, che rivelano molto più di quanto dicano i personaggi, nonostante passino l’intero film a parlarsi continuamente.
Realizza la sua opera più fredda e spietata, una riflessione sull’etica del giudizio, sulle colpe e sulle ipocrisie, senza fare sconti a nessuno. Mostra limiti e fragilità da entrambe le parti e aspetta solo le battute finali della pellicola per fornire elementi fondamentali per avere una visione d’insieme più chiara. Senza mai prendere nessuna posizione netta, sta allo spettatore mettere in discussione pregiudizi e convinzioni del caso.
a cura di
Alfonso La Manna

