Il Cinema Ritrovato Edizione XL, giorno 6: “House of Usher”, “Morte a Venezia” e “My Name Ain’t Suzie”

Siamo ormai alla sesta giornata, ma il paradiso dei cinefili continua imperterrito a sorprenderci.

Questa sesta giornata de Il Cinema Ritrovato è stata caratterizzata da film in cui l’ambiente diventa il corrispettivo simbolico dei protagonisti e da storie di agonia interiore e resilienza.
Tutto questo e molto altro in House of Usher, Morte a Venezia e My Name Ain’t Suzie.

Ma entriamo subito nel vivo.

“House of Usher” (Roger Corman, 1960)

Cinema Modernissimo, ore 9.00. Oggi ho iniziato prima del solito con una proiezione mattiniera di House of Usher di Roger Corman, il primo dei film del regista dedicati alle opere di Edgar Allan Poe (tra questi anche i famosi The Pit and the Pendulum e The Masque of the Red Death). Scrivere di questa pellicola a giugno 2026 mi rende un po’ nostalgica, dal momento il mio primo articolo per The Soundcheck ad ottobre 2023 fu proprio sulla miniserie Netflix The Fall of the House of Usher, sempre ispirata all’opera di Poe. 

Scritto da Richard Matheson (sì, proprio lui, l’autore horror responsabile di Io sono leggenda e Hell House), pur concedendosi numerose licenze poetiche, l’adattamento di Corman cattura bene lo spirito del racconto. Al centro della storia vi è, infatti, il disfacimento morale della dinastia Usher, di cui Roderick e Madeline sono gli ultimi superstiti. Roderick è convinto che la loro sia una famiglia maledetta, condannata alla follia e alla perversione, ragion per cui desidera ardentemente l’estinzione.

Contemporaneamente, anche la stessa dimora degli Usher è soggetta ad un lento ma inarrestabile sgretolamento, diventando così simulacro del destino della famiglia che la abita.

Dovendo individuare il mostro di questa storia horror, bisogna guardare proprio alla casa, che è sia teatro degli eventi che personaggio chiave. Ci troviamo quindi davanti ad una personificazione dell’ambiente che, d’altro canto, gioca un ruolo fondamentale nel far provare inquietudine allo spettatore. Il titolo stesso House of Usher enuncia in modo chiaro ciò che bisogna temere, inserendosi nella tradizione dei film sui mostri che avevano caratterizzato i tre decenni precedenti. La Casa diventa quindi il nemico principale, alla pari di un Dracula, di un Uomo Invisibile o di un Mostro della Laguna Nera. 

Figlio di una ricca tradizione, ma, allo stesso tempo, capace di servirsene ai fini della propria narrazione, House of Usher è un film inquietante e divertente in egual misura. Non vedo l’ora di recuperare anche gli altri adattamenti di Poe girati da Roger Corman.

“Morte a Venezia” (Luchino Visconti, 1971)

Cinema Modernissimo, ore 10.45. Subito dopo House of Usher  ho affrontato la visione di un grande classico di Luchino Visconti: Morte a Venezia. Tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Mann, la pellicola segue il soggiorno di Aschenbach, musicista decaduto, a Venezia. L’uomo si infatua del giovanissimo ragazzo polacco Tadzio, scendendo a patti con la propria vecchiaia e perdita dell’ispirazione artistica. 

Tema di fondo di Morte a Venezia è la decadenza, che viene incarnata in vari modi. Da un lato c’è quella fisica legata alla vecchiaia, resa particolarmente evidente se si confronta il protagonista con la bellezza efebica del giovane Tadzio. C’è poi la decadenza dell’artista, che non si sente più in grado di creare arte degna di nota. Scendendo più in profondità, si arriva alla decadenza morale, incarnata dall’ossessione erotica di Aschenbach nei confronti del giovanissimo Tadzio, un interesse che non sfocia mai nell’unione nella realtà. Infine, la triplice decadenza del protagonista trova una corrispondenza in quella della città di Venezia. Considerata un centro di arte e bellezza, in realtà è anche un luogo devastato dal vento Scirocco e sull’orlo di un’epidemia di colera.

Ciò che salta subito all’occhio in Morte a Venezia sono i tempi dilatati della narrazione che, d’altro canto, deve gestire un problema non da poco: la concretizzazione di una storia prevalentemente introspettiva. Il dramma di Aschenbach è prettamente psicologico e, avendo presente l’origine letteraria dell’opera, si svolge in gran parte attraverso la riflessione. Chiaramente, tradurre i pensieri di un personaggio sul grande schermo è una bella sfida che richiede una grande consapevolezza da parte della regia. Attraverso le lunghe pause e le riprese in soggettiva, Visconti riesce però a raggiungere il proprio obiettivo. Nel film si parla poco e, di conseguenza, ogni parola assume un fortissimo valore. Allo stesso tempo, anche i silenzi hanno una grande portata comunicativa e lo sguardo di Aschenbach si fa portatore di tutto il suo desiderio e agonia.

Morte a Venezia appartiene ad una categoria di opere che, normalmente, tendo ad evitare, eppure nelle mani di un regista del calibro di Visconti anche una storia così scarna di eventi riesce ad essere coinvolgente. Decisamente una sorpresa in questa giornata e una pellicola che vale la pena recuperare.

“My Name Ain’t Suzie” (Angie Chen, 1985)

Cinema Europa, ore 17.30. Ho chiuso la sesta giornata con My Name Ain’t Suzie di Angie Chen, un film di Hong Kong che tratta il tema delicato della prostituzione. La regista, presente in sala, ha voluto dedicare la proiezione a sua madre e a tutti coloro che hanno preso parte alla produzione di My Name Ain’t Suzie che, purtroppo, ora non sono più tra noi. Con questa consapevolezza, la standing ovation avvenuta a fine film è stata ancora più emozionante.

La genesi della pellicola è piuttosto interessante. A dodici anni Angie Chen ha visto per la prima volta un melodramma hollywoodiano intitolato The World of Suzie Wong, ovviamente incentrato sul tema della prostituzione ad Hong Kong. Il punto di vista era però assolutamente maschile e occidentale, ragion per cui con il suo secondo lungometraggio Angie Chen ha voluto fornire una sorta di risposta dalla prospettiva femminile e hongkonghese. Così nasce My Name Ain’t Suzie, che già dal titolo porta avanti una dichiarazione d’intenti molto chiara – e, in effetti, la sua protagonista si chiama Mary Lai. Curiosamente, il film conserva anche il nome Suzie Wong, che, però, viene affibbiato ad una rivale piuttosto antipatica della protagonista.

My Name Ain’t Suzie è sicuramente una storia sulla difficile vita delle prostitute, una messa in scena dei loro ostacoli quotidiani e della loro resilienza. Tuttavia, sarebbe ingenuo non sottolineare che, andando a monte, si tratti di una pellicola sulle donne e sulle loro forme di resistenza ad una società che tende a volerle schiacciare. Non penso avrei mai scoperto quest’opera se non grazie a questo festival e per questo gli sono sinceramente riconoscente.

A domani con nuove notizie da Il Cinema Ritrovato!

a cura di
Claudia Camarda

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