Da Los Angeles senza etichette. I The Sophs “sono qui per restare”

La band di Los Angeles conquista la Rough Trade Records con una demo di cinque canzoni e una lettera di presentazione. Li abbiamo incontrati per parlare di Goldstar, della loro storia e di cosa li tiene insieme.

Siete una band di sei persone con background molto diversi. Come vi siete trovati?

Ethan: Sam e io eravamo nella stessa classe al liceo. Anche se Austin, Seth, Devin e Cole sono un po’ più grandi di noi, ci siamo conosciuti tutti attraverso la scena musicale di Phoenix. Poi ci siamo trasferiti a Los Angeles con l’idea di portare avanti diversi progetti musicali. Le cose non andarono esattamente così — quei progetti finirono per sgretolarsi uno dopo l’altro — e alla fine i The Sophs erano tutto ciò che ci rimaneva. È stato allora che, insieme al nostro direttore creativo Eric, abbiamo costruito tutto da zero: le foto stampa, il branding, l’identità visiva. Tipografie, estetica, tutto. Abbiamo ridotto l’album a cinque canzoni da usare come demo, ho scritto una lettera di presentazione e ho mandato il pacchetto a trenta etichette discografiche. La mattina dopo avevo già una risposta dalla Rough Trade Records. Abbiamo messo su uno show per loro dopo dieci giorni, e prima della fine del 2024 avevamo firmato.

Wow. Sembra quasi una storia da film. E’ davvero così semplice?

Ethan: Sì, ma arriva dopo anni di tour nazionali e di musica fatta sul serio. Non è stato un colpo di fortuna. È come quei film dove i protagonisti sembrano già pronti per tutto – è perché lo erano davvero. Eravamo preparati, ed è arrivato il momento giusto.

Oggigiorno c’è una presenza massiva di band emergenti, molte sembrano già spaccare. È difficile emergere così rapidamente.

Ethan: Oggi c’è tantissima musica, tante band, alcune anche valide. Ma è difficile emergere mandando una semplice email. Noi ci siamo riusciti anche grazie a tutto il lavoro che c’era dietro.

Sei persone con gusti ed età diverse: com’è possibile che funzioni così bene? Avete dei segreti?

Sam: (ridendo) Abbiamo dei segreti da nascondere e dobbiamo stare insieme per forza.

Ethan: Scherzi a parte, penso che sia proprio la diversità il nostro segreto. Veniamo da contesti diversi, da città diverse, abbiamo background diversi. E questo crea qualcosa di più ricco, qualcosa che suona come una montagna fatta di tanti strati. Ci vogliamo bene, passiamo volentieri del tempo insieme, andiamo d’accordo. Ma c’è anche qualcosa di più: tutti e sei abbiamo una voglia viscerale di riuscire. So che può sembrare superficiale, nell’industria di oggi dove si tende a mettere in primo piano l’integrità creativa e il “faccio musica per la musica”. Certo, amiamo la musica – la musica è davvero fottutamente buona. Ma non puoi fare la stessa musica per tutta la vita e aspettarti che tutto il resto si sistemi da solo. Devi essere pragmatico, devi avere il desiderio di affermarti. Ed è raro trovare sei persone in una stanza che non solo hanno il talento, ma hanno anche questa spinta primordiale a voler vincere. È quello che ci tiene insieme.

Cole: Arriva un momento nella carriera di ogni musicista in cui devi decidere se vuoi avere successo davvero o restare “solo” un bravo musicista. Penso che tutti noi abbiamo raggiunto quel punto e abbiamo deciso di mettere noi stessi al primo posto. Vogliamo essere i migliori. È quello per cui lavoriamo ogni giorno.

Sono molto contenta di sentire questo. Sul mercato ci sono tantissime nuove band, spesso con grande potenziale ma poca identità e senso di coesione. Una band deve dimostrare prima di tutto un legame autentico.

Ethan: (sorridendo) Letteralmente, noi facciamo questo per vedere tutte le altre band perdere. Ma vincere non significa ignorare gli altri, giusto?

Ethan: Assolutamente no. Non vogliamo solo vincere — vogliamo che tutti vincano con noi. Non ci interessa sembrare fighi o avere solo le persone “giuste” ai nostri show. Ci interessa che chi viene ai nostri concerti senta qualcosa. E non c’è niente di più umano di questo.

Cole: (alla band) Beh, nel caso vincerò io su tutti voi, con grande piacere. (risate generali)

Si evince un grande legame e una bell’atmosfera. E allora vi chiedo: come descrivereste un vostro compagno con un solo aggettivo?

La domanda scatena un momento di caos affettuoso: tutti parlano insieme, si interrompono, si correggono, ridono. Alla fine, tra battute e trattative, emerge un ritratto collettivo tanto spontaneo quanto rivelatore.

Su Austin: premuroso – e sempre in ritardo. Su Seth: freddo, oggettivo, il più maturo del gruppo. Su Cole: sexy, astuto, bello. («Questo lo dico io», precisa Cole soddisfatto.) Su Sam: kawaii – che in giapponese significa dolce, grazioso. Approvato all’unanimità. Su Devin: individualista, ma lavoratore instancabile. Su Cole (che si autodescrive, non senza un certo orgoglio): il latin lover della situazione. Il casanova. Anzi no – lo zio della famiglia dei The Sophs. (Altra ondata di risate.)

Parliamo di Goldstar. È un disco che sorprende: ogni canzone sembra venire da una band diversa. Come avete gestito questa varietà senza perdere un’identità?

Ethan: Goldstar è probabilmente l’unico nostro lavoro con una variazione di genere così ampia. Quello che volevamo raccontare era la storia di qualcuno che attraversa una crisi d’identità. Abbiamo mantenuto la voce narrante coerente per tutto il disco, mentre la musica rifletteva il caos interiore di chi non sa bene chi è o cosa dovrebbe essere. Era il modo più onesto per raccontarlo.

Austin: Dal punto di vista pratico, ogni canzone è nata in circa due giorni. Non era pianificato — era quasi un diario. Quella libertà ci ha aperto la porta a qualcosa di assoluto: mettevi dentro quello che sentivi, e basta.

Ethan: Non ci siamo mai seduti a dire “okay, qual è il nostro suono?” prima di iniziare a scrivere. Abbiamo semplicemente creato. Ed è stato davvero liberatorio.

E ora? Manterrete questa spontaneità nei prossimi lavori?

Ethan: Abbiamo aspirazioni diverse adesso. Vogliamo continuare a esplorare e sperimentare, ma siamo un po’ meno bizzarri e più concentrati, un po’ più calcolati in quello che offriamo. Siamo molto curiosi di far sentire al resto del mondo quello su cui stiamo lavorando.

Ultima domanda: quali sono le vostre ispirazioni musicali? E conoscete qualche artista o band italiana?

Austin: Suono la chitarra elettrica e sono cresciuto con l’emo e il punk, poi mi sono avvicinato ai Beatles e al classic rock, all’elettronica e al dubstep. Mi piacciono le cose che colpiscono forte e che restano in testa.

Cole: Sono molto ispirato dalla musica soul e R&B degli anni Settanta. Adoro songwriter come i The Weathers — secondo me catturano le emozioni meglio di chiunque altro. Ho sempre cercato di scrivere canzoni così.

Devin: Sono cresciuto con l’emo e il funk – Marvin Gaye, Michael Jackson. E poi amo il jazz: sono sempre stati musicisti straordinari.

Sam: Per tantissimo tempo ho studiato opera, quindi ne conosco moltissima. Amo l’opera lirica italiana — Puccini e Donizetti in particolare. Penso che troppo spesso i compositori esagerino con le melodie, le fanno andare ovunque, mentre Puccini ha quella capacità di sintesi che trovo straordinaria. Per la musica contemporanea italiana, amo Mina. Ha una melodia incredibile e una voce bellissima.

Ethan: Ho ascoltato tantissima musica emo prima che venisse considerata roba da non ascoltare. Poi molto pop, Bright Eyes, Tom Waits, Palace – quella zona di confine tra il folk e il rock alternativo.

Seth: Sono cresciuto con Muse, Marvin Gaye e Nine Inch Nails. Sembrano tre cose completamente fuori contesto tra loro, eppure per qualche ragione le sento tutte. Per gli italiani… devo ammettere che ne conosco solo due: Bocelli, Pavarotti e i Måneskin.

Dove possiamo vedervi prossimamente?

Ethan: Il 13 giugno saremo in Portogallo – a Porto, al Parque da Cidade. E poi il tour continua: il 16 giugno saremo a Nantes al Stereolux, il 24 giugno a Chicago all’Hideout, il 25 giugno a Boise al Payette Brewing Tap House, e il 26 giugno a Seattle.

Se non li avete ancora ascoltati, correte su Spotify e mettete play su Goldstar: questa band fresca e sfacciata ha tutto per stupirci.

a cura di
Francesca Bandieri

foto di
Moris Dallini

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