Le cene tra ex compagni di classe sono versosimilmente una delle occasioni più idealizzate di sempre: un pretesto gioioso che può diventare anche il “momento della verità“, l’occasione per misurare i danni dell’età che avanza o – ancor peggio – successi e insuccessi di ciascuno.
I convitati di pietra di Michele Mari, ultimo titolo dell’autore sugli scaffali da novembre 2025, parte da questo risvolto infido della cena di classe e la rende ancora più inquietante.

Un patto inquietante
Un anno dopo la maturità, nel 1975, la classe III A di un liceo milanese sigla un patto apparentemente scherzoso: ognuno degli ex studenti deve versare annualmente una quota in un fondo comune che, reinvestita per oltre quarant’anni diventerà un enorme premio. Ma la riscossione di quest’ultimo è legata a una clausola crudele: vinceranno i tre compagni ancora vivi alla morte degli altri.
Questo meccanismo fa sì che la cena programmata ogni anno diventi non solo un momento di confronto ma una vera e propria conta dei ‘danni’ e dei superstiti. Di conseguenza, la posta in palio innesca una serie di comportamenti perfidi, perché in un modo o nell’altro ci si trova a sperare che la vita dell’altro sia sempre più corta della propria.
E così c’è chi prepara macumbe, chi organizza scommesse, chi pensa all’omicidio, chi tesse strane alleanze per andare avanti, chi fa degli incidenti e si ritrova a pensare che siano stati causati dai compagni.
I personaggi sono parte di una borghesia verosimile ma allo stesso tempo grottesca, che tiene alle formalità (la cena ogni anno è un puro orpello, dal momento che ormai il patto è stato siglato), ma al tempo stesso strangolerebbe nel sonno quelli che ormai sono “avversari”.

Ironia e spietatezza
Questo microcosmo è raccontato con lucida ironia man mano che si scorrono le pagine; tuttavia pesa su di esso la presenza permanente del “convitato di pietra”, ovvero la morte.
Michele Mari è bravissimo a sostenere per tutto il libro la tensione fra questi due elementi, confermando la sua capacità di usare un’idea narrativa estrema e un linguaggio ipercolto per scavare nelle zone meno nobili dell’animo umano.
Il patto, nato come scherzo, si rivela un dispositivo spietato che smaschera egoismi, paure e meschinità. E proprio in questa crudeltà il romanzo trova la sua forza: nello sguardo implacabile con cui osserva il lento deteriorarsi di amicizia e coscienza.
Un romanzo che per ingegno, scrittura e sostanza continua a risuonare anche dopo l’ultima pagina.
a cura di
Martina Gennari

