Molte volte un film non è solo un film. A volte ci troviamo davanti a un vero spaccato di vita che ci può far riflettere su un mondo tanto distante quanto vicino a noi. 2000 metri ad Andriivka è questo: un modo per ricordare degli uomini e le loro storie su un fronte quasi dimenticato dai media.
Siamo abituati ad andare al cinema per un momento di svago, per staccare il cervello dai nostri problemi quotidiani, ma a volte il grande schermo riesce a riportarci a una realtà cruda che spesso cerchiamo di dimenticare evitando i telegiornali o i quotidiani.
Quando vidi per la prima volta il trailer di 2000 metri ad Andriivka rimasi senza ombra di dubbio colpito: la guerra era vista con la crudezza della realtà, ma con l’umanità di chi la vive. E non perché la desidera, ma perché la subisce e si ritrova a combattere sperando di sopravvivere.
Il regista Mstyslav Černov (Premio Pulitzer per il “Miglior giornalismo di pubblico servizio” e Premio Oscar per il suo precedente documentario 20 giorni a Mariupol) torna dietro la macchina da presa raccontando la missione ucraina per la riconquista del villaggio di Andriivka.
Un simbolo della resistenza, narrato attraverso gli occhi e le voci di quei ragazzi che si sono ritrovati in un mondo che non volevano, ma che sono stati obbligati a vivere.
2000 Metri ad Andriivka sarà disponibile nelle sale dal 19 al 21 gennaio: un evento unico da non perdere, per fermarsi un attimo a ricordare come il conflitto non sia selettivo come i media e, anche se essi non ne parlano, continua ad accadere, spesso vicino a noi.

Una foresta come trincea
Siamo a 2000 metri dal villaggio di Andriivka. Una sottile striscia di alberi, la foresta, si staglia fino al paese: una linea che divide due trincee.
Da una parte i soldati ucraini, dall’altra quelli russi. Persone che cercano di ricordare la loro vita precedente, che sperano di tornare ad essa, ma che sanno di essere lì per dare un futuro a tutti gli altri.
2000 metri percorsi in svariati mesi, che hanno portato un elevato numero di morti da entrambe le parti combattendo per un paese che non esiste più, su macerie che sono simbolo di conquista o di libertà. Un villaggio che sa di morte e speranza.
Ci troviamo davanti a una lotta per la sopravvivenza, dove solo una foresta può salvare quei ragazzi che volevano solo vivere la loro vita normalmente e invece si ritrovano a dover difendere il proprio Paese non per obbligo, ma per dovere.

Le storie dei protagonisti si intrecciano col racconto del regista, tra una vita e una morte non edulcorata, ma nemmeno sbattutaci in faccia. Per farci riflettere e non farci dimenticare quanto sta ancora accadendo in quei luoghi.
La realtà della guerra
Il regista Mstyslav Černov accompagna i militari ucraini nelle ultime centinaia di metri prima della riconquista di Andriivka (dove simbolicamente issarono la bandiera ucraina) nel 2003, tramite un mix di riprese accanto a loro, GoPro sui caschi e droni.
Il racconto è un’unione delle voci di quei soldati — che scopriremo di lì a poco non esserci più — e un voice-over dello stesso regista che ci racconta, con un misto di distacco ed empatia, quanto sta accadendo.
La fotografia è una sapiente combinazione di immagini reali che ci fanno vivere la guerra per quello che è realmente, non un film che fa delle esplosioni il suo punto focale. La scelta di utilizzare frame neri durante le morti è dovuta più al rispetto nei confronti del ragazzo ucciso che per pudicizia verso l’accaduto.
L’assenza di una colonna sonora è la scelta giusta per portare lo spettatore all’interno della scena con il giusto grado di “pesantezza” nell’animo, utile a capire quello che il fronte è attualmente: non un videogioco, ma un luogo dove l’innocenza viene distrutta.

Vedere questo film è un atto dovuto
2000 metri ad Andriivka è un documentario che tutti dovrebbero vedere per andare oltre a quanto i telegiornali ci mostrano: la storia nella maniera più cruda, che Mstyslav Černov ci vuole sbattere in faccia per non farci volgere lo sguardo.
Il mondo sta andando avanti dimenticandosi di quanto stia accadendo in alcune zone a causa di una memoria selettiva che tende a scordare la notizia del giorno precedente: ora è la Groenlandia, prima il Venezuela, prima ancora Gaza, dimenticandosi dell’Ucraina forse a causa di una guerra ormai tanto vecchia da sembrare un evento quasi normale.
A colpire veramente è la visione di ragazzi e storie che questo film vuole portare avanti, ma che in realtà sono terminate a causa di proiettili che non hanno lasciato loro scampo. Rimanendo nella memoria di una pellicola che si appresta a diventare un manifesto di quanto la guerra sia distruttiva più per chi rimane rispetto a chi ci ha lasciato.
Una storia di resilienza per la riconquista di un territorio più come simbolo che come reale necessità. Un territorio poi di nuovo perso, a dimostrazione di quanto i media cerchino di distorcere la realtà di una guerra che forse non finirà mai.
Buona Visione!
a cura di
Andrea Munaretto
Articolo realizzato con l’ausilio parziale di intelligenza artificiale

