Mark Bridges, Premio Oscar per i costumi di The Artist e Il filo nascosto, ha presenziato alla conferenza stampa indetta dagli organizzatori delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone.
Abbiamo avuto il piacere di presenziare alla conferenza stampa organizzata per le Giornate del Cinema Muto 2026, a cui ha partecipato Mark Bridges, vincitore di due Premi Oscar. Presenza più che corretta se si considera come il festival promuova anche quel lato del cinema, importantissimo per dare vita alla costruzione dei personaggi e delle storie che devono raccontarci.
Interessante è stato entrare nel vivo della costruzione e della scelta dei costumi. Qualcosa che, se ci si pensa, potremmo quasi dare per scontato, ma che dietro cela – come afferma lo stesso Bridges – scelte oculate in cui il costumista reinterpreta ciò che il regista ha in mente per il film, naturalmente inserendo anche parti di se stesso com’è (giusto che sia).

Per la scelta dei costumi per il film The Artist, il costumista si è ispirato ad altri film e cataloghi di film recenti, ma anche del passato. E dalla texture dei tessuti si capisce in modo chiaro il tempo storico e la gerarchia stessa dei personaggi. Così come il colore, che deve essere scelto affinché poi renda in bianco e nero, cosa non assolutamente banale o scontata come si potrebbe erroneamente pensare.
Domande e curiosità
Durante la conferenza stampe sono state poste diverse domande e alcune risposte, secondo me, meritano assolutamente di essere riportate. L’interesse per i film muti è nato in Bridges già in età giovanile, quando abitava a New York; in particolare, durante una gita, ebbe modo di conoscere Charlie Chaplin, un attore che lo ha affascinato e appassionato tanto che, alla richiesta di creare i costumi per il film muto, ne è rimasto entusiasta e si è dimostrato desideroso di partecipare.
Interessante è anche scoprire come l’inizio del processo creativo parta dalla sua mente: iniziando a immaginare quali siano i costumi e per quali scene si possano utilizzare, espone poi le sue idee al regista e, successivamente, crea un book per l’approvazione di quest’ultimo. Solamente dopo ha inizio la vera creazione del costume di scena.
Uno dei momenti a mio avviso più iconici è stata indubbiamente un’affermazione di Mark Bridges, che ha detto:
“E’ un processo (quello creativo nda) non fatto coscientemente perché i vestiti hanno sempre qualcosa da raccontare, ma nei film muti devono essere pensati per stare bene in bianco e nero”

Sicuramente un altro momento interessante è stato proprio quando sono fioccate domande riguardanti The Joker, dove gli iconici costumi sono nati pensando al periodo storico scelto dal regista (circa il 1980), e alla visione stessa del regista e della sceneggiatura scritta, uniti ovviamente al pensiero del costumista.
Tanto da renderlo il film per il quale ha assunto la scelta più coraggiosa nella costruzione dei costumi, in quanto il personaggio era già conosciuto ai più.
“Il Joker possiede un completo da un paio di anni nel film, ma poi ne ha cambiato colore via via che la condizione mentale peggiorava”
Se non è genialità e arte questa, io non so proprio che altro aggiungere.
La moda e il cinema vanno a braccetto. I vestiti raccontano e i costumisti hanno il potere di poter raccontare se stessi e la visione dei registi.
Arte.
C’è sempre e solo arte in ogni filo, colore o texture scelta.
a cura di
Iolanda Pompilio

