La mattina scrivo: la recensione in anteprima del nuovo film di Valérie Donzelli

La mattina scrivo è la storia della lotta di Paul, fotografo diventato sognatore precario, tra gig economy, sacrifici e desiderio di libertà creativa. Un racconto amaro e delicato firmato Valérie Donzelli, in sala dal 5 marzo.

Se lo scorso mese avevamo visto con No Other Choice quanto potesse essere brutale e distruttivo perdere il lavoro svolto per tutta la vita, oggi il vero atto di ribellione diventa quello di rimettersi in gioco di propria iniziativa.

È questo lo spunto iniziale di La mattina scrivo (in originale À pied d’œuvre), il nuovo film di Valérie Donzelli, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Franck Courtès e presentato in concorso alla 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia dove ha conquistato il favore del pubblico e il premio alla Miglior sceneggiatura.

La premessa

Paul (Bastien Bouillon) è un fotografo quarantenne che stanco del suo lavoro decide di lasciarsi la sua vecchia vita alle spalle per iniziare un nuovo capitolo e dedicarsi totalmente alla scrittura.

Ma i suoi sogni idealistici vanno presto in frantumi e la sua decisione di lasciare una sicurezza economica che fino a quel momento gli aveva garantito stabilità, si rivela essere una scelta fatale che presto lo portano a fronteggiare una nuova realtà.

I libri scritti da Paul non raggiungono il successo da lui sperato e presto il giovane scrittore si ritrova costretto ad affiancare il suo sogno ambizioso alla necessità pratica di lavorare. Si iscrive così a una piattaforma di lavori occasionali, passando le giornate a fare il tassista, lavori di giardinaggio o spostando mobili per cifre risibili.

Ne iniziano a risentire così, sia il suo tempo destinato alla scrittura, che il suo ruolo stesso all’interno della società, completamente ridimensionato e sotto il giudizio di tutti i suoi conoscenti.

La forza di un sognatore disposto a tutto

La mattina scrivo è un sincero – ma mai retorico o ricattatorio – sguardo sulla vita di un sognatore disposto ancora a tutto pur di portare avanti ciò in cui crede davvero.

La storia di un uomo divorziato, con un rapporto conflittuale con il padre e la sorella, che ha solo il suo lavoro di fotografo come certezza all’interno della società. L’unica cosa su cui chiunque si concentrerebbe è proprio la prima cosa che mette in discussione, e che non esita un attimo a mollare.

Perché il suo desiderio di ritrovarsi come uomo e come scrittore all’interno della dimensione letteraria è troppo dirompente, anche a costo di ritrovarsi di fronte le porte della precarietà, se non della povertà imminente.

Il prezzo che deve pagare per la sua libertà e autodeterminazione è quello di scendere a compromessi con un sistema spietato, logorante e marcio nelle fondamenta. E questo lo scopre sulla sua pelle nel momento in cui, per racimolare qualche risparmio, scarica l’app Jobbing.

La spietata disumanizzazione dell’app di lavoro

Paul, non riuscendo a sfondare come scrittore, finisce costretto a ripiegare sul mercato della gig economy, sui lavoretti temporanei gestiti da piattaforme e app.

Inizia così ad accettare i primi lavori su Jobbing, riscontrando sia grosse difficoltà dettate dall’inesperienza di certi campi, e dai miseri compensi che gradualmente è sempre più costretto ad abbassare.

Scopre così un mercato del lavoro aggressivo e spietato, dove i lavoratori più che le loro competenze, mettono in vendita la propria umanità, in una perenne gara a chi offre il compenso minimo per accettare qualunque tipo di prestazione. Una spietata corsa al ribasso che mette in luce il lato più disumanizzante e corrosivo del capitalismo.

E La mattina scrivo, da quello che sembrava all’inizio un classico film alla Woody Allen, si inizia a trasformare lentamente in un racconto spietato che sembra venire fuori dal cinema impegnato, classista e di denuncia di Ken Loach.

Una parabola distruttiva

La vita di Paul finisce presto completamente risucchiata dalle incessanti notifiche di Jobbing, che lo portano a rimbalzare freneticamente e senza sosta tra un lavoro e l’altro.

Nei pochi momenti di quiete e tempo libero lo vediamo provare ancora a cimentarsi nella scrittura, seppur questa non gli porti risultati. Piegato su una sedia, alla ricerca di idee, su cosa scrivere, ritratto in un gelido sottoscala di cui la sola inquadratura della finestra non può far altro che farci pensare all’emblematica scena d’apertura di Parasite (2019).

Non sta vivendo, ma galleggiando. Seppur i lavoretti gli permettono di vivere una vita economicamente sostenibile, non si può dire lo stesso della sua condizione umana, sempre più sotto i limiti della decenza.

E questo diviene più volte all’interno della pellicola motivo di scontri tra lui e la sua famiglia, in completo disaccordo su tutte le sue scelte, a loro dire “irragionevoli“. Perché Paul ha abbandonato la stabilità di un lavoro sicuro per inseguire un sogno e poi diventare uno schiavo, solo per vivere al minimo. Ma lui non vuole proprio saperne di seguire dei binari prestabiliti da altri, e si rifiuterebbe a qualunque costo di essere solo quello che gli altri si aspettano da lui.

Ma nonostante le proprie convinzioni, Paul riconosce gli sguardi compatiti delle persone che lo circondano, come cambia il loro atteggiamento nei suoi riguardi e inizia a interiorizzare un profondo senso di umiliazione.

Perché per quanto possa rimboccarsi le maniche e spaccarsi la schiena, ciò che fa la differenza è lo status, cosa che non ha più. Probabilmente il suo vecchio lavoro non lo stressava così tanto né psicologicamente, né fisicamente. Ma ora si impegna il triplo per ricavarne dieci volte meno, e non guadagnare sufficientemente lo rende agli occhi di tutti un fallito.

La storia di un riscatto

Il film di Donzelli ci mostra una continua lotta alla ricerca del tempo e della forza necessaria che Paul ha bisogno per scrivere, continuamente intralciata dalla sua necessità di sopravvivere.

La storia di un uomo, se non di qualunque sognatore che deve scontrarsi con la realtà, interpretato brillantemente da un Bastien Bouillon convincente e autentico.

Ma anche una perenne contesa con i pregiudizi della società e delle convenzioni, un atto di coraggio estremo che oggi quasi nessuno avrebbe né la possibilità, né la determinazione di portare avanti.

Un racconto messo in scena a metà tra il dramma e la commedia amara, equilibrata nei toni e di una sensibilità rara. Sempre capace di ritrarre efficacemente l’amarezza e il dualismo di un uomo che non riesce più a trovare il proprio posto nella società e a farci empatizzare con lui senza l’ausilio di scene strappalacrime o scelte che insistono troppo nel mostrarci la sua sofferenza.

Una storia di sacrifici e rinunce, di cui forse Paul potrebbe fare tesoro, per elaborarle e incanalarle nel libro che potrebbe portarlo al successo tanto agognato. In sala dal 6 marzo con Teodora Film.

a cura di
Alfonso La Manna

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