Con “Anche tu?” Rosaspina chiude un ciclo di brani che lavora sottotraccia, senza mai cercare l’enfasi ma scavando nella memoria emotiva.
È una scrittura che procede per sensazioni più che per eventi, dove famiglia, distanza e tempo diventano materia sonora fragile e persistente. In questa intervista per The Soundcheck il racconto si concentra sul processo: come nasce una canzone che non sempre vuole dare delle risposte, su cosa significa fare pace con il passato e su un’identità artistica che, dopo essersi smarrita, sembra pronta a tornare a farsi sentire.
“Anche tu?” chiude un percorso iniziato con “Sole”. In che modo questo brano rappresenta l’epilogo emotivo di questa narrazione in quattro atti?
“Sole” apre il racconto mettendo a confronto due tempi: un passato in cui tutto sembrava più luminoso e un presente in cui quella luce esiste ancora, ma è inevitabilmente più fioca. In “Anche tu?” non c’è più il paragone: c’è la conseguenza. È l’epilogo emotivo perché arriva alla domanda finale, quella che resta quando tutto si è già rotto: se, nonostante il tempo, la distanza e le perdite, il legame esiste ancora nella memoria e nel sentimento. È una chiusura sospesa, non una risposta: il punto in cui il ricordo diventa più forte dei fatti e il dubbio diventa parte della storia.
Nel racconto di tua zia emerge un legame sospeso, che vive nei ricordi. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questa distanza meritava una canzone?
Non c’è stato un momento preciso. Sapevo però che quel capitolo della mia vita, così importante e formativo, prima o poi avrebbe trovato spazio nella musica. Parliamo di infanzia, di famiglia, di perdite: sono temi che non si chiudono davvero, e che senti il bisogno di attraversare con più profondità, anche concentrandoti su figure precise. Poi il processo è naturale: vivi la tua quotidianità, ascolti musica che ti emoziona, ti si aprono pensieri, frasi, immagini. Non nascono da un riferimento diretto, ma da qualcosa che hai dentro e che chiede di uscire. “Anche tu?” è venuta fuori così, come una domanda necessaria, più che come il racconto di un momento specifico.
Parli spesso di memoria affettiva: quando scrivi, ti senti più ancorato ai ricordi reali o alle sensazioni che quei ricordi hanno lasciato?
Mi sento molto più ancorato alle sensazioni che i ricordi hanno lasciato, più che ai ricordi in sé. I fatti con il tempo si sfocano, soprattutto quando appartengono all’infanzia, ma quello che resta addosso è l’emozione: il vuoto, il calore, la mancanza, o anche solo una certa atmosfera. Quando scrivo non cerco di ricostruire fedelmente quello che è successo, ma di essere onesto con quello che quelle esperienze continuano a farmi sentire oggi. È lì che, per me, nasce la memoria affettiva.
Il brano si muove tra nostalgia e domanda: “anche tu ti ricordi di me?”. È una ferita ancora aperta o un modo per fare pace con il passato?
Non è una ferita aperta nel senso del dolore immediato, ma nemmeno qualcosa che si può dire davvero chiuso. È una domanda che resta, e che col tempo cambia forma. “Anche tu ti ricordi di me?” non nasce per riaprire il passato, ma per guardarlo senza rabbia, accettando che alcune cose non avranno mai una risposta chiara. In questo senso è un modo per fare pace, non perché tutto si risolve, ma perché smetti di lottare contro quello che è stato e gli dai finalmente spazio.
Nel tuo percorso torni spesso al tema della famiglia, reale o scelta. Con questo nuovo ciclo di brani senti di aver trovato un nuovo “luogo” emotivo a cui appartenere?
Le canzoni di quest’anno sono proprio un concept: parlano tutte di quella storia, come se fosse una serie divisa in episodi. Torna naturalmente il tema della famiglia e dei legami importanti, ed è bello vedere che questo collegamento si percepisce: significa che il lavoro è riuscito, che c’è continuità tra i pezzi.
In “Anche tu?” sembri lasciare andare qualcosa senza rinnegare il passato. È stato un brano liberatorio da scrivere?
Non direi che scrivere “Anche tu?” sia stato liberatorio. È stato più che altro bello finalmente mettere giù quello che volevo dire da tempo: i ricordi, le emozioni, le cose che porto dentro. Leggere il testo alla fine e sentirsi soddisfatto di quello che c’è dentro è stato il momento più importante. Infatti tra tutti i brani usciti quest’anno, questo è il testo a cui sono più legato.
Guardando al 2025: cosa senti che Rosaspina ha recuperato, perso o trasformato lungo la strada?
Se devo essere sincero, una cosa che Rosaspina ha perso lungo la strada è stata un po’ della sua identità. Quando ti muovi tra studi e progetti, spesso la gente non pensa a quello che vuoi fare tu, ma a quello che vende: se funziona per altri, lo provano a replicare. Questo ha fatto perdere un po’ della vibe originale di Rosaspina. Detto questo, non è andata persa del tutto: questo lato dell’ultimo anno è molto “Rosa”, più intenso e diverso da quello a cui il mio pubblico era abituato. E infatti, il nuovo anno porterà delle sorprese per cui Rosaspina tornerà a fare scandalo.
a cura di
Redazione

