Gli Alter Bridge di Mark Tremonti e Myles Kennedy tornano con un self-titled album che non convince fino in fondo
Ventitré anni di carriera, un chitarrista fondatore che si destreggia su tre progetti e una formazione che sembra sempre buttare un occhio verso Myles Kennedy per sperare in qualche sferzata di melodia che possa spezzare un po’ il ritmo da tritatutto. Gli Alter Bridge arrivano al loro album numero otto con un po’ di esperienze da condividere. O forse no.
Kennedy oramai feticcio del buon Slash, Tremonti che tra un comeback di Scott Stapp coi Creed e il suo sfogo solistico non si capisce come faccia a raccogliere materiale a sufficienza per tre progetti musicali diversi: “Alter Bridge” ha il non facile compito di rispondere a una domanda: ce n’era bisogno?
“Ragazzi, sapete cosa fare e come farlo. Premo ‘rec’ e voi andate”
“Alter Bridge” viaggia per lo più sull’autostrada della comfort-zone. Non che venga richiesto all’ensemble di Orlando chissà quali rivoluzioni, ma delle volte sembra di ascoltare un lavoro realizzato col pilota automatico. Forse questo è dovuto anche all’affidarsi costantemente allo stesso produttore, Michael Baskette, il quale non lavora male, ma forse per abitudine oramai non dà indicazioni particolari per fare qualcosa che suoni un po’ diverso.
“Silent Divide” è un discreto singolo ma non sorprende, “Rue The Day” si incattivisce ma rimaniamo sempre sul solito – seppur ottimo – seminato. “Power Sun” è invece più convincente, più equilibrata, si digerisce meglio. Scavando tra gli episodi meno ispirati di questo album annoveriamo anche “Playing Aces”, banalotta, scontata, nulla di che.
Gli opposti che convincono (più il terzo incomodo) di Alter Bridge
Fino a questo punto sembra una disfatta senza vie di fuga. C’è da dire che “Alter Bridge” non è un album brutto. Più semplicemente, è un album senza infamia e senza lode, che può essere goduto dal fan più affezionato o messo sul piatto del giradischi senza troppi fastidi dall’ascoltatore occasionale. Ci sono però tre brani che svettano sopra il placido mare ormai familiare e senza sorprese.
La ballad “Hang By A Tread” rappresenta una piacevolissima battuta d’arresto e una ventata d’aria salubre dopo le continue sfuriate delle canzoni precedenti. Non sarà un nuovo classico, ma contestualizzato in “Alter Bridge” è in un certo senso l’ancora di salvezza.
La conclusiva, epica “Slave To Master” dura oltre 9 minuti e diviene il pezzo di maggiore durata di tutta la discografia della band. Per sua fortuna, è una cavalcata sontuosa e con ottimi spunti, bel ritmo e una progressione difficilmente qualcuno troverà stancante.
Infine, menzione speciale anche per “Scales are Falling” che per vari accorgimenti, un ottimo assolo e una ispirata linea melodica risulta una piccola gemma che brilla sia per merito suo, sia a causa della piattezza generale riscontrata nel resto dell’opera.
“Non sei cattivo. Sei bravo. È che lo sapevo già”
“Alter Bridge” conferma tutta la bravura e la preparazione tecnica dei “ragazzi”, ma questo lo sapevamo già da almeno 15 anni. Non è per fare il buonista della situazione, non possiamo dire che sia un album brutto: non ci sono canzoni davvero scritte male, né scelte oggettivamente discutibili. Al netto dei tre brani citati nel paragrafo precedente, semplicemente, il resto si destreggia tra il compito ben fatto e la sfortuna di non avere il guizzo che possa sorprendere o godere chissà quanto.
Una coperta non calda, ma tiepidina. Non brutta, ma nemmeno questa meraviglia. Fa il suo. Lo sai. Non festeggi. Ma nemmeno chiami il servizio clienti per chiedere il rimborso.
a cura di
Andrea Mariano

