“FFB427″è il disco d’esordio del cantautore pugliese Giallo: quando la musica diventa mezzo di espressione e conoscenza di sé stessi e degli altri
La musica è un’arte primordiale. Tutto ha un suono, i suoni come le parole ci avvolgono da sempre, per questo non è facile dire con precisione quando da un semplice ascolto “incosciente” si passa ad uno consapevole. Un po’ come è capitato a Giallo, nato a Lecce, classe 1997, perfettamente consapevole che la musica è diventata presto il suo mezzo di espressione, nonché valvola di sfogo.
Il tutto grazie alla collezione di vinili dei genitori e a sua mamma, che dopo aver capito che lo sport e il ballo non facevano per il piccolo Giacomo, lo ha iscritto a un corso di pianoforte, il suo primo amore.
Da allora son passati degli anni, durante i quali Giacomo ha studiato al Conservatorio della sua città, si è avvicinato ad altri strumenti come clarinetto, pianoforte classico e tastiere. Con la sua band ha cominciato a cimentarsi col canto, dedicandosi anche alla composizione e produzione per sé e per altri. Oggi Giallo pubblica “#FFB427” il suo disco d’esordio per CITRO e La Tempesta Dischi, il suo bigliettino da visita: essenziale, introspettivo e rappresentativo di quel ragazzo che ha imparato a vivere dalle canzoni e grazie alle sue è riuscito a conoscersi e scoprirsi.
Abbiamo incontrato Giacomo per voi e ci ha raccontato qualcosa di sé, della sua passione per i colori, per uno in particolare, del suo percorso artistico tra vinili, conservatorio, incontro con Piero Romitelli, C.E.T. di Mogol e CITRO, il suo spazio creativo in cui, con la manager Margherita De Francesco e recentemente con Enrico Molteni, accoglie tutti coloro che vogliono sentirsi liberi di esprimersi, fluire, arricchirsi e confrontarsi.

Ciao Giacomo, benvenuto su The Soundcheck. Cosa rappresenta per te la musica? Com’è avvenuto il vostro primo incontro?
Fino a poco più di un anno fa mi era davvero complesso spiegare a parole cosa rappresentasse per me la musica, o meglio, era complesso spiegare a parole un po’ tutto ciò che non potevo scrivere in forma canzone. Probabilmente è proprio per questo che sono finite le mie relazioni! Scherzi a parte, il punto era proprio qui: per quanto banale e retorico possa sembrare, è nella musica che sfogavo e sfogo tutto ciò che non riesco a dire e a fare nella mia quotidianità, crescendo è stato l’unico mezzo di espressione che avevo.
Mi sono reso conto che il mio amore verso il pop nasce proprio dalla necessità di farmi capire, e di arrivare alle persone così come sono, cosa per me non così scontata.
Il mio primo incontro con la musica non so esattamente quando sia stato, diciamo che è qualcosa che nella mia vita esiste da sempre grazie ai miei genitori, che avevano una collezione gigante di dischi in vinile con la quale sono cresciuto. Ho sicuramente memoria, invece, del mio primo incontro con il pianoforte. Avevo tre o quattro anni quando mia madre si è resa conto che lo sport proprio non faceva per me, dopo varie lezioni di ogni tipo di ballo ad un certo punto si è arresa e mi ha portato ad un corso di piano, il mio primo amore suppongo.
Hai da pochi giorni pubblicato “FFB427” il tuo album d’esordio solista, titolo apparentemente inspiegabile, ma si ricollega al tuo nome d’arte. Che rapporto hai con i colori e perché questa passione per il Giallo?
Proprio come nella musica, dove ho sempre cercato di essere pop per sopperire al non essere pop nelle parole e nel linguaggio del corpo, ho sempre usato i colori allo stesso modo: dal vestiario alle foto, mi piace esprimermi con i colori per far arrivare anche lì qualcosa che altrimenti non riesco a spiegare.
Il giallo nello specifico è sempre stato il mio colore preferito e sembrerà assurdo, ma in realtà è anche e soprattutto la crasi del mio nome: le prime tre lettere di GIAcomo e le ultime tre di pisaneLLO. Inutile spiegare come mi sia subito sentito perfettamente rappresentato e compreso da questo nome.
Com’è nato “FFB427”? Le otto tracce che lo compongono sono nate tutte nello stesso periodo e quali stati d’animo le hanno influenzate?
Ho più volte definito l’estate in cui ho scritto quest’album come la più brutta della mia vita, ma ad oggi se cerco di scavare un po’ più a fondo in quello che stavo vivendo mi rendo conto di quanto sia una definizione riduttiva. Sicuramente per quanto ci fosse tanta rabbia, frustrazione, odio verso me stesso per aver deluso delle persone a cui voglio bene e per aver deluso anche me, forse è proprio tutto questo che mi ha fatto sentire davvero vivo e che mi ha portato a tirare tutto fuori come mai avevo fatto.
C’era anche tanta voglia di conoscermi meglio e di capire meglio le persone in generale. Durante la scrittura poi sono venuti fuori anche momenti felici ovviamente, momenti spensierati, moltissimi stati d’animo ed ho cercato di dedicare il giusto tempo per esprimerli tutti uno per uno.
Oltre ad essere musicista, cantautore e produttore sei fondatore insieme a Margherita De Francesco del collettivo CITRO. Qual è il vostro obiettivo?
CITRO nasce dalla necessità di dare spazio alla creatività, sia io che Margherita, la mia manager, volevamo creare un luogo dove potessimo esprimerci e sentirci parte di qualcosa che ci rappresentasse. L’obiettivo è quello di espandere questa libertà anche ad altri, ed ovviamente, continuare a fare musica. Ci piace che in CITRO le persone possano sentirsi a casa e libere di essere loro stesse, di fluire e arricchirsi, confrontarsi.
Margherita dice che “CITRO è una mente alveare” dove le persone possono supportarsi e posare i semi per sbocciare e noi crediamo fortemente nel lavoro di squadra, nella collaborazione e nel valorizzare ciascun individuo per la sua unicità.
Al collettivo sta collaborando anche Enrico Molteni dei Tre Allegri Ragazzi Morti. A proposito di collaborazioni com’è nata quest’ultima e quella con Piero Romitelli?
La collaborazione con Enrico si è realizzata tramite Margherita, lei studia in SAE dove Enrico tiene un corso di formazione qui è nato subito un bel rapporto tra i due, un po’ perché Margherita è una grande fan dei Tre Allegri Ragazzi Morti, un po’ forse per lo spirito ribelle di entrambi. Quando lei ha portato il mio progetto per l’esame di SAE il risvolto è stato tanto positivo che Enrico ha collaborato volentieri con noi all’uscita di questo album. Inutile dire quanto gliene siamo grati.
Per quanto riguarda Piero invece la storia cambia un po’, è una collaborazione di vecchia data ma che mi ha insegnato e fatto crescere davvero tantissimo; ci siamo conosciuti ad un concorso musicale al quale partecipai anni fa, di lì abbiamo avuto modo di legare.
Da conterranea, (sono pugliese anche io), ti chiedo cosa manca alla nostra regione che pur essendo prolifica in termini di professionalità e talenti non riesce a trattenere chi come te ha un progetto artistico da realizzare?
Avendo passato 25 anni a Lecce penso non solo che la Puglia non ha nulla da invidiare a nessuno in quanto a talenti, ma che ci sarebbero anche tutti i presupposti per creare una vera e propria “scuola pugliese” anche nel pop, proprio come quelle che si stanno affermando a Napoli o in Liguria. C’è solo un problema secondo me, le persone non sono troppo felici di collaborare, di fidarsi degli altri e di affidarsi a dei professionisti.
Questo vale nell’ambito prettamente musicale ma anche e soprattutto per tutte quelle figure che alla musica orbitano attorno, come manager, booker, uffici stampa, direttori creativi ecc. Per quanto ci vantiamo di essere aperti e condivisivi in realtà non lo siamo così tanto, e spesso manca proprio il riconoscimento e la valorizzazione del lavoro di un team.
a cura di
Mariangela Cuscito

