Overcompensating: una risata per la ricerca della propria identità

Tra risate e riflessione, l’estrosa serie Prime Video firmata dal comico e attore statunitense Benito Skinner è una delle sorprese più interessanti dello scorso anno. Un’approvazione dal pubblico e critica per Overcompensating, che le ha già garantito il rinnovo per una nuova stagione.

Fin dal primo episodio si presenta come un racconto di formazione perfettamente inserito nel canone delle teen/college series americane: si tratta di Overcompesanting, serie targata Prime Video creata da Benito Skinner.

Il protagonista è Benny, alter ego dell’autore, che arriva al college dopo anni da idolo delle superiori: ex giocatore di football, popolare, ammirato, considerato il prototipo del “ragazzo giusto” e dell’alpha maschile. Ora però Benny è solo un freshman alla Yates University, costretto a reinventarsi in un mondo sociale e relazionale nuovo, dove ogni dinamica sembra più competitiva e più codificata. Intorno a lui ruotano i classici cliché: la vita in campus, le confraternite, l’ossessione per la reputazione, la mascolinità esibita come status, le ragazze divise tra iper-performance e caos notturno.

Eppure sotto questa superficie da manuale, Overcompensating innesta subito una frattura che diventa il cuore della serie: Benny nasconde un segreto legato alla sua sessualità. È gay, ma non è nemmeno certo di averlo ammesso a se stesso, e per questo tenta di incastrarsi dentro una “normalità” che gli è stata insegnata come obbligatoria, provando anche a instaurare relazioni fisiche con ragazze.

È qui che entra in scena Carmen, una giovane donna appena arrivata al college dopo un lutto importante e una relazione tossica. Anche lei fatica ad aderire alle aspettative del campus: un luogo che a parole promette libertà identitaria (“puoi essere chi vuoi”), ma nei fatti etichetta, classifica e incasella ogni individuo proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di essere finalmente autentico.

Overcompensating: tra formazione identitaria e eccessi visivi

Il punto di forza più evidente della serie è però la sua scrittura, arguta e spesso volutamente esplicita, capace di trasformare lo stereotipo in un racconto mai davvero banale. Skinner prende i cliché e li spinge oltre, li esaspera, li rende quasi caricature grottesche: non per distruggerli, ma per mostrarne la componente distruttiva, quella violenza sottile con cui certe strutture sociali ti costringono a recitare.

Va da sé che la regia e lo stile visivo seguono coerentemente questa linea compositiva senza freni o censure. Una messa in scena camp, quella della serie di Benito Skinner, ricca di colori, spesso eccessiva, satura, quasi aggressiva, con dialoghi serrati e un ritmo veloce che raramente lascia spazio al silenzio. Ma è proprio questo frastuono costante a costruire la cifra del prodotto distribuito da Prime Video: Overcompensating non vuole essere una serie “pulita” ma vuole rispecchiare l’opacità dei suoi personaggi e dei loro modi di fare. La franchezza delle conversazioni così come la comicità un po’ spinta riescono a riempire alcuni vuoti narrativi e qualche ripetizione strutturale, sempre, tuttavia, con una significativa consapevolezza, come se quel troppo fosse parte integrante del linguaggio.

Anche il titolo non è casuale: “overcompensating” significa letteralmente sovracompensare, fare troppo per coprire qualcos’altro. Benny è l’esempio perfetto: sopra le righe, performativo, continuamente impegnato a dimostrare di essere un maschio “vero”, adatto alla confraternita più importante del collage, perché dentro ha un macigno che non vuole affrontare, ovvero la sua omosessualità. E in fondo non è solo lui: quasi tutti i personaggi indossano maschere spropositate per riempire vuoti emotivi, insicurezze e verità indicibili.

Ironia e sofferenza: crescere nonostante le difficoltà

La serie diventa quindi uno specchio visivo e narrativo dell’interiorità di tutti i protagonisti: contorta, sconnessa, sognatrice ma anche nichilista.

Overcompensating è capace così di essere rumorosa, brillante e allo stesso tempo sorprendentemente tenera. Non si limita a parodiare i cliché del college americano: li usa per smontare le maschere, rivelando ciò che spesso resta nascosto sotto la superficie della commedia.

Il contrasto tra le scene ricche di ironia e quelle più intime, dove i filtri visivi e narrativi si abbassano, rende ancora più efficace il percorso emotivo dei personaggi. Skinner racconta la scoperta di sé come un processo non lineare, fatto di contraddizioni, paura, desiderio e autoinganno, ma senza mai perdere la desiderio di far ridere davvero.

E alla fine resta una verità semplice e tagliente: a volte, il modo più rumoroso di farsi notare è quello che usiamo per evitare di guardarci dentro.

a cura di
Noemi Didonna

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