Il film cult Pretty Woman diretto da Garry Marshall, con Richard Gere e Julia Roberts torna in sala distrubuito da Nexo Studious nei giorni 9, 10, 11 e 14 febbraio, in occasione di San Valentino.
Dopo una cena aziendale sulle colline di Hollywood (durante la quale è stato lasciato per telefono dalla fidanzata), lo squalo aziendale Edward Lewis (Richard Gere) decide di tornare in albergo. Smarritosi per le strade di Los Angeles e non riuscendo a guidare la Lotus Esprit prestatagli dal suo avvocato, Edward viene avvicinato sulla Walk of Fame da Vivian (Julia Roberts), una giovane sex worker che si offre di condurlo all’Hotel Regent di Beverly Hills. Alla ricerca di una professionista che possa accompagnarlo nei suoi giri d’affari, Edward propone a Vivian un accordo di lavoro settimanale, iniziandola così alla vita della upper class americana.
La favola moderna per eccellenza
Il film di Garry Marshall, uscito nel 1990 e diventato subito campione d’incassi al botteghino (è stato il film Disney vietato ai minori con l’incasso più alto fino al 2024), si è ritagliato un posto di diritto tra le migliori commedie del decennio, stabilendo delle ‘linee guida’ per gran parte delle rom-com successive.
Gran parte del successo è da ricercare, ancor prima che nelle splendide prove attoriali di Julia Roberts e di Richard Gere, proprio nell’intreccio di trama, in grado di sfruttare l’impalcatura delle favole adattando la pellicola ad un contesto adulto e maturo con grande intelligenza.
Non è un segreto, infatti, che la struttura di Pretty Woman riprenda, soprattutto nei suoi snodi principali, quella di certe fiabe divenute parte della conoscenza comune. In primis quella di Cenerentola, omaggiata nel film anche in alcune celebri battute. Quando ad esempio Vivian chiede all’amica Kit (una fantastica Laura San Giacomo) di elencare le storie d’amore con premesse simili alla sua non finite in una tragedia annunciata, questa risponde subito senza pensarci: “Cinda fuckin’ rella”.

Si tratta di una messa in scena cinematografica della più classica storia “rags to royalty”, ovvero letteralmente di “ascesa sociale” da una situazione originale di estrema povertà e indigenza ad un punto di arrivo stellare. Insomma, il totale superamento delle premesse iniziali! In questo senso è impossibile invece non notare i legame tra Pretty Woman e lo spettacolo Pygmalion di George Bernard Shaw.
I vari personaggi in scena, al di là delle loro peculiarità visive e nei modi, rappresenterebbero quindi l’incarnazione anni ’90 delle loro rispettive controparti fiabesche. Gere è il principe azzurro, Roberts la giovane dama in difficoltà, aiutata da personaggi positivi, come il manager di hotel Thompson (Héctor Elizondo) o Bridget del reparto abiti (Elinor Donahue), le ‘fate madrine’ di Vivian che la introdurranno al modo di apparire nell’alta finanza.
La controparte negativa viene invece rappresentata da tutti quei personaggi che ritengono Vivian non degna di vivere in determinati luoghi per via di una mera questione di ceto. Le due commesse di Rodeo Drive che la guardano dall’alto in basso sarebbero quindi le ‘sorellastre’, mentre lo spregevole avvocato di Edward, Phillip Stuckey (Jason Alexander), occupa il ruolo di antagonista principale, trattando Vivian solo come una sex worker prima di un essere umano.
Diversi regni di provenienza
È chiaro fin da subito non solo che i nostri due protagonisti hanno storie di vita molto diverse tra loro, ma anche che si trovano immersi all’interno di preciso universo socio-geografico rigorosamente definito che dice molto sulle loro personalità e sui loro desideri. I lavori che fanno, le case che abitano e le zone che vivono sono parte integrante di Edward e Vivian, tanto da far sì che loro diventino, soprattutto all’inizio, una sorta di feticcio della loro sfera sociale.

Si tratta, riprendendo il registro fiabesco, di due diversi regni di provenienza. Il primo, quello di Edward, è il regno degli squali e degli yuppies post reganiani. È popolato da uomini vestiti in doppio petto, spesso accompagnati da fidanzate trofeo, che abitano case enormi e vuote.
Qui si parla quasi unicamente di lavoro e, ovviamente, di denaro. Si guidano macchine di lusso, magari non sapendo nemmeno come queste funzionino e scelte unicamente per la loro componente estetica. È un mondo vuoto, dove a farla da padrone è la legge capitalista del più forte che può aggredire e uccidere le aziende più deboli.
Dall’altra parte c’è il regno suburbano dei boulevard, dei marciapiedi e dei bar malfamati. In questa giungla di cemento non solo è difficile vivere, ma è difficile anche sopravvivere, come testimoniato dal cadavere della sex worker ritrovata in un cassonetto ad inizio film.
La droga è ovunque, a comandare sono i papponi che minacciano e percuotono, sempre alla ricerca di nuove ragazze da poter sfruttare. È un sottobosco criminale che ricorda le ambientazioni di alcuni capolavori di Scorsese come Taxi Driver o Fuori Orario.

Nel fortuito incontro notturno sulla Walk of Fame questi due regni collideranno, dando il via ad un costante confronto tra le due parti che trova comune terreno d’incontro nell’evoluzione del rapporto tra Edward e Vivian. I due infatti sembrano inizialmente parlare quasi due lingue diverse, non solo per gli accenti, ma perché queste fanno capo a due bacini di metafore, slang, paragoni e giochi linguistici differenti che sottolineano le profonde differenze di vita tra i due.

Così i dialoghi, forse ancora più che i gesti, accompagnano una scoperta dell’altro, che passa inevitabilmente attraverso la ricerca di una lingua comune con cui poter dichiarare il proprio amore. Edward e Vivian infatti, pur essendo il prodotto dei rispettivi background socio-culturali, decidono di conoscersi trasferendo rispettivamente un pò di uno nell’altro e migliorandosi come esseri umani.
Stanely Donen Legacy
L’amore tra Edward e Vivian passa anche attraverso la scelta di cosa mangiare, come vestirsi e cosa andare a vedere, come testimoniato dalla partita di Polo o dalla splendida scena della Traviata. In un altro momento la donna, in pigiama dentro l’attico del Regent Hotel di Beverly Hills, viene ripresa mentre guarda un film alla televisione. Si tratta dell’indimenticabile scena finale di Charade, capolavoro del 1963 diretto da Stanley Donen, regista di Singin’ in the rain.
Credo che non si tratti di una scelta casuale, ma che con questo piccolo cameo il regista Garry Marshall abbia voluto omaggiare, e in un certo senso anche ringraziare, uno dei maestri della commedia americana.
Stanely Donen è infatti stato uno dei primi a riuscire ad adattare l’impalcatura e l’intreccio delle favole classiche alle commedie romantiche, come testimoniato in On the town musical (1949) con Gene Kelly e Frank Sinatra, che riutilizza a sua volta la storia di Cenerentola ambientandola nella New York del secondo dopoguerra e sostituendo così la magia dalle infinite possibilità dei dollari americani.
Ma anche il legame e la chimica tra Julia Roberts e Richard Gere ricorda in un certo senso quello instauratosi tra i protagonisti di Charade, Audrey Hepburn e Cary Grant. Entrambe le coppie presentano infatti l’unione di un uomo più maturo – e brizzolato – ad una figura femminile più giovane e meno incastrata nelle rigide regole del savoir-faire.
Persino i vestiti scelti per la Roberts sembrano quasi rimandare agli incredibili abiti indossati dalla Hepburn e diventati parti integranti dei suoi personaggi! Quasi come un deliberato omaggio a quel tipo di commedia americana degli anni ’50 e ’60, funzionale alla ricerca di un tempo fatato non troppo lontano che possa far sognare gli spettatori.

Pretty Woman, pur imprescindibilmente legato ad un’immaginazione fiabesca riesce a mettere in scena, in una forma verosimile, la magia e la poeticità che si nasconde dietro l’incontro casuale con una persona molto affine, con cui è facile aprirsi e che è destinata a diventare una parte fondamentale della propria vita.
E quale migliore occasione di San Valentino per poter riprovare queste sensazioni, magari nel buio della sala accanto alla persona amata?
a cura di
Tommaso Rubechini

