Dopo la parentesi in casa Marvel, Chloé Zhao torna in cabina di regia per un film estremamente più autoriale, proseguendo il solco che aveva tracciato con Nomadland. Al cinema dal 5 Febbraio.
Chloé Zhao è tornata. Dopo la sua parentesi ai Marvel Studios che l’ha vista coinvolta in un’enorme produzione come Eternals, la regista premio Oscar torna dopo 4 anni per un film molto più sentito e vicino a quelli della sua precedente produzione. La regista di Nomadland sceglie questa volta di adattare cinematograficamente il romanzo Nel nome del figlio. Hamnet di Maggie O’Farrell, che qui è anche co-autrice della sceneggiatura insieme la Zhao.
La pellicola è già stata ampiamente apprezzata da chi ha avuto l’opportunità di vederla alla Festa del Cinema di Roma 2025 e in Italia la sua uscita è prossima al 5 febbraio 2025. Il prossimo 16 marzo sarà invece una delle protagoniste della notte degli Oscar ai quali presiederà con ben 8 candidature e, dopo la visione, siamo certi che non tornerà a casa a mani vuote.

La trama
Nell’Inghilterra rurale del XVI secolo la giovane Agnes (una sorprendente Jessie Buckley) conosce un giovane William Shakespeare (Paul Mescal) non ancora affermato, quando ancora insegnava latino a dei bambini per ripagare i debiti del padre. Agnes, per la sua bizzarra condotta, viene ritenuta dalla gente del villaggio una strega, e analogamente anche il giovane Will fatica ad affermarsi e a ottenere approvazioni dalla sua famiglia.
Tra i due si instaura all’istante una profonda connessione e presto il loro amore porta con sé tre giovani figli: prima Susanna (Bodhi Rae Breathnach), poi i gemelli Judith (Olivia Lynes) e Hamnet (Jacobi Jupe).
Ma l’equilibrio precario della famiglia viene stroncato dal dileguarsi della peste, che porta a una tragica perdita in famiglia. Il drammatico evento crea così una spaccatura tra Agnes e William, che iniziano a elaborare il lutto in modi diametralmente opposti e ad allontanarsi.

Non un semplice biopic
Com’è facile capire dall’assonanza Hamnet–Hamlet, l’adattamento dell’omonimo romanzo è una profonda riflessione su ciò che precede la creazione della più celebre tragedia del Bardo. Perché la dipartita prematura del giovane figlio della coppia è un fatto storico documentato, ma ciò su cui specula il racconto è come questo avvenimento abbia profondamente influenzato la stesura di quello che è ancora riconosciuto come uno dei più grandi capolavori dell’autore.
Non è quindi il tipico biopic su Shakespeare, su come abbia conquistato i teatri londinesi – che fino a una certa scena il film non si interessa nemmeno a mostrare – ma la storia di una famiglia devastata da un lutto, di una giovane madre e di un giovane padre che si ritrovano sopraffatti da questo evento, quando tutto per loro sembrava star andando nel verso giusto.
Cosa c’è dietro la creazione di un capolavoro
Analogamente a quanto emerge anche dalla visione di Sentimental Value (qui la nostra recensione), Hamnet curiosamente a distanza di pochissimo tempo vuole dialogare con lo spettatore e riflettere sullo stesso tema: ovvero su quanto gli artisti finiscano a riversare tutto il loro dolore nelle proprie opere, e attraverso l’arte, anche imparando a convincerci, a esorcizzarlo senza dimenticarlo. Se Fellini, Woody Allen e tanti maestri della narrativa hanno dimostrato ampiamente di non potersi sottrarre dallo scrivere le loro opere migliori senza raccontarsi inevitabilmente, è interessante riflettere su come probabilmente fosse così già per il giovane Shakespeare.
Dietro le più grandi opere c’è spesso un ferita altrettanto profonda, e questa sembra quasi una maledizione che un autore deve accettare se vuole entrare nell’olimpo dei grandi. Così come in Sentimental Value le profonde cicatrici famigliari danno ai protagonisti un motivo, una necessità, di raccontarsi attraverso l’arte e il cinema stesso, qui lo stesso accade per lo scrittore inglese.
L’elaborazione del trauma diventa ciò che lo porta a canalizzare il lutto nella stesura dell’Amleto, nella possibilità di dar voce al figlio perduto attraverso la sua tragedia, ma anzi, col senno di poi, di renderlo immortale grazie a una delle opere più importanti e fondative di sempre.

Due modi diversi di affrontare il lutto
In uno dei primi scambi tra Will e Agnes, egli le racconta il mito di Orfeo, l’eroe che dopo la perdita non muore ma continua a sopravvivere. Racconto che fa un po’ da ossatura a tutta la riflessione di Hamnet, perché ne rappresenta esattamente la posizione dei due personaggi protagonisti.
Diversamente da quanto si potrebbe credere, la protagonista assoluta del racconto è la giovane madre, in totale disarmonia con il marito dopo la perdita condivisa. E ciò che William le aveva raccontato con il mito di Orfeo era proprio il divieto di guardarsi indietro e restare prigionieri del proprio lutto.
E se Shakespeare usa il teatro – così come Orfeo usava la musica – per riportare in vita la persona amata, Agnes non comprende la via che il marito ha scelto per elaborare il lutto, e tra i due si crea una profonda frattura. Non solo crede di essere l’unica a doversi portare l’intero peso della perdita sulle spalle, ma il peso di quest’ultimo la schiaccia e la opprime in una condizione totalmente senza speranza e via d’uscita.
Hamnet non giudica chi dei due affronti meglio la cosa, ma offre uno sguardo imparziale sulla vicenda, sul silenzio lacerante che precede il grido pubblico del dolore che sarà poi l’Amleto.

La regia di Chloé Zhao
Zhao sceglie di raccontare questa vicenda attraverso dei tempi molto distensivi, compassati, al limite del documentario, soprattutto in tutto il primo atto, che privilegia la natura e questi immensi spazi rurali, che subito creano una cornice molto riconoscibile del racconto.
La pellicola è intrisa di simboli disseminati nella vicenda, di dialoghi che riecheggiano future composizioni dell’autore inglese e momenti in sceneggiatura che dialogano continuamente con la nostra conoscenza pregressa del dramma reale che accadrà col proseguire del minutaggio, e la regia della Zhao riesce comunque a bilanciare il tutto senza risultare mai pomposa o artificiosa.
Ma la direzione degli attori stupisce maggiormente in tutta l’operazione. La prova di Jessie Buckley è struggente, reale e profondamente malinconica. Sicuramente la migliore della sua carriera e di cui siamo certi verrà anche certificata alla prossima stagione dei premi. Una delle migliori attrici della sua generazione che continua a sorprendere con un nuovo ruolo ancora più complesso dei precedenti.
E lo stesso vale per Paul Mescal, ormai diventato l’esempio assoluto di type-casting: da Normal People, Aftersun o Estranei, sappiamo ormai che il suo personaggio porterà sempre un enorme dramma alle spalle e profondi problemi relazionali irrisolti, che siano in famiglia o in amore. E il suo William non è escluso dal repertorio di ottime interpretazioni che ha collezionato presto, nel giro di pochissimi anni.

In conclusione
Hamnet è certamente una pellicola non per tutti i palati, che riconferma la poetica della Zhao e della sua voglia di raccontare drammi, mai urlati, ma interiorizzati. Una conferma che convincerà pienamente tutti coloro che avevano già apprezzato il suo Nomadland e che, dopo il tentativo della regista di tastare il terreno dei blockbuster, troveranno qui invece una reale e naturale prosecuzione del cinema di questa autrice.
a cura di
Alfonso La Manna

