Il Far East Film Festival si chiude con una 28ª edizione ricchissima di titoli e moltitudine di sguardi sul cinema asiatico contemporaneo, tra restauri, anteprime mondiali e nuove voci: una selezione che conferma il festival come appuntamento imprescindibile del panorama cinematografico internazionale.

Il Far East si è concluso e anche quest’anno i titoli memorabili sono stati tantissimi. Questi sono stati i film che abbiamo visto che abbiamo amato di più.

“Hula Girls” di Lee Sang-il

In concomitanza con l’uscita di Kokuho, anch’esso al festival e presentato in anteprima, il Far East ha augurato la sua prima giornata con Hula Girls di Lee Sang-il, restaurato in 4K. Un film basato su una storia vera ma assolutamente bizzarra: nel Giappone minerario del ‘65 segnato dalla crisi, un uomo vuole costruire un centro culturale hawaiano come punto di partenza per rinvigorire il turismo locale. Le figlie dei minatori iniziano così un percorso con una danzatrice professionista venuta da Tokyo, trovandosi, però, svariate resistenze mosse dai loro concittadini conservatori, che non vedono di buon occhio l’incontro con un’altra cultura così distante.

Un film che racconta con una sensibilità spiccata i sogni e i ritratti di queste giovani ragazze figlie della miseria, alternando un tono leggero a momenti di dramma puro. Che una pellicola così potente venga proiettata per la prima volta in Europa dopo vent’anni la dice lunga sulla poca considerazione che abbiamo ancora del cinema asiatico.

“Under the Open Sky” di Miwa Nishikawa

Per celebrare il Gelso D’oro alla Carriera a Koji Yakusho, il FEFF ha dedicato all’attore chiave degli ultimi 40 di cinema giapponese una retrospettiva in 7 film. Tra questi il bellissimo Under the Open Sky di Miwa Nishikawa, il ritratto di un ex yakuza appena uscito dal carcere che incontra tutte le difficoltà e resistenze possibili dal mondo del del lavoro.

Ha inizio così il suo lungo e tortuoso percorso di reinserimento, fatto di prestiti concessi con suppliche, esami di guida ripetuti all’infinito e situazioni varie che tenteranno di riportare l’uomo sulla cattiva strada. Anche in questo caso parliamo di una commedia assolutamente leggera – come può dimostrarlo, ad esempio, una delirante resa dei conti girata come se fosse la preparazione a un duello di Kurosawa -, ma sotto le risate si cela l’amara realtà di chi mette tutto se stesso per ricominciare e viene ostacolato, anche dopo aver già scontato la propria pena.

Un’opera intelligente e di una sensibilità rara, che non può non far pensare a come abbia anticipato di qualche anno Perfect Days, sempre con Yakusho. Un film Warner che dopo 6 anni meriteremmo assolutamente di vedere presto in sala. Un vero gioiello.

“We Are All Strangers” di Anthony Chen

We Are All Strangers è l’epopea che chiude l’ideologica trilogia della crescita del regista Anthony Chen. Una pellicola che racconta luci e ombre di Singapore viste con lo sguardo di un improbabile quartetto di personaggi, che nel corso del film si ritrova per circostanze diverse a diventare una famiglia

Emotivamente intenso e imprevedibile, il racconto alterna momenti dove le cose vanno al meglio per questa famiglia sgangherata, ad altri dove ogni speranza di risalita sembra remota. Ciò a cui non si riesce a rimanere indifferenti è l’umanità che trasuda da questi personaggi, fallibiliperdenti, ma anche profondamente umani. Un film raffinato ma mai stucchevole, con un ultimo atto travolgente. Un’opera che ha tutte le carte in regola per diventare un classico del cinema asiatico contemporaneo.

“We’re Nothing at All” di Herman Yauo

Il prolificissimo Herman Yau firma un dramma poliziesco struggente e stratificato. Al centro c’è l’esplosione di un bus il giorno di San Valentino, che miete numerose vittime. A questa segue l’indagine che un detective forense deve condurre per cercare di risalire a cosa o chi abbia causato l’esplosione. Il film ci riporta così nei giorni che prevedono l’esplosione, nelle vite di coloro che erano a bordo in quel fatale momento.

Ne emerge un ritratto di Hong Kong malinconico e cupo, mai alla ricerca di facili compiacimenti. Le vite di questi personaggi – apparentemente classificabili come positivi o negativi – iniziano a diventare sempre più impossibili da etichettare e una forte componente LGBT irrompe nella pellicola travolgendo con onestà su un tema che poche volte si vede su schermo. Una delle regie più sorprendenti viste in concorso.

“Love Massacre” di Patrick Tam

Love Massacre è un film seminale nella new wave di Hong Kong, che ha portato poi all’esplosione di registi come Wong Kar-wai. Un’opera unica nel suo genere e figlia del movimento di sperimentazione e rivoluzione artistica che ha travolto la città in quegli anni.

Solo per introdurne l’inizio: un’ipnotica sequenza di una donna che cammina in un deserto, per passare a San Francisco, dove un’altra ragazza è intenta a commettere autolesionismo. Poi, titoli di testa e chitarra elettrica.

Ed è ancor più incredibile che, di fatto, la storia si tramuti in quello che è il canovaccio dello slasher puro, a soli 3 anni di distanza dall’Halloween di CarpenterLove Massacre gode della regia di un giovane Patrick Tam in stato di grazia, che filma i suoi attori creando una tensione palpabilissima fino al violentissimo e folle terzo atto. Un esempio di cinema d’autore che diventa cinema di genere nella sua eccezione più elevata possibile.

“13 Assassini” di Takashi Miike

Sempre per la rassegna dedicata a Yakusho Koji si è tenuta la proiezione di 13 Assassini di Takashi Miike, uno dei suoi film più amati e celebrati in tutto il mondo, anche da chi poco digerisce i troppi eccessi del cineasta.

Parliamo di fatto di una grande epopea e lettera d’amore a tutto il filone del samurai – di fatto il film è il remake dell’omonimo del ‘63 – e a Kurosawa tra tutti. Guardando l’operato di Miike non si può non pensare a quanto il regista, noto per le sue virate weird e al limite del cattivo gusto, sia riuscito a trovare un compromesso nella realizzazione di quello che – di fatto – è un lavoro dalla portata e dal sapore dei grandi kolossal.

Un grandioso Yakusho Koji conduce qui 12 soldati a uno scontro che li porterebbe a morte certa: tutto, pur di fermare l’operato tirannico di un malvagio signore feudale che sta accrescendo sempre più potere. I 50 minuti di combattimento finale basterebbero come masterclass di regia a qualunque regista che oggi pensa di poter fare altrettanto.

“Fujiko” di Taichi Kimura

In un festival pieno di opere dalla durata sostanziosa (spesso di oltre le due ore di minutaggio), ritrovarsi di fronte un film di tale potenza sui 95 minuti è stato una rivelazioneFujiko è il ritratto di una giovane madre (interpretata da una magnetica Yuki Katayama), che si ritrova da sola a crescere sua figlia senza il supporto di nessuno, sfiduciata da chiunque la circondi.

Uno dei dipinti femministi più belli e divertenti, la pellicola che riesce a essere perfettamente sospesa tra dramma e commedia in questi ultimi anni. Un piccolo gioiello, e l’averlo potuto vedere in anteprima mondiale al festival ha sicuramente dato un forte segnale, rendendo ancora più evidente l’importanza di una realtà come il Far East.

“A Foggy” Tale di Chen Yu-hsun

A Foggy Tale è un intenso dramma storico ambientato nella Taiwan segnata dai terrificanti anni del Terrore Bianco. Un film che riesce a descrivere perfettamente l’orrore del periodo prendendo una storia piccolaintima, a rappresentanza di tutto l’orrore perpetrato dal regime.

Una ragazzina deve reclamare la salma del fratello – prima rapito, poi fucilato dalla polizia – e intraprendere così un lungo viaggio per Taipei, anche se sprovvista della cifra che le viene chiesta per recuperare il corpo. Inizia così un lungo e tortuoso viaggio fatto di ostacolidifficoltà e incontri imprevisti. Tra tutti, quello con un ex soldato che si farà carico di aiutare la ragazzina e con la quale instaurerà un tenero rapporto di fratellanza.

“The World of Love” di Yoon Ga-eun

In un festival straripante di titoli memorabili, la Corea arriva in concorso con il suo primo e subito fa tremare tutti, ricordando quanto buon cinema stiano realizzando in questo periodo storico. The World of Love è uno di quei film di cui non bisognerebbe sapere nulla prima, perché in grado di sovvertire ogni aspettativa con una storia maturaprofonda e capace di addentrarsi in tematiche complesse, trattandole sempre con la giusta sensibilità.

Road to Vendetta” di Albert Njo Kui-Ying

Road to Vendetta è l’esordio alla regia dell’ex idol pop Njo Kui-ying. Una co-produzione Hong Kong-Giappone divertentissima e ben diretta che attinge al classico film d’azione hongkongense, mixandolo con le sterzate assurde del cinema di Takashi Miike e con le regole di worldbuilding tipiche della saga di John Wick.

Una visione piacevole che, anche dietro la leggerezza di una storia di questo tipo, non dimentica di ritrarre anche il dramma di giovani ragazzi abbandonati a loro stessi.

“The Last “Blossom” di Baku Kinoshita

Il regista Baku Kinoshita e lo sceneggiatore Kazuya Konomoto – che avevano già realizzato insieme la bellissima serie anime Odd Taxi – sono tornati a lavorare insieme per il loro primo lungometraggioThe Last Blossom. Un film anime che ripercorre la vita di un vecchio yakuza in carcere da 30 anni, che attraverso il dialogo con un bizzarro fiore torna a ritroso nei suoi ricordi e a ciò che l’ha condotto a quello scenario.

Una storia ricca di umanità, che ha trovato anche un curioso legame al festival se confrontato ad un film come Under the Open Sky. Anche in questo caso si tratta di una grande sorpresa, che merita subito una distribuzione italiana.

“My Name” di Chung Ji-young

Avevamo lasciato la formidabile Yeom Hye-ran solo qualche mese fa con un brillante ruolo secondario in No Other Choice: ora l’attrice tornare in My Name da protagonista!

Questa pellicola indaga su uno degli eventi più traumatici e meno raccontati della storia recente della Corea: il Massacro di Jeju, avvenuto il 3 aprile 1948My Name esplora il trauma sopito della protagonista e tutte le conseguenze che questo evento ha continuato a causare nel presente. Un film che suona come un urlo doloroso, impossibile da ignorare.

“Suzuki=“Bakudan” di Akira Nagai

La trama segue un lungo interrogatorio fatto a un senzatetto, che profetizza l’esplosione di diverse bombe piazzate a Tokyo. Tra indovinelli fatti dal presunto dinamitardo e pezzi del puzzle che vanno messi al loro posto, si dipana così una lunga indagine al cardiopalma che, attraverso l’espediente di un poliziesco puro, mette in luce tutti i problemi sociali che più affliggono il paese. A coronare il tutto c’è una performance da capogiro dell’interrogato, magnetico nei suoi lunghi monologhi.

“Gamera” di Noriaki Yuasa

Il più grande pregio del Far East è poter fruire di una mole di pellicole così trasversali nei generi e nel tempo. Poter quindi intervallare film impegnati con la visione del restauro di Gamera è qualcosa di magico e assurdo, possibile solo nella realtà del festival.

Gamera è la risposta dello studio Daiei alla rivale Toho con il loro Godzilla, proponendo un loro kaiju movie nella più classica delle formule. A suo modo è un pezzo di storia del cinema che testimonia un filone importantissimo per il Giappone, sia per ciò di cui questi film si facevano metafora, sia per il solo fenomeno pop.

“All Greens” di Takashi Koyama

All Greens segue tre protagoniste – ognuna con un sogno diverso – che vivono una vita stantia in un paese di provincia. Tutte le strade che intendono seguire sembrano indicare loro che l’unica percorribile è quella di trovare un espediente per emigrare nella grande città

Vicissitudini varie danno loro l’opportunità di poter tirar su un ingente commercio di marijuana, che potrebbe offrir loro la possibilità per cambiare finalmente vita. Un film brillante, che riesce a descrivere efficacemente il disagio giovanile e la sofferenza di sentirsi parte di una città che ostracizza ogni piccola ambizione.

Conclusioni

ll programma di questa 28ª edizione si è rivelato di fatto sorprendente, riconfermando il Far East Film Festival come realtà italiana annuale imperdibile e come celebrazione assoluta del grande cinema contemponeano asiatico.

a cura di
Alfonso La Manna

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