“The Apprentice: Alle origini di Trump” – la recensione in anteprima del nuovo film di Ali Abbasi

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Oggi in alcuni cinema selezionati e in uscita il 17 ottobre, The Apprentice ripercorre le origini di Donald Trump e si pone l’obiettivo di raccontare ciò che non avremmo mai osato chiedere. L’interpretazione del personaggio più controverso del momento è affidata a un formidabile Sebastian Stan, affiancato da Jeremy Strong nei panni dell’avvocato Roy Cohn.

New York, anni Settanta. Erede di un’importante famiglia di costruttori, Donald J. Trump è determinato ad affermarsi nel mondo degli affari e “conquistare” la Grande Mela.

In un club esclusivo, frequentato dagli uomini più in vista della città, conosce Roy Cohn, avvocato e faccendiere politico già al fianco del senatore McCarthy, che riconosce in Donald un suo alter ego alle prime armi. Il loro incontro segna l’inizio dell’ascesa del protagonista e di un rapporto fondato su un’evidente fame di potere che allo stesso modo li caratterizza.

Trump vs. Trump

Presentato in anteprima assoluta all’ultimo Festival di Cannes, nell’anno delle 60° elezioni presidenziali negli Stati Uniti, The Apprentice intende far parlare pubblico e critica.

Secondo il New Yorker, The Apprentice è il “film giusto al momento giusto”, per motivi evidentemente legati non solo alla campagna elettorale in atto, mentre non sono mancate le critiche – tutt’altro che inaspettate – da parte dell’entourage dell’ex Presidente, che ha definito l’opera “spazzatura di pura finzione”.

Al di là della posizione politica di ciascuno di noi, vi sono molti modi per approcciare la visione della pellicola. Il racconto del regista iraniano Ali Abbasi (Border, Holy Spider) incuriosisce e stuzzica lo spettatore che vuole conoscere più a fondo Donald Trump come personaggio contemporaneo, oltre che uomo politico, e capire le sue sfaccettature e le motivazioni delle sue scelte.

Forte di una narrazione già nota, in particolare dopo il mandato di Trump come 45° Presidente statunitense, il pubblico è così incaricato di trovare, se necessario, similitudini e differenze con la narrazione quotidiana dei media.

Attacca, attacca, attacca

L’opera di Ali Abbasi si sviluppa su tre elementi principali: la figura di Donald Trump, quella di Roy Cohn e gli stessi personaggi in relazione al contesto in cui agiscono, spinti da valori e obiettivi comuni.

Nella prima parte del film, si assiste al tentativo di un giovane Trump di entrare a modo suo nel mondo degli affari immobiliari. Donald è visibilmente inesperto, schiacciato dalla reputazione del padre Fred, proprietario del Trump Village e accusato di discriminazione nei confronti degli inquilini immigrati che ci abitano, e dalle aspettative che la famiglia nutre verso di lui.

Appena ventisettenne, Donald non ha di fatto gli strumenti necessari a una svolta concreta, ma conosce bene la sua città, frequenta e osserva attentamente i luoghi in cui si riuniscono gli uomini più influenti di New York. È proprio in uno di questi che trova la sua occasione: Roy Cohn, che vede in Trump un grande potenziale e gli insegna come conquistare ricchezza e potere attraverso l’utilizzo dei media.

Spietato e incapace di scendere a compromessi, Cohn sottopone anche a Trump le sue regole, che ripete come un mantra: “attacca, attacca, attacca”, negare tutto, sempre, e non ammettere mai la sconfitta, mostrandosi quindi vulnerabili. L’essenziale è raggiungere l’obiettivo senza soffermarsi troppo sulle conseguenze e sulle persone coinvolte nell’operazione.

I due diventano allora uno lo specchio dell’altro, almeno fino al momento in cui Trump farà del loro rapporto uno strumento per raggiungere lo scopo, seguendo, se non altro, la visione dello stesso Cohn.

Là dove finisce il Sogno americano

L’allievo supera il maestro: in The Apprentice, Donald Trump diventa Donald Trump. Nell’impero che intende costruire, tutto è destinato a diventare grandioso, rivoluzionario, ma solo agli occhi del protagonista.

Ogni sua azione e ogni suo traguardo non possono che giovare allo stesso artefice: una moglie bellissima (Ivana Trump è interpretata da Maria Bakalova), conquistata, poi umiliata e “dimenticata”, un albergo extra lusso e la Trump Tower, una fortezza di marmo e di vetro progettata nei minimi dettagli, che poco ha a che fare con il tentativo di risollevare le sorti di una città in parte allo sbaraglio.

A questo punto il film sembra suggerire un’associazione diretta con il presente, con un pezzo di Storia americana familiare allo spettatore di oggi: la scalata di Trump verso il successo è fine a sé stessa. Il vero scopo finale è ottenere potere e consensi a qualunque costo.

Mentre nell’immaginario collettivo, il Sogno americano ha spesso un’accezione positiva, in The Apprentice il suo significato cambia radicalmente. Di fronte alle opportunità che in quel momento gli Stati Uniti possono offrire, non vi è riconoscenza nel personaggio di Trump, ma solo il desiderio di entrare nelle grazie dei potenti e dei media e di utilizzare il sistema legale americano contro qualsiasi nemico potenziale.

Lo stesso rapporto tra Donald e Roy Cohn ne è una dimostrazione: è una sicurezza per il primo per avviare la sua carriera e, nel tempo, non sarà sempre così saldo. Nel 1984, a Cohn viene diagnosticato l’AIDS e, nonostante non l’abbia mai dichiarato apertamente, Trump appare ingenuamente sopraffatto dall’idea che la malattia possa essere contagiosa e allontana il suo collaboratore più fidato, dando così voce ai suoi pregiudizi.

Un film rischioso o inevitabile?

Non si può parlare di The Apprentice senza considerare il periodo storico che stiamo vivendo e il contesto in cui il film è stato prodotto e distribuito.

“La mia valutazione era che gli americani non avessero il coraggio di fare questo film da soli — e non mi sono davvero sbagliato. […] Pochi si impegnano davvero con il punto di vista del film, a parte chiedersi se dipinge Trump in modo positivo o negativo. La scelta di allontanarsi da quella dicotomia è, secondo me, la prospettiva radicale del film”.

Ali Abbasi in un’intervista a The Hollywood Reporter

La regia di Abbasi è precisa e attenta. Si affida ciecamente alla penna del giornalista Gabriel Sherman e alla fotografia granulosa e opaca di Kasper Tuxen (Beginners, La persona peggiore del mondo), che descrive un mondo solo apparentemente in ascesa e sembra nascondere l’ambiguità degli affari nelle mani di Trump.

La prima parte del film è avvincente, incuriosisce facilmente lo spettatore e non subisce l’influenza delle conoscenze pregresse di molti. L’interpretazione di Sebastian Stan nei panni di Trump e quella di Jeremy Strong nel ruolo di Cohn sono un grande valore aggiunto. Entrambi risultano convincenti e impeccabili nelle movenze dei loro personaggi.

Nel complesso, il film è di per sè meno rischioso della sua stessa accoglienza in sala e anche il giudizio più negativo si scontra con una messa in scena piuttosto accurata. Il racconto di Ali Abbasi è infatti scorrevole, privo di sbavature, a tratti prevedibile e talvolta chiarificatore.

The Apprentice restituisce, con il ritratto del suo protagonista, un punto di vista ben preciso sulla società contemporanea e sul ruolo di spettatori anche di fatti reali. Conferma come il potere è tale nelle mani delle persone giuste e come l’uso improprio dello stesso porti a costruire luoghi e meccanismi inaccessibili a molti e fini a sé stessi.

a cura di
Sofia Vanzetto

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