Usciva quarant’anni fa Brazil, capolavoro visionario di Terry Gilliam, sopravvissuto a numerose e dure battaglie distributive, soprattutto nella “rigidissima” America. Dopo il rilascio di una nuova versione restaurata, il film è tornato sul grande schermo circa un mese fa al Festival del Cinema Ritrovato di Bologna, accolto da una Piazza Maggiore gremita. Ironico, dissacrante, onirico e struggente, Brazil continua a “spaventare” il pubblico per la sua disarmante attualità.
Sotto il cielo stellato di Piazza Maggiore, a Bologna, è tornato a vivere Brazil, capolavoro visionario del regista statunitense Terry Gilliam. Presentato in una nuova versione restaurata dallo stesso autore in occasione del Festival del Cinema Ritrovato, il film, uscito originariamente nel 1985, si è riproposto al pubblico con tutta la sua forza dirompente, ironica e struggente. A quarant’anni dalla sua prima travagliata distribuzione, Brazil continua ad inquietare per la sua profonda attualità, capace di parlare a spettatori di ogni epoca.
A Bologna Gilliam, accompagnato dalla sua consueta verve ironica, ha ricordato le difficoltà produttive e distributive che il film incontrò negli Stati Uniti. Soprattutto con il produttore Sid Sheinberg, il quale insisteva per un montaggio più breve e commerciale, convinto di un maggiore successo per il grande pubblico grazie ad un epilogo romantico. “Love Conquers All” era, secondo Sheinberg, il messaggio del film, un’interpretazione che Gilliam, però, ha sempre respinto.
Se è vero che Brazil racconta di una storia d’amore, è altrettanto vero che l’amore è anche uno strumento narrativo: ciò che il film mette davvero in scena è il tentativo di ribellione individuale contro un sistema spersonalizzante, in un mondo dove la burocrazia ha preso il posto dell’umanità.
Un immaginario distopico già noto, eppure originale
Brazil affonda le sue radici in un immaginario distopico già anticipato notoriamente da George Orwell con 1984, ma riesce ad aggiornarlo e trasformarlo in qualcosa di nuovo ed assolutamente originale. La forza del film sta proprio nella sua capacità di giocare con il linguaggio cinematografico. Citazionista, eclettico, esteticamente dissonante e affascinante, Brazil è un’opera che sfugge a ogni classificazione, mescolando generi e toni restando fedele a se stesso mentre continua a rispettare una sua sorprendente coerenza.
La trama è ben conosciuta: Sam Lowry è un modesto impiegato di un mondo futuribile sovrastato da ministeri onnipresenti e da una burocrazia grottesca. Quando un banale errore amministrativo — un funzionario scambia il cognome “Tuttle” con “Buttle” mentre compila una nuova lista di prigionieri/dissidenti di Stato da arrestare — porta alla tragica morte di un uomo innocente, Sam decide di intervenire nei limiti delle sue capacità.
Nel tentativo di rimediare, intraprende un percorso che lo condurrà inevitabilmente a scontrarsi con il rigido e opprimente apparato del potere. Parallelamente, il protagonista immagina una donna misteriosa con cui vive, nei suoi deliranti sogni, avventure nei cieli. Nel momento in cui scopre che quella figura onirica esiste davvero, decide di seguirla, in una fuga dal reale che ha tanto il sapore della speranza quanto anche quello della più feroce condanna.

Oltre la classificazione, Brazil è ironia e frustrazione
L’attore britanico Jonathan Pryce interpreta Sam guidato da innegabile versatilità: un “antibello”, goffo e dimesso, ma capace di una gestualità timida e ironica che lo rende, tuttavia, incredibilmente umano. La sua interpretazione, volutamente macchiettistica, riesce a veicolare la tensione interna tra conformismo e desiderio di ribellione. Accanto a lui spicca Robert De Niro, nel ruolo quasi cameo di Harry Tuttle: il ribelle per eccellenza, figura che incarna l’anarchia e la libertà individuale, l’opposto di tutto ciò che l’ordine costituito e brutalmente imposto, rappresenta.
Gilliam costruisce, così, un film che trascende i generi cinematografici così pedissequamente identificati: infatti, Brazil è, insieme, satira politica, racconto fantascientifico, commedia nera e tragedia romantica. Le sequenze oniriche, cariche di colori e simbolismo, si alternano a scene angosciose e claustrofobiche, in cui la realtà distopica si fa soffocante. L’universo rappresentato è messo in scena secondo le caratteristiche visive del cinema espressionista.
Un mondo, questo narrato da Gilliam, sfigurato, eppure riconoscibile, anche a distanza di quarant’anni dalla sua prima distribuzione. Si tratta di un “futuro prossimo” che riflette le ansie sociali e politiche degli anni Ottanta ma che, tragicamente, si adatta perfettamente anche al nostro presente.
Immaginare per sopravvivere, amare per continuare a combattere: questo è il Brazil di Gilliam
È proprio qui che Brazil mostra tutta la sua forza profetica: nella critica feroce a un mondo dominato da poteri invisibili, da gerarchie irrazionali e da una burocrazia cieca. La società messa in scena nel film non è altro che una versione iperbolica della nostra, dove la disumanizzazione diventa la regola.
Eppure, anche in questo desolante scenario, Gilliam vuole provare a lasciare spazio alla possibilità di sognare.
Il protagonista, infatti, già dall’inizio del film seppur paia perfettamente integrato nel sistema manifesta alcuni segni di dissenso. Sam, appunto, non accetta immediatamente la promozione lavorativa che a lui viene “caldamente” suggerita per merito delle conoscenze della sua vanitosa e snob madre, così come non si rassegna al fatale errore che ha innescato tutta la tragica vicenda. Ma soprattutto, durante il corso del film, man mano che passano i minuti, sembra non voler smettere di inseguire, contro ogni difficoltà, la sua idea di amore e la sua idea di libertà.

Resistere, resistere sempre
Il finale, in questo senso, risulta assolutamente emblematico: dopo una rocambolesca fuga con la sua amata, Sam viene malauguratamente catturato e torturato dai funzionari dello Stato. Nella sua mente, però, l’uomo ha già raggiunto questo fantomatico Brazil, un luogo irreale ma perfetto, dove poter amare e semplicemente vivere al di là della burocrazia, lontano dall’oppressione. È un finale amaro, ma che lascia intravedere un messaggio di resistenza interiore. Anche se tutto ci viene tolto, libertà, lavoro, identità, resta lo spazio del sogno, inalienabile.
A suggellare tutto, il celebre motivo musicale Aquarela do Brasil, che ritorna come un contrappunto dolce e malinconico alle immagini più cupe del film. Può essere, forse, un promemoria sonoro, un invito al “desiderio”, nonostante tutto.
Una realtà, la nostra, che è sempre più simile a quella rappresentata da Gilliam: il cinema ed opere come Brazil rimangono, allora, portatrici di messaggi universali, resistenti alle intemperie del tempo. Si tratta di concetti da rispolverare dallo scrigno della memoria, riscoprire e custodire con cura: questi messaggi dicono agli spettatori di quarant’anni fa così come a quelli di adesso che immaginare ed amare sono sempre il nostro atto di resistenza più autentico.
a cura di
Noemi Didonna

