Aki Shimazaki è una scrittrice di origine giapponese naturalizzata canadese, una figura letteraria atipica nel panorama contemporaneo. Nata a Gifu, in Giappone, si trasferisce in Canada all’inizio degli anni Novanta.
Scrive le sue opere in francese e questo la colloca in una posizione singolare nel campo letterario. La critica contemporanea, infatti, tende a non includerla pienamente nel canone della letteratura giapponese. Il Giappone e la sua storia moderna però rimangono sempre i protagonisti dei suoi racconti.
Non fa eccezione Nel cuore di Yamato, romanzo del 2006 e secondo libro dell’autrice tradotto in italiano. Come spesso accade nelle opere di Shimazaki, la Storia e la dimensione intima e quotidiana delle vite individuali si affiancano.
Nonostante il suo stile sobrio, quasi essenziale, l’autrice ci conduce emozionandoci nel cuore del Giappone del Novecento. Ci accompagna con delicatezza dentro esistenze che sembrano ordinarie ma che, poco a poco, svelano profondità emotive e nodi storici più ampi.
Ma come si arriva davvero nel nocciolo di un Paese?
Shimazaki sembra suggerire che per comprendere un luogo non basti raccontarne gli eventi storici: bisogna ascoltarne le voci, custodirne le tradizioni, ricordarne le canzoni antiche. Amarne la lingua e le sue sfumature, interrogarsi sul futuro della comunità e chiedersi in che modo si possa contribuire, anche individualmente, alla sua rinascita dopo le ferite della storia.

Il romanzo è costruito attraverso cinque capitoli e cinque punti di vista. Cinque personaggi, cinque prospettive che finiscono, piano piano, per intrecciarsi.
Attraverso le loro vite emergono alcuni dei temi centrali dell’opera: il dolore e le cicatrici lasciate dal dopoguerra, la dedizione al lavoro come forma di dignità, il rapporto profondo con la natura e con il simbolismo dei fiori.
Insieme a questi aspetti troviamo le leggende e le tradizioni popolari, che si intrecciano con la Storia e ci lasciano sospesi tra il mito e il reale.
Mio padre aveva scritto che l’imperatore Jinmu, contemplando il suo paese Yamato dalla cima di una montagna, dice: “Akizu no toname no gotoku ni aru kana”. Ossia: “La forma del paese somiglia a due libellule che si accoppiano”. “Akizu” o “Akiza-shima” sono le parole antiche per indicare tonbo, che significa anche Yamato, “Giappone”. Dall’epoca di Heian, il paese si chiama anche Akitsu.
I personaggi, estremamente diversi tra loro per età, esperienze e sensibilità, sono legati da connessioni sottili che si rivelano gradualmente nel corso della narrazione. Ciò che inizialmente appare come una serie di storie separate si trasforma, pagina dopo pagina, in una rete di relazioni inaspettate.
Il passaggio da una voce narrante all’altra, così come i salti temporali e di prospettiva, danno un ritmo particolare. La narrazione anche se a tratti frammentaria, non confonde mai e, nonostante si tratti di un romanzo storico, che porta quindi con sé una dimensione prevedibile, non manca di colpi di scena e cliffhanger.
Arrivati all’ultima pagina resta in parte un lieve spaesamento e la consapevolezza di aver attraversato un piccolo universo umano, fatto di ricordi, dolori, contraddizioni e gesti quotidiani.
Shimazaki riesce a restituire la complessità del Giappone moderno: un paese sospeso tra tradizione e cambiamento, tra memoria del passato e ricerca di un futuro possibile.
E così, chiudendo il libro, ci si scopre forse un po’ disorientati, ma anche più ricchi. Come se, attraverso queste storie semplici e profonde, fosse stato possibile avvicinarsi davvero – almeno per un momento – al cuore di Yamato.
a cura di
Andrea Romeo

