Riccardo Sciré: quando un romanzo diventa una colonna sonora

Con E tutta questa infinita rabbia, il cantautore e produttore porta la musica dentro la narrazione, dando vita a un progetto che intreccia letteratura e discografia.

Prima di iniziare a leggere E tutta questa infinita rabbia, Riccardo Scirè suggerisce di far partire la colonna sonora originale del romanzo. Una scelta che non è casuale: la musica fa parte della storia e accompagna Alex e Matt nel loro modo di affrontare rabbia, amicizia, disagio e voglia di trovare il proprio posto.

Tra punk, band rivali, sogni e primi confronti con il mondo discografico, sulle pagine di The Soundcheck Riccardo Scirè racconta il rapporto tra musica e scrittura nel suo romanzo e il ruolo che suonare assume nella vita dei protagonisti.

Prima ancora di iniziare il romanzo, inviti il lettore ad ascoltare la sua colonna sonora originale. Come mai hai voluto unire così strettamente musica e lettura?

Nel mio universo sono sempre coesistite: ho scoperto tantissimi romanzi che poi ho amato dai testi delle band che li citavano (come quelli di Palahniuk e Ellis), e scoperto miriadi di gruppi citati nei romanzi. Questa storia l’ho cominciata a scrivere vent’anni fa sui banchi di scuola, e durante le lezioni o scrivevo di questi ragazzi o scrivevo testi di canzoni. Era quasi inevitabile che una confluisse nell’altra. È stato necessario quanto naturale aggiungere una dimensione in più a questa storia: per sapere che suono avevano realmente le Cause Perse e i Perfetti Sconosciuti, le due band “rivali” del romanzo, e raccontarlo con precisione e onestà, l’unico modo che avevo era scoprirlo scrivendo le loro canzoni, immergendomi nel loro sound.

Le Cause Perse suonano nello stesso modo in cui i personaggi si sentono: incazzati, incompresi, imperfetti. I Perfetti Sconosciuti suonano, come si dicono le Cause Perse nel libro, «come lo yogurt scaduto». «E alla gente piace lo yogurt scaduto». Il conflitto di quella parte del romanzo lo puoi ascoltare senza leggere una riga: metti su un pezzo a testa e hai capito la storia, la rivalità, i modi diversi di vivere la musica e la vita.

Per Alex la musica è un rifugio e, in certi momenti, sembra quasi necessaria. Quanto racconta anche il modo in cui una generazione si è affidata alle canzoni?

Negli anni zero giravamo col lettore cd in mano e un disco che parlava di noi. I dischi erano l’unico posto dove qualcuno gridava quello che provavi tu, qualcuno che ti capiva senza sapere che esistevi. Alex ci si affida come ci si affida a un fratello, o a un amico più grande. È la sua religione, la sua terapia. Per Alex, come per Matt, la musica è la strada più veloce e naturale per evadere dalla realtà, da una famiglia distrutta e da un sistema scolastico che reprime l’unicità invece di abbracciarla e spronarla. Penso che in questo non ci siano grosse differenze con gli adolescenti di oggi: anche loro si aggrappano alla musica come a un porto sicuro, un luogo dove si sentono compresi.

Alex e Matt si riconoscono anche attraverso i gruppi che ascoltano e il desiderio di suonare. Quanto raccontano di loro i loro gusti musicali?

Quasi tutto, perché a sedici anni i tuoi gusti musicali sono un pezzo della tua carta di identità. Alex e Matt si riconoscono da prima di conoscersi: appartengono alla stessa tribù. Ribelli, istintivamente diversi dal gregge, dai capelli al modo di pensare. Non a caso, è il punk il loro linguaggio. Nel primo capitolo Alex si rifugia nei Blink-182 prima di andare a scuola; Matt chiama il suo basso Dee Dee in onore del bassista dei Ramones. Il punk è la loro bandiera.

Le Cause Perse diventano presto qualcosa a cui aggrapparsi. Sono un sogno o soprattutto un modo per trovare il proprio posto?

È un posto. Una band è la famiglia che ti scegli, che ti comprende, che sta al tuo passo e si evolve con te. Il sogno arriva dopo, quasi come un effetto collaterale. C’è anche una buona dose di rivalsa sociale, indubbiamente: la loro esclusione dalla socialità e il loro disagio esistenziale sono un motore per dimostrare a chi li esclude che si sbagliavano.

Quando la musica comincia a diventare qualcosa di più serio, arrivano anche le richieste di essere più vendibili. Ti interessava raccontare anche questo aspetto dell’industria musicale?

Mi stuzzicava l’idea di vedere come due ragazzi così simili nel loro modo di sentirsi e nelle loro ambizioni potessero avere reazioni diametralmente opposte a una richiesta del genere. Era affascinante metterli di fronte a una scelta così definitiva e vedere come ognuno di loro avrebbe reagito. Quanto costa la tua realizzazione, e cosa sei disposto a sacrificare? Nessuno di loro ha torto o ragione nella maniera più assoluta: sono solo prospettive e visioni diverse della stessa cosa.

Morelli, il discografico del libro, appartiene a una discografia che non esiste più, una che non ascoltava gli artisti e tendeva a comandarli, cambiarli, modellarli. Morelli non è cinico: è sordo. Senza visione. Ragiona per compartimenti stagni. E i Perfetti Sconosciuti sono esattamente quello che vorrebbe: la versione levigata e vendibile delle Cause Perse.

Senza la musica, Alex e Matt sarebbero gli stessi personaggi?

Senza la musica sarebbero due ragazzi arrabbiati senza una lingua per dirlo; la musica è la grammatica della loro esistenza. Toglila e resta il patimento, ma senza parole. Credo però che due personalità così forti, pur senza rendersi conto di esserlo in quella burrasca che è l’adolescenza, avrebbero trovato un altro modo, costruttivo, di incanalare la loro condizione esistenziale. Magari la scrittura, magari l’arte, magari i graffiti, come Il Mezzo. La rabbia un’uscita la trova sempre. La musica è solo quella col volume più alto.

a cura di
Staff

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di Staff

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