Le stanze di Verdi è il docufilm a cura di Pupi Avati dedicato al leggendario compositore Giuseppe Verdi. L’opera è liberamente tratta dal libro Verdi non è di Parma di Marco Corradi.
Le stanze di Verdi è il nuovo progetto del Maestro Pupi Avati dedicato alla figura di Giuseppe Verdi. Con la collaborazione di Giulio Scarpati, il docufilm attraverserà i luoghi più rappresentativi della vita del compositore, andando così a svelare aspetti della sua personalità esterni alla sua carriera musicale.

Sinossi
L’attore Giulio Scarpati si trova a Piacenza per lavoro. Attratto da una gigantografia di Giuseppe Verdi, decide, con all’aiuto dell’Avvocato Marco Corradi, di visitare Villa Verdi a Villanova sull’Arda. Prima di arrivare alla villa, l’attore avrà occasione di attraversare altri luoghi legati alla vita del compositore, scoprendo il suo lato più umano.
Verdi e l’agricoltura
La prima parte del docufilm è concentrata sul territorio piacentino e dà la possibilità allo spettatore di scoprire un aspetto per molti sconosciuto del compositore: la sua passione per l’agricoltura. Inizialmente il documentario si concentra sulla musica di Verdi, aprendo il viaggio con l’antico albergo San Marco (usato dal compositore per accordare gli affari lavorativi), per poi arrivare al Conservatorio di musica Giuseppe Nicolini, dove Scarpati ha un interessante scambio riguardo all’eredità e all’importanza di Verdi con i giovani studenti.
Dopo queste due prime tappe, ci si concentra totalmente sulla figura filantropa e contadina di Giuseppe Verdi. Si visita l’ormai abbandonato e dismesso omonimo Ospedale che, situato nelle terre di sua proprietà, era il luogo dove il Maestro mandava avanti la sua attività da agricoltore e allevatore. Fondato dall’artista a seguito della morte di un contadino della zona, troppo distante per essere portato in tempo all’ospedale più vicino.
Questa prima tappa si conclude con la visita alla Latteria sociale Stallone, al Podere di Giuseppe Verdi e all’azienda agricola Rondi, vicinissimi alla villa del musicista ed ereditari della sua passione per il formaggio, spesso da lui trasportato durante i viaggi di lavoro all’estero.

Il rapporto con la madre e lo stato attuale di Villa Verdi
La seconda giornata del viaggio di Scarpati è dedicata alla figura della madre del compositore, Luigia Uttini. Si visita Cadeo, paese natale di Verdi, soffermandosi sul ristorante Lanterna Verdi e sull’asilo a nome della madre del musicista. In questi luoghi si scava nell’infanzia dell’autore, dalle umili origini fino – più nel dettaglio – al suo amorevole rapporto con Luigia. Visitando la Chiesa di San Pietro Apostolo si scopre che, per la volontà dello stesso Verdi, è stato conservato lì il suo amato organo, in modo tale da essere il più possibile vicino alle terre della madre.
Si arriva infine a Villa Verdi, per scoprire che purtroppo – attualmente – versa ancora in uno stato di degrado, senza restauri e possibilità di visite aperte al pubblico. Il docufilm denuncia apertamente il disinteresse da parte dello Stato nei confronti di quello che è a tutti gli effetti un palazzo storico, che solamente nel 2024 (dopo molteplici lamentele pubbliche) ha ricevuto l’esposto.
L’ultima parte del docufilm
Nell’ultimo parte de Le stanze di Verdi, ci si sposta a Busseto, in provincia di Parma prima e a Milano poi. Si viaggia attraverso le origini della passione di Verdi per la musica e i suoi primi passi. Dal canto nel coro presso la Chiesa collegiata di San Bartolomeo apostolo, dove successivamente passò a suonare l’organo e a richiedere donne all’interno del coro (all’epoca assolutamente vietato). Viene posta anche un’importante riflessione sul motivo della (a posteriori ironica e assurda) bocciatura che l’autore ricevette al Conservatorio di musica di Milano (che ad oggi porta il suo nome).
Si teorizza che il motivi siano stati anche causati da un generico svantaggio di Verdi verso il regolamento del conservatorio e per la sua natura di “straniero”, non essendo l’Italia ancora unita all’epoca. Viene dedicato spazio anche alla sua vita sentimentale: il primo sfortunato matrimonio con Margherita Barezzi, (figlia di Antonio Barezzi, uomo importantissimo per la crescita musicale di Verdi), che finì prima con morte di entrambi i figli e poi alla dipartita della stessa Margherita a soli ventisei anni.
La seconda vita matrimoniale con Giuseppina Strepponi, fu invece più longeva e positiva. Il docufilm si chiude, infine, con la Casa di riposo per musicisti, dove risiede la salma del compositore, fondata da lui stesso per permettere ai musicisti dalle carriere più sfortunate di avere degna sepoltura.

La scelta stilistica del documentario e il suo valore
L’idea degli autori di impostare il documentario con elementi da “film” è una mossa assolutamente vincente. Le stanze di Verdi non presenta la tipica inquadratura a telecamera fissa dei documentari, dove si alternano persone che raccontano i vari aneddoti. Ha una sua natura cinematografica, basata sulla volontà di Giulio Scarpati di visitare solamente la Villa Verdi, per poi ritrovarsi trasportato in tantissimi altri luoghi, che gli permettono (come anche allo spettatore) di scoprire un Verdi inedito e, in generale, poco conosciuto.
Sta anche qui infatti la bellezza de Le stanze di Verdi: concentrarsi unicamente sulle opere dell’artista e sulla sua carriera musicale avrebbe sicuramente valorizzato il talento del compositore, ma non avrebbe aggiunto nulla di più in confronto a tantissimi altri libri o documentari sull’argomento. Il documentario regala allo spettatore, per quanto possibile, una visione del Verdi uomo.

Si parla delle sue origini umili (mantenute anche durante il successo musicale) e della sua seconda passione, ovvero l’agricoltura. Si parla della sua famiglia e dei suoi amori, e del bene che queste persone hanno contribuito a donare. Cosa più importante, si dedica tantissimo spazio alla natura filantropica di Giuseppe Verdi, con la fondazione dell’ospedale e della Casa di riposo per musicisti. Il dono del documentario è quello di offrire allo spettatore un Verdi vicino a lui, quasi amico, senza togliere l’enormità e l’importanza nel panorama mondiale che la sua musica ha avuto.
Importante anche la denuncia relativa al disinteresse da parte dello Stato verso Villa Verdi.
In conclusione
Le stanze di Verdi è un docufilm di pregevolissima fattura e dall’importanza culturale inestimabile. Riesce in un’impresa ardua: raccontare qualcosa di nuovo su un personaggio pubblico di cui ormai è stato detto tutto.
Indipendentemente dal vostro amore per l’opera classica e su Verdi in generale, guardate questo docufilm. Il quale non si ferma solamente a dare informazioni generiche allo spettatore, ma lo incuriosisce. Grazie a Le stanze di Verdi vorrete approfondire per conto vostro la persona, la vita e le opere di Giuseppe Verdi.
a cura di
Andrea Rizzuto

