Aaron Sorkin scrive e dirige il sequel di The Social Network: un durissimo attacco alla piattaforma basato sull’indagine che ha portato al rilascio dei Facebook Files nel 2021. Dall’8 ottobre con Eagle Pictures.
A cinque anni di distanza da A proposito dei Ricardo, il regista ma soprattutto grande sceneggiatore Aaron Sorkin torna a interessarsi di politica – sempre stata cara al suo cinema – ricollegandosi proprio a una delle sue sceneggiature più acclamate, che gli valse l’Oscar: The Social Network (2010) di David Fincher.
Sorkin, ormai al quarto lungometraggio in veste di autore completo, decide di tornare nello stesso universo che gli aveva portato fortuna, assumendo stavolta anche il ruolo che nel film del 2010 era stato di Fincher, ora impegnato in altri progetti tra cui l’imminente Cliff Booth.
Nasce così The Social – Il prezzo della verità (The Social Reckoning) una sorta di sequel, o meglio un film complementare, che abbandona l’introspezione di Zuckerberg per concentrarsi invece sulla lunga inchiesta condotta dal premio Pulitzer Jeff Horwitz, culminata nel 2021 con la pubblicazione dei cosiddetti Facebook Files: migliaia di documenti interni dell’azienda che hanno rivelato numerose criticità legate alla piattaforma.

La trama
2019. Una data scientist di Facebook Frances Haugen (Mikey Madison), ormai sempre più delusa e preoccupata per le pratiche interne dell’azienda, valuta di portare alla luce tutto ciò che l’azienda cerca di celare.
Persuasa dall’insistenza di Jeff Horwitz (Jeremy Allen White), reporter del Wall Street Journal, Frances si convince a raccogliere documenti riservati che rivelano i segreti più custoditi del social network e che dimostrano come i vertici siano pienamente consapevoli di tutti gli effetti negativi causati dalla piattaforma.
Lo scandalo che i due stanno per scatenare potrebbe essere il più grande nella storia delle big tech.

Il crollo della menzogna
Chiunque si aspetterebbe di rivedere Zuckerberg protagonista assoluto, ma seguire la futura whistleblower Frances Haugen permette di vivere da vicino prima il crollo dell’illusione di chi ha creduto per anni nella missione dell’azienda per cui stava lavorando, poi la presa di coscienza di cosa andava fatto.
Ma cosa ha portato questa giovane data analist a mettere in discussione l’operato della compagnia? Nel prologo assistiamo all’episodio in cui una giovane donna (Portia Doubleday) viene fermata a bordo strada da due agenti perché visibilmente in stato di alterazione. Lei oppone resistenza all’arresto e armata di telefono, avvia una diretta in cui inizia a ridicolizzare i due agenti – guarda caso afroamericani – in modo razzista, ma soprattutto con la legittimazione di chi sa che sui suoi social troverà solo consensi.
In che modo questo apre gli occhi di Frances? La ragazza della vicenda era una sua vecchia amica, una persona che mai avrebbe pubblicato in rete contenuti nel genere. Facendo un controllo in quanto analist scopre che lei è una di quelle persone classificate “super-utenti“: chi trascorre in media più di 9 ore al giorno sul social. Questo dato inizia a persuaderla sempre più sia stato il motore di una tale cambiamento della persona che credeva di conoscere fino a poco prima. Una chiara correlazione.
Per Frances questi dati iniziano gradualmente a diventare un’ossessione e il motivo di una ricerca sempre più insistente, tale da portarla a sentirsi portatrice di una sindrome di Cassandra: vede aleggiare scenari negativi incombenti, nonostante nessuno prenda sul serio i suoi timori.

Cosa si nasconde sotto l’algoritmo
La lunga indagine della giovane analista, assistita dal repoter Jeff Horwitz diventa così lo specchio della lunga riflessione – e accusa – di Sorkin che, avvalendosi di tutti i dati alla mano, rincara la dose delle accuse del 2021 e utilizza il cinema come amplificatore di una vicenda che avrebbe dovuto fare cento volte tanto la risonanza ottenuta.
Da ciò viene fuori come sia concordato e approvato ai piani alti che la piattaforma si alimenti costantemente di meccanismi usati appositamente per alimentare l’indignazione delle masse, generare odio e cavalcarlo, manipolare la percezione collettiva. Il film non si risparmia mai su questo e per bocca di più e più personaggi viene ripetuto come Facebook censuri misteriosamente certi commenti, indirizzi verso narrazioni false, promuova gruppi d’odio, contenuti provocatori, dia spazio alla totale disinformazione e inganni gli utenti nell’indirizzarli sui risultati delle ricerche.
Gli utenti sono sempre più radicalizzati e la scoperta più scabrosa rivela che il 64% di persone che si unisce a gruppi di estrema destra lo fa spinta e indirizzata dallo stesso algoritmo, anche dopo pochissimi giorni di attività di un nuovo profilo.

Cosa è cambiato dal 2018
L’arco temporale preso in esame dal film permette di fare luce su cosa è cambiato nei codici della piattaforma: se fino a qualche anno prima il parametro su cosa sarebbe apparso nella bacheca erano i like, dal 2018 un mastodontico aggiornamento ha adottato come valori gli MSI (Interazioni Sociali Significative).
Da quel momento gli stessi programmatori hanno iniziato a scrivere codici per provocare sempre più attrito politico e ottenere più engagement attraverso i contenuti d’odio, da sempre i più grandi catalizzatori di consensi. Angosciante che venga spudoratamente dichiarato, specie in uno scenario dove sappiamo che ormai 1 adulto su 2 usa Facebook come principale forma di informazione ed è incapace o peggio ancora disabituato al pensiero del fact checking.
Questo sistema ha portato a creare progressivamente delle bolle di conferma costruite su misura dall’algoritmo per ogni utente dove il social ti isola e ti mostra solo quello che vuoi e che già sa ricondividerai.
Sorkin, con estrema lucidità, ricorda come tutto questo arco temporale abbia coinciso con il Coronavirus: il momento assoluto dove la disinformazione ha dilagato, a favore di chi voleva approfittare di questo caos, tra ipotesi di scie chimiche, 5G nelle torri, e false notizie di ogni tipo. Tutto ciò che vedevamo lo scorso anno anche in Eddington e che descriveva perfettamente il clima di paranoia di 6 anni fa, come di oggi per motivi analoghi. E questo The Social Reckoning rappresenta un altro tassello chiave di tutto questo cinema “post Trump“. Un cinema che sta descrivendo la guerra dell’informazione, l’orrore e lo spaesamento degli ultimi anni senza dover più attingere dal distopico, o da scenari che sarebbero comunque meno spaventosi del reale presente.

Dietro la scusa della democratizzazione…
In Coyote vs Acme abbiamo creduto alla favola dell’underdog che riesce a schierarsi solo contro l’azienda incontrollabile, ma nella realtà come possiamo credere a chi come Frances si vuole mettere contro un colosso disposto a tutto, che ignora le violazioni di contenuti borderline solo per non perdere quell’1% di engagement?
L’imperturbabile e glaciale Zuckerberg (Jeremy Strong) si fa voce del pensiero noto ormai a tutti: attraverso l’ipocrisia della democratizzazione assoluta della piattaforma, Facebook si presenta come una pubblica piazza venduta al miglior offerente. Perché, dunque, effettuare un controllo dei contenuti anche alla luce di gruppi misogini, dinamiche di cyberbullismo e cartelli criminali che organizzano traffici di esseri umani? Facebook non vuole essere l’arbitro. Ma cosa succede quando il miglior offerente è un gruppo politico estremista e la bilancia – autofagocitata da questo sistema – pende sempre più dalla parte della disinformazione?
Facebook diventa così lo strumento più comodo mai messo nelle mani di questi partiti. Perché vendersi in questo modo, sapendo che i gruppi d’odio sono tra quelli più attivi e che questi strumenti possono essere facilmente sfruttati dall’estrema destra? Probabilmente, anche in cambio di possibili favori da parte di quei politici che potrebbero modificare certe normative a vantaggio della piattaforma.
E perché l’indagine si è concentrata così tanto sull’introduzione degli MSI come metriche? Perché proprio queste, che erano state pensate per privilegiare le interazioni tra gli utenti, hanno finito per premiare proprio i contenuti più divisivi. Le dinamiche emerse dai files hanno evidenziato come lo stesso algoritmo incentivasse i partiti a produrre sempre più contenuti negativi e sensazionalistici.
Naturale che a quel punto la scelta di Sorkin di rendere così importante nel film L’assalto del Campidoglio del 2021 palesa solo la crucialità del punto di arrivo di un sistema che si è per anni nutrito di odio e barbarie, e di cui sarebbe anche riduttivo eleggere Trump come unico responsabile.

Un film al servizio della propria tesi
Indiscutibilmente, il tema trattato in The Social Reckoning è di capitale importanza, e questo basterebbe a renderlo “necessario”, specie per chi non ha ancora del tutto aperto gli occhi su quanto le divisioni del mondo, sulle quali i politici prosperano, siano costantemente alimentate sulle piattaforme. O per chi non si rende ancora conto di quanto sia ormai illusoria la possibilità di “scegliere” i propri contenuti, in realtà quasi studiati a tavolino e offerti come piccole ricompense a utenti che neanche prendono in considerazione l’idea di uscire da quell’isolamento digitale.
Il limite del film è che tutto viene dichiarato fin dal primo secondo: già il prologo della ragazza ubriaca è esplicativo di gran parte di ciò che verrà trattato da lì in avanti. Muovendosi all’interno di un’inchiesta di questo tipo, il film finisce inevitabilmente per riempirsi di dialoghi che citano KPI, metriche, percentuali e valori di ogni genere. Si percepisce così lo sforzo di Aaron Sorkin, che in qualità di sceneggiatore cerca il più possibile di rendere comprensibile e di facile assimilazione l’intero discorso, al costo però di risultare estremamente ripetitivo e ridondante. Perché, dopo la prima mezz’ora, tutto il resto finisce per essere un continuo ripetersi degli stessi concetti.
A differenza di The Social Network, molto più centrato sui suoi personaggi e sui loro deficit relazionali, qui la loro funzione è quasi interamente al servizio dell’indagine. Se lo Zuckerberg di Jeremy Strong non riesce a essere particolarmente incisivo – complice anche l’ombra della precedente interpretazione di Jesse Eisenberg e un minutaggio che, con una certa sorpresa, non lo rende protagonista ma la minaccia di sfondo -, Mikey Madison risulta più convincente, forse proprio perché interpreta il personaggio più umano: quello che si è lasciato sedurre dall’oasi che la piattaforma prometteva di essere. Siamo però lontani dalla grande performance di Anora.
Ma infatti, la direzione di Sorkin non è certo quella di un regista navigato, e qui si vedono tutte le difficoltà di un film d’inchiesta completamente al servizio della sua sceneggiatura, che non riesce mai a trovare una regia abbastanza convincente da elevarlo a qualcosa di più. Non che una storia sull’inchiesta dei Facebook Files meritasse panoramiche, droni e inquadrature impossibili, ma il solo confronto con l’operazione di Fincher finisce per depotenziarlo moltissimo, ed è impossibile ignorarlo.
Infine, nella lettura di The Social Network, era evidente come tutto il film ruotasse attorno a una mentalità incel che veniva digitalizzata e poi alimentata da chi riversava su internet le proprie frustrazioni, insieme a numerosi altri sottotesti che emergevano progressivamente. È proprio una chiave di lettura così forte che manca maggiormente a The Social Reckoning: un livello ulteriore che vada al di là di quanto viene già esplicitato nei dialoghi e che gli permetta di distinguersi da un qualsiasi film d’inchiesta che un altro regista avrebbe potuto dirigere sulla sceneggiatura di Sorkin. Anche i suoi stessi dialoghi, da sempre considerati capaci di rendere appetibili e persino cool ambienti come la politica e il giornalismo, qui risultano efficaci solo a tratti e raramente brillanti come lo sono stati in passato.
a cura di
Alfonso La Manna

