C’è una musica che non cerca risposte facili, ma accetta la contraddizione come stato naturale delle cose. Levia Gravia, il disco d’esordio degli ESERA, nasce esattamente in questo spazio di tensione: tra leggerezza e gravità, intimità e massa sonora, sacro e profano. Un disco che assorbe linguaggi lontani – dall’elettronica al folk, dal trip-hop alla musica barocca – e li riconduce a un’identità precisa, viscerale, mai rassicurante.
In questa intervista, la band racconta il lungo percorso che ha portato alla costruzione dell’album, soffermandosi sul rapporto con la spiritualità, sulla riscrittura della tradizione e su quel bisogno umano di attraversare il vuoto pur di sentire qualcosa. Ne emerge un dialogo sincero, denso, che riflette la stessa alternanza emotiva che attraversa i brani: momenti di abbandono e improvvise verticalità, fragilità e forza che convivono senza annullarsi.
Ad accompagnare l’intervista, The Soundcheck presenta anche l’anteprima esclusiva del video di “La cattedrale nel deserto”.
Levia Gravia, come suggerisce il titolo stesso, racchiude il dualismo tra leggerezza e pesantezza. Sono stati questi i sentimenti contrastanti che hanno guidato la creazione del disco?
Assolutamente sì.
Levia Gravia è stato il nostro modo di descrivere le “cose” della vita. I brani sono nati in fasi personali differenti: da quelle più sofferte a quelle più serene. Vivere è, di fatto, un alternarsi costante tra questi due livelli. Ma la cosa che colpisce è che, talvolta, questi stati possono coesistere e mescolarsi: si riesce così a trovare leggerezza nella pesantezza e viceversa. Questo si percepisce in ogni traccia del disco. Prendendo ad esempio “Fame”, che è forse il brano più sfacciato e frizzante, la pesantezza rimane comunque sottostante, soprattutto nel testo, come se fosse il retrogusto della leggerezza.
…e quindi, dopo la pubblicazione del disco avvertite un equilibrio maggiore? Vi sentite più in pace, se così si può dire?
Siamo indubbiamente fieri e soddisfatti nel vedere realizzato il lavoro di anni. Poter dire: “abbiamo scritto un album. Questo album esiste ed è presente nel mondo” – è per noi incredibile. Scherziamo sempre dicendo che anche dovesse finire domani (la vita), a questo punto qualcosa di buono e tangibile nel mondo l’abbiamo lasciata. Quindi anche qui: discorsi molto poco allegri e pesanti per dare valore ad una risposta molto leggera e semplice.
Sì, ci sentiamo più in pace di prima. Ma indovinate? Stiamo già scrivendo il prossimo…
Le contaminazioni sono vastissime: elettronica, folk, jazz, trip-hop, art rock, post-grunge, musica classica e suggestioni mediorientali. Come siete riusciti a tenere insieme mondi così lontani senza perdere identità?
Essendo noi il catalizzatore di tutte le influenze.
Ogni musicista nel proprio percorso si contamina continuamente, e questo processo aggiunge “colori” alla propria tavolozza. Più colori hai a disposizione, più puoi sbizzarrirti, esprimerti e creare qualcosa di originale. Ma sei comunque tu a dipingere, nonostante i colori siano tanti e arrivino da qualche altra parte. La messa a terra dei brani è frutto della nostra sensibilità e interiorità, che fa da collante a tutte le estetiche sonore che entrano in gioco nel disco.
Quali sono stati gli ascolti, gli album o gli artisti che vi hanno influenzato durante la scrittura di Levia Gravia?
Soffermandosi in senso stretto su Levia Gravia, le influenze principali sono sicuramente Jeff Buckley, Radiohead e Afterhours, e, se vogliamo, anche John Cage, per l’attitudine fortemente sperimentale e la ricerca di “nuove forme” che emergono in alcuni brani.
Un esempio è “Amarire”, eseguita grazie a una kalimba appoggiata sui pickup di una chitarra elettrica in distorsione, il cui pattern ritmico iniziale nasce dal campionamento di uno scratching su vinile.
Inutile dire che tutti i grandi (Led Zeppelin, Pink Floyd e molti altri) vegliano su di noi da sempre: qualunque cosa scriviamo porta inevitabilmente con sé la loro eredità.
È molto interessante il vostro approccio alla spiritualità, il modo in cui rivedete in un certo senso la religione. Prendiamo ad esempio il vostro riarrangiamento di Purificami, canto ecclesiastico riadattato in chiave al rock. In che modo vi sentite legati alla religione o anche soltanto alla spiritualità?
Non crediamo in un Dio cristiano-cattolico e, di base, non siamo religiosi in nessun modo. Tuttavia, ci incuriosisce molto utilizzare temi propri della sfera spirituale – iconografia, lessico e narrazioni – in chiave “dissacrante”.
Non nel senso offensivo che spesso si attribuisce al termine, ma in quello letterale: funzionale a esprimere concetti e messaggi non sacri. Questo perché quel mondo ha un’estetica profondamente mistica, oscura ed ermetica, che rende più potente e tagliente il nostro suono e i nostri testi.
In “Purificami” iniziamo con una dedica a cappella a un celebre canto ecclesiastico, che viene poi stravolto e utilizzato per una critica all’odio religioso e, più in generale, all’odio verso il diverso. Quel maledetto “noi giusti contro loro sbagliati” è il seme di molte guerre oggi in corso, quindi vale la pena parlarne.
In Fame parlate del bisogno di avere qualcuno o qualcosa pur di non restare nel vuoto. È una critica alla dipendenza affettiva, sociale o esistenziale, o tutte queste cose insieme?
“Fame” è un monologo interiore.
È un guardarsi in terza persona nella sporcizia in cui ci si è infilati e dirsi, con onestà, allo specchio che ci si sta appassendo per colpa di qualcun altro. L’apatia emotiva può essere un deserto aridissimo da attraversare, e pur di bere qualcosa, disperati, si beve anche l’acqua del mare.
Più che una critica alla dipendenza affettiva, è una critica alla dipendenza dalle emozioni: ingannarsi per sentire qualcosa, al costo di svuotarsi, dolcificando e ingoiando una pillola amarissima.
Cosa vi affascina invece del dialogo tra musica barocca e linguaggi moderni?
Suonare il passato che si propaga nel futuro.
In questo è stato fondamentale il nostro produttore Francesco “Capacity” Capanni, grande appassionato di musica barocca. Ci ha fatto capire che quella meraviglia armonica e melodica non cessa mai di esistere: al massimo si trasforma.
Abbiamo colto la sua sfida con “Ah, Ch’Infelice Sempre”, una cantata di Vivaldi che abbiamo reinterpretato in chiave “steampunk” – per evitare di dire alternative rock da veri paraculi.
È stato un lavoro arricchente e divertente.
Cu Ti Lu Dissi è un canto antico che vi ha “scelti”. Cosa significa, per voi, prendere in mano un brano tradizionale così carico di memoria e traghettarlo nell’elettronica contemporanea?
Significa innanzitutto prendersi un enorme rischio.
Anche qui il coraggio ci è stato dato da Capacity, che conosceva le nostre capacità nella produzione elettronica e ci ha spinti a non fare il “dovuto” – ovvero restare fedeli all’originale – ma qualcosa di più. Renderla nostra, trasformare ciò che sembrava non trasformabile.
Speriamo di aver reso giustizia a un brano che, di per sé, è di una bellezza e una profondità sconvolgenti.
Dal vivo, come pensate di restituire questa alternanza continua tra levità e gravità? Il palco sarà un’estensione del rito?
Dal vivo reinterpreteremo molto ciò che si sente nel disco, perché siamo grandi sostenitori dell’idea di offrire un’esperienza diversa rispetto a ciò che si può ascoltare comodamente, ovunque si sia nel mondo, nell’album.
Il concetto di Levia Gravia rimarrà però centrale, con momenti molto pesanti in termini di massa sonora ed emotiva (es. “Purificami”) e fasi invece più distese.
Speriamo di vedervi sotto al palco per questo grande rito collettivo. A noi le celebrazioni pagane piacciono non poco.
a cura di
Redazione

