Presentato in concorso al Festival di Cannes di quest’anno e in uscita nelle sale domani, giovedì 18 settembre, distribuito da I Wonder Pictures, “Alpha” segna il ritorno della regista Julia Ducournau con un racconto crudo e drammatico che sconvolge il pubblico. Noi di The Soundcheck abbiamo avuto l’occasione di vederlo in anteprima e ve ne parliamo qui!
Dopo Raw – Una cruda verità (2016) e Titane (Palma d’Oro nel 2021), la regista e sceneggiatrice francese Julia Ducournau torna al cinema con Alpha, presentato in concorso a Cannes. Un nuovo racconto drammatico, duro e spiazzante, che non lascia indifferenti e che ha già diviso pubblico e critica.
La trama
Il titolo del film rimanda direttamente alla protagonista, Alpha (interpretata dalla giovane scoperta Mélissa Boros), una tredicenne che vive con la madre (Golshifteh Farahani), medico. L’equilibrio domestico si spezza quando la giovane rientra da una festa con il tatuaggio di una “A”, incisa sul braccio da un compagno con un ago che potrebbe essere infetto. Da quel momento si teme che abbia contratto un virus che richiama la pandemia di AIDS diffusasi a partire dagli anni ’80, ma che – in questo universo dalle tinte body horror – si manifesta trasformando lentamente le vittime in statue di marmo.
L’episodio getta la madre di Alpha in un vortice di apprensione, che la induce a sottoporre, con insistente angoscia, la figlia a controlli e vaccinazioni, nel costante timore di perderla.

L’ambiguità del confine tra memoria e presente
L’interrogativo sull’eventuale infezione contratta da Alpha scivola, però, rapidamente in secondo piano nel momento in cui a tale linea narrativa viene affiancata quella della tossicodipendenza dello zio Amin (un magistrale Tahar Rahim), il quale irrompe improvvisamente nella vita della ragazza e della madre. Ed è qui che sogno e realtà, memoria e allucinazione si mescolano sempre più, creando un ambiguo confine tra ciò che accade nel presente e ciò che appartiene al passato: la presenza dello zio potrebbe configurarsi come una mera proiezione delle angosce della madre, che a lungo aveva dovuto affrontare le drammatiche conseguenze del virus contratto dal fratello anni prima.
Questa alternanza di piani temporali si presenta fin dalle prime sequenze: seppur segnalata da un simbolico uso del colore (toni cupi e freddi per il presente, cromie più calde per il passato), essa contribuisce a rendere la trama intricata e dai contorni indefiniti, generando nello spettatore domande che, come spesso criticato, rimarranno senza risposta.

Scelte stilistiche “estreme”
Anche in questa pellicola la Ducournau non rinuncia al suo stile “estremo”, caratterizzato da scene intense, immagini crude e spesso disturbanti, primi piani lenti e ossessivi – dall’ago da tatuaggio che penetra nella pelle di Alpha, al sangue che macchia ogni cosa (elemento visivo ricorrente nelle opere della regista). Allo stesso modo, le scelte sonore risultano di travolgente intensità, fatte di rumori assordanti (come il lungo allarme del monitor ospedaliero che segnala l’arresto cardiaco degli uomini trasformati in marmo) e di musiche che accompagnano con efficacia il crescendo drammatico.
Il risultato dell’unione di questi elementi è un impatto visivo ed emotivo dirompente, finalizzato a rappresentare il tormento interiore dei protagonisti. Degne di nota sono le scene del tentativo di fuga da casa di Alpha, ostacolata da un vento furioso che non le permette di avanzare nella notte e che la imprigiona in un’atmosfera cupa e agitata, e l’immagine del soffitto della sua stanza che lentamente scende fino quasi a schiacciarla, frutto del suo inconscio e metafora del senso di soffocamento e di oppressione che la sovrasta.
Un film crudo, ma toccante
Eppure, accanto alla brutalità, il film risulta a tratti anche commovente. Da un lato, lo spettatore si immedesima nella solitudine di Alpha, esclusa dalla famiglia (a tavola non comprende la lingua berbera parlata dai parenti) e dai compagni di scuola, che la tengono a distanza per il suo essere “diversa”, forse malata, quindi pericolosa.
Dall’altro, il pubblico scopre progressivamente la fragilità dello zio Amin: dietro la superficie della tossicodipendenza si intravede il dramma di un uomo che, infettato, è condannato a una morte atroce a cui non si rassegna. Il tema dell’isolamento e dell’emarginazione dei malati trova eco anche nelle immagini di un ospedale spettrale, dove a prendersi cura dei pazienti ridotti a sagome marmoree restano ormai in pochi.

Tra opinioni contrastanti, un’opera da non perdere
Alpha è quindi un film crudo e drammatico che, fin dal suo debutto a Cannes, ha diviso il pubblico. Molti lo giudicano eccessivamente violento, mentre altri lo percepiscono come meno duro rispetto a Raw e Titane.
Alcuni apprezzano la potenza dell’opera sul piano visivo (ad esempio nella rappresentazione dei corpi che si pietrificano), che mantiene alta la tensione per oltre due ore; altri criticano la mancanza di linearità nella struttura narrativa e cronologica, l’uso di metafore e immagini criptiche che rischiano di disorientare, spingendo lo spettatore a chiedersi continuamente se quanto avviene sullo schermo appartenga al presente, al ricordo o a proiezioni mentali. Interrogativi che restano aperti anche dopo l’uscita dalla sala, lasciando in molti la sensazione di un’opera inconcludente.
Forse, però, il senso ultimo dell’opera non è quello di fornire risposte. Piuttosto, Alpha porta a rivivere il dramma di una società dominata dalla paura come quella degli anni ’80-’90 e a condividere il traumatico spaccato di vita di una famiglia: l’emarginazione di una ragazzina troppo giovane per affrontare da sola un mondo che le sta crollando intorno, la disperazione e la forza di una madre che lotta da sola per non perdere i propri cari, la sofferenza di un uomo che cerca nella droga una via di fuga da una morte pietrificante. Temi che, seppur immersi in un universo visionario, parlano al nostro presente.
In conclusione, con Alpha Julia Ducournau ci consegna un’opera intensa e profondamente umana, capace di colpire la sensibilità del pubblico. Un film che destabilizza e fa discutere, e che, proprio per questo motivo, merita di essere visto.
a cura di
Micol Perotti

