“Mi fai pena”, i Bellanotte parlano del loro esordio

“Mi fai pena”, i Bellanotte parlano del loro esordio
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Il 22 luglio, il duo Bellanotte ha esordito con il suo primo singolo “Mi fai pena” per per l’etichetta Atomic Studio Records. Barbara Suzzi ed Edoardo Gasperoni, con l’aiuto del rapper Slat, danno il via ad nuovo progetto che unisce l’elettronica al punk.

I Bellanotte decidono di presentarsi per la prima volta al pubblico con un brano irriverente e ricco di invettiva. Tramite un testo semplice e diretto, esprimono tutta la loro angoscia nei confronti del mondo che li circonda. Dall’omologazione espressiva dei social si passa alla critica della saccenza dei “boomer”, incapaci di istaurare un dialogo con i più giovani. Il punk incontra i synth rimandando a gruppi come i Prozac+ o i Surgery. Il ritmo energico e frenetico crea un equilibrio perfetto con i cori semplici presenti nel brano. In autunno/inverno la band pubblicherà il suo primo EP.

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Barbara che ha approfondito meglio questi aspetti…

Bellanotte “Mi fai pena”
Partiamo con una domanda abbastanza scontata: com’è nata la collaborazione tra te ed Edoardo?

È nata durante un corso di synth che abbiamo fatto un po’di anni fa. Ci siamo conosciuti, io avevo scritto queste canzoni voce e chitarra, registrate con un quattro piste e chiacchierando mi ha detto: “Ma dai, perché non proviamo a produrle in chiave elettronica?”. L’elettronica mi ha sempre incuriosito perché io vengo dalla batteria, uno strumento assolutamente analogico e ho sempre suonato in band in cui c’erano basso, chitarra, batteria e al massimo una tastiera.

Mi ha sempre incuriosito il mondo digitale, dei synth, il poter produrre musica elettronica e quindi gli ho detto di sì e ci siamo ritrovati a buttare giù qualche canzone che avevo scritto, ci è piaciuto quello che ne è venuto fuori, ci divertivamo e da lì è partito tutto. Anche Edoardo ha iniziato a produrre musica e a fare dei beat. Presto faremo anche altre canzoni che sono partite esclusivamente dai Bellanotte.

È molto raro, almeno in Italia, trovare questo connubio tra il punk e l’elettronica…

Noi non ci siamo posti la domanda: “Ma che genere facciamo?”. È venuto fuori così, quando segui quello che senti di voler dire, quello che hai bisogno di comunicare. Queste canzoni sono nate dal bisogno di buttar fuori certi sentimenti, certi pensieri e insieme gli abbiamo dato il vestito che più gli si adattava. “Mi fai pena” era una canzone già di base punk, aveva un ritmo abbastanza sostenuto anche quando l’avevo registrata voce e chitarra/basso.

Il mood era quello, anche perché io vengo da quel background lì, vengo dal punk, dall’hardcore, dal grunge. Quello che hai ascoltato ti influenza la scrittura. Anche Edoardo viene dal punk, ma si è approcciato molto prima di me alla musica elettronica, all’ascolto di band punk hardcore, da Perturbator a anche cose un po’ più dance o punk come i primi lavori di Skrillex che già associavano l’hardcore punk alla musica elettronica.

Qual è il tuo rapporto con la tua notorietà?

La maschera, sia in Io e la Tigre che nei Bellanotte, mi aiuta a tutelare la mia privacy. Dopo i festival la toglievo. Quando le persone mi riconoscono mi fa piacere scambiare quattro chiacchiere. Vuol dire che seguono quello che fai ed è gratificante. Magari ti fanno i complimenti, ti chiedono qualcosa in merito a quello che stai facendo. Non ho la maschera perché mi devo nascondere.

Secondo te, quanto è importante oggi per un artista essere popolare?

È importante nel momento in cui hai la possibilità di esprimerti, sei popolare nel senso che puoi arrivare al popolo. Non c’è nulla di male, anzi, puoi dar voce alla tua arte. Penso che ogni artista, quando crea qualcosa, senta il bisogno di far arrivare il suo messaggio. Ci sono certi canoni stilistici che ti portano ad omologarti ed è lì che magari bisognerebbe resistere per riuscire a raccontarsi agli altri. Penso che ognuno debba avere la possibilità di esprimersi come vuole, sicuramente il tuo valore artistico ne guadagna se riesci a farlo senza piegarti a certe logiche finalizzate al successo.

Il pezzo, oltre ad avere delle chiare influenze synthwave, ha un’attitudine molto punk, pensi che i valori tipici di quel genere possano aiutare a contrastare gli effetti dell’ipocrisia sociale di cui parlate nel brano?

Sicuramente una maggiore consapevolezza e una maggior attenzione a quello che sta succedendo nel mondo, avere una maggiore sensibilità nei confronti delle difficoltà del momento storico che viviamo, alla crisi sociale, politica ed economica che stiamo vivendo sicuramente può aiutare a contrastare gli effetti dell’ipocrisia sociale. Avere un maggiore pensiero cristico, una maggiore presa di coscienza e un atteggiamento più rivolto all’esterno, all’altro e non solo rivolto a se stessi  o a ciò che accade nel nostro piccolo spazio.

Con Edoardo, spesso parliamo del fatto che ci piacerebbe che si ritornasse ad avere qualcosa da raccontare, qualcosa in cui credere, che si ritornasse a parlare di sogni da realizzare, di obiettivi comuni da raggiungere per il benessere comune. In “Mi fai pena”, c’è tanta ironia, non c’è un giudizio. Si riporta quello che vediamo, quello che accade sui social: non è una condanna nei confronti dei social che sono un’importante cassa di risonanza per chi vuole veicolare un messaggio, per chi vuole condividere la propria arte.

Ben venga tutto ciò che dà la possibilità di comunicare. Poi magari ci sono anche quegli artisti che scrivono o dipingono per tenersi per sé il proprio lavoro. Neanche io tutte le cose che ho scritto sento il piacere di farle ascoltare. Riportiamo quello che viviamo, questo eccessivo bisogno di mettersi in mostra con delle immagini molto patinate, artefatte. Come se dietro questo mettersi in mostra si avvertisse il bisogno di essere realizzati come persone, di essere in quanto esseri umani.

Come se il valore di ognuno di noi dipendesse da certi canoni estetici come quanti “like” ricevi, quanti follower hai. Lo avverto un po’ preoccupante perché sento questo narcisismo. Evitiamo di ritrovarci in un mondo virtuale privo di contenuti che distoglie l’attenzione dalle cose importanti. Si rischia un po’ di perdere la realtà delle cose. A volte avverto dell’indifferenza, dell’inconsapevolezza nei confronti di ciò che accade fuori.

Parliamo della collaborazione con Slat: quali sono secondo te gli elementi comuni tra la cultura punk e rap?

Anche Slat ha un background musicale che si è sviluppato nei centri sociali. Dagli inizi ha fatto conscious rap: nei suoi testi ha trattato tematiche quali appunto le varie crisi politiche, economiche, sociali e ambientali. Ha sempre avuto un pensiero critico nei confronti di ciò che non funzionava. L’invettiva, la denuncia ha sempre fatto parte del suo modo di rappare. Inoltre lui ha un background musicale che è molto rock. Ci siamo ritrovati a parlare la stessa lingua musicale. Questo testo ci sembrava adatto per potergli chiedere un featuring. Nel testo si parla anche di coloro che rifiutano i cambiamenti, che non riescono a capire le novità e quindi le giudicano sostenendo che ai loro tempi fosse tutto più bello solo perché hanno più esperienza o perché in passato hanno fatto diverse cose. Si pongono nei confronti delle nuove generazioni come coloro che hanno qualcosa da insegnare, pur non avendone le competenze e neanche le conoscenze. Con Slat si parlava proprio di quello: dell’incapacità delle generazioni precedenti a quelle dei giovani di accettare il ricambio generazionale.

Abbiamo parlato di punk e di nuove generazioni: cosa ne pensi della nuova generazione di artisti che sta unendo questo genere alla trap?

È una questione di gusti, penso che sia bello sperimentare e che ognuno debba provare a raccontare quello che sente nel modo in cui gli viene più spontaneo e naturale. Ben vengano le sperimentazioni e le fusioni tra vari generi musicali. Poi può piacere come non può piacere. Il cambiamento fa parte di noi, non siamo già più quello che eravamo ieri, non siamo più quello che eravamo un’ora fa. Nel lasso di tempo che è passato dal prima all’adesso puoi aver ascoltato un sacco di musica che ti ha portato a sviluppare una parte artistica che prima non avevi. Non mi piace avere dei paletti, dire ciò che è giusto o condannare ciò che non mi piace. Non ascolto certe cose perché al mio orecchio non sono gradite o non mi interessano per i testi o per le sonorità, ma magari ne ascolto altre che non hanno nulla a che vedere con la musica elettronica o con il punk, dipende sempre dal messaggio che ci arriva.

Nella copertina del singolo indossate dei passamontagna, li porterete anche dal vivo o in altre occasioni?

Sì, sono delle maschere con i brillantini che abbiamo fatto fare per rappresentare la notte. Parlando con un’amica giornalista che ha scritto un articolo su di noi, ha usato una metafora che mi è piaciuta perché ha colto il significato che per noi ha quella maschera. Magari tu fai qualcosa che per te ha un significato, però riuscire a farlo arrivare ad altri con le parole giuste non sempre è semplice. Quello che volevamo realizzare con la maschera era spostare l’attenzione dalla nostra immagine verso la nostra musica e lasciare il campo libero all’ascolto.

A breve pubblicherete il vostro primo EP, a livello sonoro seguirà la stessa linea di “Mi fai pena” o dobbiamo aspettarci delle novità?

Non ti spoilero niente se no poi viene meno la curiosità. Dico solo che le canzoni sono state scritte in periodi diversi. Per me è stato un modo per metabolizzare certe situazioni e certi sentimenti, un modo per liberare certe emozioni e liberarmene. I testi sono legati a momenti molto diversi tra di loro. La musica che ascoltiamo è molto varia, veniamo dal punk, ma ascoltiamo, non dico tutto, ma ci piace veramente tanta musica, dal rap all’hip hop, all’hardcore, alla musica elettronica. Tutto quello che ascoltiamo avrà lasciato la sua influenza in quello che abbiamo composto. Abbiamo lasciato fluire le nostre idee senza preoccuparci di come venissero fuori e il risultato ci è piaciuto.

State già facendo qualche live o lo farete dopo l’uscita dell’EP?

No, appena uscirà l’EP partiremo anche con il tour. Aspettiamo l’autunno inverno 2022/2023

a cura di
Lucia Tamburello

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