È uscito l’11 luglio “Space”, il nuovo album del producer e compositore partenopeo, un viaggio sonoro tra libertà creativa, influenze cinematografiche e radici napoletane

D-ROSS, producer e compositore tra i più influenti della scena urban e pop italiana, torna con “Space”, un progetto discografico personale e collettivo al tempo stesso, uscito l’11 luglio per Rc Music. L’album esplora l’idea di spazio come luogo intimo, libero e creativo, intrecciando suoni elettronici, chitarre evocative e le voci di giovani talenti napoletani.
Un lavoro nato da una necessità profonda, che rivendica la libertà artistica e celebra la forza della condivisione come motore dell’ispirazione.

Ciao D-Ross, partiamo dal cuore del tuo nuovo lavoro. “Space” è un titolo che evoca immagini ampie, astratte, quasi cinematografiche. Cosa rappresenta per te questo “spazio”? È più un luogo mentale, sonoro o personale?

È una necessità a non rinunciare al proprio spazio creativo. Sono una persona molto creativa, ho tante idee e spesso non sono adatte per le robe più mainstream.

Nel disco si percepisce un forte senso di collettività e di appartenenza a Napoli, anche attraverso le collaborazioni. Come hai scelto gli artisti coinvolti e in che modo la città continua a ispirare il tuo lavoro? E guardando oltre il tuo disco: cosa rende, secondo te, la scena musicale napoletana così viva e riconoscibile oggi, anche rispetto ad altri contesti italiani?

Con space, ho voluto fortemente coinvolgere artisti e musicisti di Napoli con i quali ho già avuto modo di collaborare su altri progetti. La condivisione di idee è alla base della nascita di un opera d’arte. Napoli è una città che, nonostante tutto, mette il rapporto umano al centro della vita, in qualsiasi campo. E dalle sue contraddizioni riesce a trarre la propria forza. Cosi, in maniera molto naturale, ho ricreato questa dinamica in studio confrontandomi con i tanti input degli artisti che a volte sembravano non trovare un terreno comune per poi vedere nascere un sound, un riff, una melodia o un atmosfera nuova.

Hai parlato di “space” come di un progetto che rivendica la libertà creativa nel mercato discografico. C’è mai stato un momento in cui ti sei sentito costretto a rinunciare a questa libertà?

Quando faccio il produttore, vanno considerati una serie di elementi che non riguardano me. L’artista e la sua visione, le sue influenze musicali, la sua storia, il suo posizionamento sul mercato etc.. si deve navigare in mezzo a tutte queste considerazioni. Metto l’artista al primo posto, ma cerco sempre di essere me stesso coerente con la mia visione. E la considero comunque una collaborazione.

La chitarra è lo strumento protagonista del disco, in un equilibrio tra suoni aggressivi e atmosfere oniriche. Come hai lavorato alla costruzione di questo contrasto sonoro?

Sono partito sempre da un tema musicale poi ho provato a lavorare sulle armonie, non volevo fare un disco del tutto improntato sulla chitarra infatti l’ ho usata in maniera melodica per la maggiore senza mai sfociare in virtuosismi gratuiti. Quando era troppo ho optato per voci o respiri musicali.

Nel brano “Lunch” hai reinterpretato Billie Eilish con la voce di Florinda. Com’è nata questa scelta e cosa volevi comunicare attraverso quella versione?

Adoro Billie Eilish. Attualmente penso sia l’artista pop più rilevante. Il suo modo di cantare mi ha rapito dal primo momento. Ho messo tempo a trovare la chiave giusta per reinterpretare questo brano, volevo che fosse il piccolo gioiellino nell’album, ho rielaborato tutta l’armonia e ho creato un sound più cinematografico. Il lavoro sulle cover è molto interessante, ti permette di dare una tua chiave di lettura, che è un po (a volte molto) diversa dall’originale e farla diventare un po tua, in qualche modo. Florinda l‘ha poi cantata in maniera impeccabile.

Hai realizzato colonne sonore e prodotto hit mainstream. Quando lavori a un progetto tuo, come “Space”, come cambia il tuo approccio?

Quando lavoro sulle mie cose sono libero di fare quello che voglio quindi il processo creativo è più fluido. Però man mano che il disco prende forma poi bisogna fare delle scelte stilistiche precise per non uscire fuori strada, ma su questo sono abbastanza prudente. So orientarmi perché di base l’idea è nella mia testa.

Hai attraversato mondi molto diversi: urban, pop, colonne sonore, progetti internazionali. Dove si colloca “Space” in questo percorso? È un punto di svolta, un ritorno alle origini o qualcos’altro?

Space si colloca in un segmento musicale riflessivo di ascolto e vuole parlare a tutti coloro che si sentono a volte smarriti. Non so dirti cosa rappresenterà nel mio percorso personale, sarà il tempo a dirlo. Però posso dirti che è stato fatto per necessità. Risponde ad un bisogno quasi vitale, in un momento della mia vita dove io stesso mi sentivo smarrito. L’ho iniziato senza una meta precisa e costruirlo canzone dopo canzone è stato il mio modo per ritrovarmi e avere una nuova progettualità. Ovviamente so benissimo che non parlerà per forza a tutti ma secondo me può avere il suo spazio all’interno di questo mercato.

a cura di
Martina Cavalli

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