Nora Lang, “Quel che resta” è il suono poetico di una rinascita

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Nora Lang ed il suo viaggio tra suoni e parole nell’EP uscita questo 21 marzo “Quel che resta”. Un EP che vuole trasformare il dolore in forza, tra nostalgia, rinascita e sonorità elettroniche.

Ciao Nora e benvenuta su The Soundcheck! Quel che resta nasce dalla necessità di fare pace con il passato e trasformare il vuoto in qualcosa di concreto. Qual è stata la sfida più grande nel tradurre queste emozioni in musica?

Ciao The Soundcheck, grazie a voi per avermi dato spazio permettendomi di farvi entrare un po’ più entro al mio nuovo EP! La sfida più grande è stata senza dubbio la scelta dei suoni, volevo fossero freschi e che mi rappresentassero al 100%. Poi sicuramente la decisione di partire definitivamente con il mio progetto, dopo anni e anni a fare musica in cameretta non è stato facile rendere pubbliche le mie creazioni per la prima volta. (Nora)

L’EP è una sorta di diario sonoro di un periodo difficile. C’è una canzone che ti è stata particolarmente difficile da scrivere o ascoltare una volta terminata?

Sì, ‘6’ è stata sicuramente la traccia più difficile da riascoltare perché per scriverla ho scelto di fare i conti con due cose della mia vita che in quel momento mi stavano premendo sul petto: il fatto che il filo che mi legava a una persona a me davvero importante si fosse spezzato e la voce di mio padre che rimbombava nella testa recriminandomi il fatto di non aver raggiunto nulla dopo 6 anni in una città lontana da casa. Ovviamente quest’ultima cosa non era reale ma in quel momento percepivo di aver fallito in ogni aspetto della mia vita.

Il concetto di perdita si intreccia non solo con l’assenza di una persona, ma anche con quella di un luogo, di una casa, di una città. Come questi elementi hanno influenzato il sound dell’EP?

Ho appositamente scelto di dare ai suoni la stessa importanza delle parole infatti ad ogni traccia ho assegnato delle sonorità ben precise che fossero coerenti tra loro. In ‘6’, ad esempio, si percepiscono sonorità più liquide che rimandano al mare che “ha perso tutta l’acqua” togliendomi così ogni possibilità di raggiungere la persona che avevo davanti fino a poco prima, oppure, in ‘niente’ la parte ritmica amplifica la sensazione di movimento e di cambiamento creando una tensione costante, quasi come se accompagnasse una corsa in macchina di notte. Questo perché credo alla potenza degli scenari che i suoni possono creare tanto quanto può farlo un testo.

Hai scelto di bilanciare il peso emotivo dei testi con sonorità elettroniche e un’anima pop. Come hai lavorato per creare questo equilibrio tra malinconia e rinascita?

Quando ho scritto ‘niente’ pensavo solamente al giorno in cui la nostalgia mi avrebbe sfiorata senza farmi più male davvero cercando quindi una scintilla di speranza. Non a caso ho scelto di metterla come ultimo brano dell’EP assegnandole un titolo che fosse in contrapposizione con il nome dell’EP stesso. È stato anche l’ultimo brano che ho prodotto in ordine cronologico. Scrivere tutte le altre invece è stata dura, cercavo di scavare dentro di me per riuscire a buttare fuori le scorie che avevo incastrate nel petto. Per scrivere ho usato immagini metaforiche cercando di dare una forma a quel tipo di dolore che non avevo mai provato prima.

La musica, per te, è un rifugio ma anche uno sfogo. C’è stato un momento in cui hai sentito che la scrittura di questo EP ti stava davvero aiutando a ricostruire qualcosa dentro di te?

Solo una volta finito l’EP e riascoltandolo per intero sono riuscita a capire come i miei sentimenti stessero mutando in positivo e come le ferite pian piano si stessero rimarginando. Posso dire di aver usato l’EP come un mezzo per fotografare determinate sensazioni e per ricordarmi che, anche se a volte il dolore che stiamo provando ci sembra la cosa più terribile e insormontabile del Pianeta, in realtà si può superare.
È come se, dopo tre/quattro mesi passati a tramutare i miei pensieri in musica, qualcuno avesse premuto un pulsante dentro di me che ha riacceso la mia voglia di fare e ho cominciato a trasformare quel che restava del dolore in forza di volontà. Solo così sono riuscita a cambiare atteggiamento e ora posso affermare con certezza che vivo la vita non guardando al passato ma vivendo il presente senza rimpianti.

Se dovessi descrivere Quel che resta con un’immagine o immaginario quale sarebbe?

Difficile descrivere a parole l’immaginario che ho in mente, diciamo che sono più brava a farlo attraverso le immagini. Infatti nelle copertine dei due singoli ‘via da me’ e ‘principio’ e nella copertina dell’EP stesso ho cercato di far capire quale fosse lo scenario in cui volevo catapultare l’ascoltatore: mi sono messa sempre all’interno di paesaggi surreali che richiamassero sensazioni specifiche. L’elemento che lega tutti quegli scenari è senz’altro qualcosa di appuntito: nell’artwork del primo singolo la pianta carnivora dalla quale sembra che io stia nascendo, nel secondo sto cadendo su un qualcosa che inizialmente mi ha dato vita e che alla fine, come si vede nella artwork dell’EP, finirà per trafiggermi.

Niente si contrappone quasi provocatoriamente al titolo dell’EP, affermando che alla fine non c’è nulla da rimpiangere. Qual è stato il punto di svolta che ti ha portato a questa consapevolezza?

Il punto di svolta l’ho raggiunto nel momento in cui ho preso consapevolezza di essermi distaccata totalmente da quella dipendenza emotiva che mi legava all’altra persona e ho visto come fossi realmente cresciuta emotivamente in seguito a quest’ esperienza. Ho capito che mi rapportavo alle persone in maniera differente e con un occhio di riguardo nei miei confronti. Questo si capisce anche dal fatto che ho finalmente deciso di cominciare a rendere pubblica la mia musica che fino a poco tempo fa ho scritto e prodotto senza farla mai uscire dal mio pc. Ho preso coraggio tramutando le mie insicurezze in qualcosa che potesse farmi ripartire da me e successivamente connettermi con nuove persone.

a cura di
Staff

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di Staff

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