Al Teatro Lirico Giorgio Gaber, il chitarrista dei Radiohead trasforma Blue Morpho in un viaggio sonoro tra psichedelia, sperimentazione e libertà creativa, alla ricerca di una nuova identità musicale
Ci sono concerti che chiedono di essere ascoltati e altri che invitano a lasciarsi attraversare. Quello di Ed O’Brien al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano, martedì 6 ottobre, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Per l’unica data italiana del tour An Evening With… Blue Morpho, il chitarrista dei Radiohead porta sul palco un universo sonoro personale, lontano dalle aspettative di chi spera di ritrovare le atmosfere familiari della band di Oxford.
L’inizio è emblematico. O’Brien sale sul palco senza chitarra e, insieme a Dave Okumu, apre con Incantations, introducendo fin da subito la dimensione collettiva e sperimentale dello spettacolo. È un concerto che rifugge la forma tradizionale della canzone per trasformarsi in un percorso fatto di improvvisazioni. La chitarra costruisce dimensioni sonore in continuo movimento.
Il percorso musicale
La scaletta attraversa soprattutto Blue Morpho, il secondo album solista pubblicato a maggio, senza dimenticare il precedente progetto Earth. Da Teachers a Single File, fino alla title track, le composizioni si trasformano dal vivo, acquistando una libertà che intreccia psichedelia, post-rock, suggestioni elettroniche e richiami tropicali. In Blue Morpho, i suoni della natura e le sovrapposizioni vocali evocano un paesaggio quasi cinematografico mentre Sweet Spot riporta invece la serata a una dimensione più raccolta. Incantations, invece, ripresa con la band al completo, diventa un luogo psichedelico.
O’Brien, solitamente schivo quando è con i Radiohead, mostra anche un volto sorprendentemente diretto. Parla in italiano, invita il pubblico ad alzarsi e a lasciarsi andare, anche se nessuno del pubblico lo fa, scherza sulla distanza tra palco e platea. Prima di Deep Days, prova persino ad avvicinare gli spettatori, sedendosi sul bordo del palco: un momento spontaneo che restituisce alla serata una dimensione intima, nonostante i limiti imposti dalla sicurezza.
Il finale
È però nel finale che il concerto trova la sua espressione più compiuta. Brasil apre la strada a Obrigado, una lunga composizione in cui percussioni, voci e chitarre si intrecciano in un crescendo che guarda tanto alla musica brasiliana quanto ai brani dei Pink Floyd. La voce di ESKA aggiunge profondità e calore, mentre Okumu contribuisce a dare forma a un suono corale, in cui nessuno sembra interessato a occupare stabilmente il centro della scena.
Quando le ultime note si dissolvono, resta la sensazione di aver assistito non a una semplice esibizione solista, ma alla dichiarazione d’identità di un musicista che ha scelto di ripartire da sé, nonostante la paura del confronto con il progetto Radiohead dichiarato sui giornali. Dimostra, infatti, che la ricerca può continuare anche fuori da una delle band più influenti del rock contemporaneo. A Milano, il blu della farfalla che dà il titolo al disco diventa così una metafora di trasformazione: attraversare il buio, accettare l’incertezza e ritrovare, nella musica, una nuova forma di luce.
a cura di
Edoardo Iannantuoni

